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A due anni esatti dall’ultima fatica degli Arctic Monkeys…

Arctic Monkeys su La Gazzetta Augustana.it
Il Blog sulla musica Rumore Bianco di Giulio Siniscalchi per La Gazzetta Augustana.it

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Una delle note più liete degli anni Duemila, musicalmente parlando, è stata la comparsa della band newyorkese di Casablancas, gli Strokes. C’erano ancora le Torri gemelle e questi cinque ragazzi della Grande Mela si sono lanciati sul panorama musicale destabilizzando il pop, farcendolo con rabbia, cantando d’incomprensione mescolata ad odio e libidine. Sesso droga e rock’n’roll insomma, incazzati, arroganti e strafottenti, si approcciarono alla massa con un album capolavoro, “Is This It” (È Tutto Qui?).

Poteva mancare la risposta dalla terra di sua maestà la regina? Giammai. E di fatto non si fece attendere. È il 2002 e quattro ragazzi di Sheffield dovevano decidere cosa fare del loro futuro dopo aver finito il college. Per nostra fortuna decideranno di riunirsi e formare una band. Così probabilmente in una sporca ed umida cantina di Sheffield nell’estate del 2002 nascono gli Arctic Monkeys. 
Le quattro scimmiette capitanate dal leader Alex Turner partono subito in sesta con un primo album “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, che scardina i cari Oasis (detentori del record con “Definitely Maybe”) dalla classifica, diventando il disco di debutto con il maggior numero di copie vendute.

Energico e sprizzante, l’album d’esordio fa nascere i primi paragoni, con il frontman delle scimmie, il belloccio Alex, associato all’icona del punk Paul Weller. 
Gli Arctic proseguono la loro corsa plasmandosi un po’ con le richieste del pubblico ma rimanendo pur sempre originali nel farlo, superano lo scoglio di meteore confermandosi con un secondo ottimo album (“Favourite Worst Nightmare”). Tanta elettricità e una batteria martellante ma anche la conferma delle doti di ottimo compositore di Turner, per questo secondo lavoro.

E dato che non c’è due senza tre, a tre anni di distanza dall’esordio, i ragazzi di Sheffield piazzano un altro gran bell’album, con le registrazioni curate dal leader dei “Queens Of The Stone Age”, il cattivone Josh Homme. Per molti è l’album della maturità. Compariranno motivi più lenti e pacati, rispetto ai due album precedenti ed insieme a questi inizieranno ad intravedersi sempre più giacche di pelle nel guardaroba del bell’Alex.

Al terzo segue il quarto lavoro delle scimmie: “Suck It And See”, un titolo tutto dire. Il lavoro forse delude un po’ le aspettative mediatiche che si erano create attorno a questi ragazzi, ma senza dubbio si rivela un’album al di sopra della media, i detrattori dei quattro di Sheffield inneggiano alla fine tanto attesa del gruppo, ma bisogna attendere due anni, esattamente il 9 settembre del 2013, prima di cantar vittoria.

Arctic Monkeys

Foto di GQ UK Magazine

Oggi sono passati esattamente due anni da quel giorno. Data della pubblicazione del quinto ed ultimo album delle quattro scimmie di Sheffield, “AM”. Il lavoro testimonia e dimostra tutta la loro maturazione, è un album che probabilmente ogni amante del genere ha consumato di ascolti. Non stanca mai, ti trascina sempre, e ti fa battere il piede a tempo. Riff da togliere il fiato (“Arabella” su tutti), batteria martellante, tanto tantissimo sesso. In un lavoro del genere non potevano mancare richiami di gran classe, perché Mad Sounds è un chiaro riferimento alla sublime “Pale Blue Eyes” del vecchio Lou Reed, e “No. 1 Party Anthem” è con ogni probabilità un omaggio al genio di Lennon.

Insomma sono passati 13 anni da quell’estate del 2002, e gli Arctic Monkeys non saranno sicuramente diventati un’icona generazionale, ma con ogni probabilità di band così non ne vedremo più molte nel mondo musicale. Nonostante tutto hanno saputo destreggiarsi nelle avversità della tortuosa via musicale, proponendo sempre e comunque una musica che bene o male mette d’accordo, riuscendo a coinvolgere ed emozionare un po’ tutti. Quindi buon compleanno AM!

 


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