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Al Carmine dopo 90 anni ritorna in vita il rito della “Calata ‘a tila”

AUGUSTA – Nel 1928, per volere dell’arcivescovo di Siracusa, Giacomo Carabelli, fu soppresso un rito secolare che coinvolgeva e appassionava il popolo dei fedeli: il rito della “Calata ‘a tila”, una tela, considerata santa dai credenti, su cui era rappresentata la deposizione di Cristo dalla croce, per celebrare la resurrezione di Cristo dalla morte.

Il rito veniva svolto il sabato santo in tre chiese di Augusta: quella del Carmine, dei Cappuccini e in chiesa Madre. In chiesa Madre, la tela, di colore grigio-azzurro, era di grandi dimensioni e per esporla sopra l’abside sin dalla prima domenica di quaresima occorreva la perizia dei muratori, guidati dalla famiglia Ponzio. Nella chiesa del Carmine, molto più piccola della chiesa Madre, veniva issata una tela piccola, come veniva chiamata, che, al momento del Gloria, veniva sganciata e poi raccolta e velocemente portata dai “fuluari”, la corporazione dei naviganti, per la loro dimestichezza con fiocchi e rande. La tela veniva dispiegata nella piazzetta, dove oggi si affaccia anche la caserma dei carabinieri, e mostrata ai fedeli che gridavano “Gloria, gloria” e toccavano e baciavano i lembi della tela come fosse una reliquia.

Lo stesso rito, si svolgeva in chiesa Madre e in piazza Duomo, dove, però, la tela più pesante e di maggiori dimensioni veniva trasportata dai “vastasi”, la corporazione di coloro che erano addetti al trasporto delle cose con i carretti, spesso trainati a mano. Si trattava di una cerimonia di profonda suggestione e commozione per quei tempi, soprattutto per l’aspetto potremmo dire spettacolare della cerimonia, scandita da tempi precisi e accompagnata da incitamenti gridati dalla folla dei fedeli, quali “Forza e valia, Signuri” o “U Signuri abbivisciu” (Il Signore è risorto), che potevano assumere un valore apotropaico. Dopo l’esposizione in piazza, la tela veniva ripiegata e conservata.

L’arcivescovo Carabelli, di origini lombarde (come il suo predecessore Bignami e il successore Baranzini), nel 1928, proibì questo rituale, che si svolgeva in diverse parti della Sicilia: nella diocesi di Siracusa, oltre che ad Augusta, anche a Comiso (oggi nella diocesi di Ragusa): a Comiso non ci furono reazioni di rilievo, mentre ad Augusta la popolazione mal sopportò il divieto dell’arcivescovo, spalleggiata dai sacerdoti locali, tanto che il podestà fascista dell’epoca, Bartolomeo Amato, dovette arringare il popolo invitandolo alla calma. Amato chiese anche al parlamentare Giuseppe Muscatello di perorare la causa presso Carabelli. Muscatello si limitò a consigliare di costituire una commissione di maggiorenti per andare a Siracusa e tentare di persuadere il vescovo a tornare sulle decisioni, almeno per quell’anno. Il lombardo Carabelli fu irremovibile.

Dopo novant’anni, il rito della “Calata della tela” rivivrà il giorno di Pasqua 2018, domenica 1° aprile, nella chiesa del Carmine, con inizio alle ore 10,15.

G.C.


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