Cultura

Breve storia di Augusta: guerre mondiali, il 13 maggio 1943, il rientro in città

AUGUSTA – Nell’ambito di una più ampia iniziativa editoriale promossa da La Gazzetta Augustana.it di divulgazione e promozione della storia di Augusta, abbiamo previsto una rubrica settimanale tematica nel nostro web magazine di approfondimento “Cultura”. Ha per titolo “Breve Storia di Augusta” ed è curata da Filippo Salvatore Lentini, detto Salvo, già ufficiale della Marina Militare, che da appassionato alle vicende storiche e alle tradizioni augustane, facendo ricorso ad un’estesa bibliografia che comprende i numeri del “Notiziario storico di Augusta” e i diversi lavori succedutisi nel tempo di noti studiosi della storia cittadina (che Lentini ci ha chiesto di menzionare in ordine casuale in premessa: Mario Mentesana, Elio Salerno, Tullio Marcon, Ennio Salerno, Vincenzo Cacciaguerra, Ezechiele Salerno, Giorgio Casole, Sebastiano Salomone, Giovanni Vaccaro, Giuseppe Messina, Giovanni Satta, Giuseppe Carrabino, Italo Russo e non solo), ha pubblicato nel 2008 l’apprezzata opera dal titolo “L’Isola delle Palme”. Offrirà ai lettori de La Gazzetta Augustana.it, per la prima volta su una testata, la versione ridotta e adattata al web della sua pubblicazione.

31. Guerre mondiali.

Porto Megarese nelle vicinanze della vecchia darsena, anno 1911

La storia italiana della prima metà del Novecento è contraddistinta da due luttuose e disastrose guerre mondiali: la prima, avvenuta fra il 1915 ed il 1918 e passata alla storia come la Grande Guerra, e la seconda svoltasi dal 1940 fino al 1945. Con l’Unità Nazionale del 1861 e la conseguente annessione della Sicilia al nuovo Regno d’Italia, la città di Augusta, dopo essere stata per lunghissimo tempo un’importante piazzaforte del Regno delle Due Sicilie, venne quasi interamente smilitarizzata. Da allora, per quasi ben cinquanta anni, la base militare megarese rimase nel dimenticatoio; fu soltanto in occasione della guerra combattuta dal 1911 al 1912 contro la Turchia, per la conquista coloniale della Libia, che i governanti nazionali si ricordarono dell’importanza militare di Augusta che, grazie alla sua posizione geografica, fu scelta quale base principale per tutte le operazioni militari in Africa Settentrionale.

Per ovvi motivi geografici la Grande Guerra, con il teatro delle operazioni nelle zone del Nord-Est dell’Italia, lasciò abbastanza lontano il sud del Paese e quindi anche la città di Augusta, che ebbe comunque molti suoi figli impiegati sul fronte di guerra e pagando un alto tributo di vite umane con ben centosettantaquattro caduti. Di contro la seconda grande disputa bellica, con le tante operazioni militari compiute nell’area del bacino del Mediterraneo, vide la città megarese svolgere un ruolo in primissima linea sia per la nota base navale che per la sua già citata strategica posizione geografica. Negli anni compresi fra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio della seconda, ad Augusta cominciarono i lavori per costruire adeguate opere militari ed attrezzare la città proprio in previsione di quel triste evento bellico.

  • La Guerra ad Augusta

Da un improvvisato impianto radiofonico, sistemato in Piazza Duomo e predisposto per amplificare il discorso fatto dal Duce Benito Mussolini dal noto balcone di Piazza Venezia a Roma, gli Augustani vennero a conoscenza della decisione di prendere parte alla guerra già in atto: era il pomeriggio del 10 Giugno 1940 e l’Italia entrò nel conflitto mondiale a fianco della Germania di Adolf Hitler.

Dal 30 Giugno, quando avvenne il primo attacco alla città, e per i tre anni successivi, il porto e lo stesso centro urbano furono i principali bersagli delle continue incursioni apportate dall’aviazione nemica dislocata nella vicina isola di Malta, pericolosa spina nel fianco di tutta l’area del Mediterraneo e del Sud Italia. Questa era una situazione che generava un concreto scompiglio per l’intera popolazione di Augusta, soggetta a dover vivere in costante incubo ed apprensione per le sempre più frequenti minacce provenienti dal cielo. Precedute dal suono delle sirene, queste incursioni aeree costringevano le persone ad abbandonare qualsiasi cosa stessero facendo per correre a ripararsi nei tanti rifugi che, nel frattempo, si erano creati in città e nella sua immediata periferia.

L’aviazione nemica compiva continui attacchi notturni ed alcuni anche in pieno giorno, come fu quello sferrato il Lunedì di Pasqua nell’Aprile del 1943 che provocò qualche vittima fra i civili, guastando una tale ricorrenza festiva. Con l’intensificarsi delle minacce aeree sulla città molte famiglie, anche se a malincuore, preferirono abbandonare le proprie abitazioni e a rinunciare anche ai vari confort personali, per andare a vivere lontani dall’epicentro del fuoco nemico. Furono tantissimi i nuclei famigliari che andarono a stabilirsi persino nelle vicine città dell’entroterra, ritenute più al riparo dalle pericolose operazioni belliche; tante altre famiglie ripiegarono nelle limitrofe zone di campagna, rifugiandosi in casolari immersi nel verde o persino all’interno delle grotte esistenti nel Monte Tauro, pur di avere un tetto più sicuro. In questi luoghi vi erano delle disperate situazioni di accomodo, con le persone costrette ad arrangiarsi alla meglio, in forzata promiscuità di sconosciuti e affrontando grossi disagi, soprattutto di carattere igienico, pur di non allontanarsi molto dalla città. Restare nei dintorni del centro abitato era vantaggioso per poter effettuare dei rientri giornalieri in città, per aggiornarsi sull’andamento degli avvenimenti e prelevare, nelle proprie case, oggetti necessari alla sopravvivenza in questi luoghi molto disagevoli e, nel contempo, controllare e preservare le proprie case disabitate dalle immancabili azioni di sciacallaggio. Anche alcuni fra i principali uffici pubblici, per motivi di sicurezza e per salvaguardare l’incolumità degli stessi dipendenti, furono trasferiti in sedi distanti dal centro urbano quale era la Contrada San Lorenzo, nel luogo dove attualmente vi è ancora “a Vasca i l’Acqua”, e nei pressi di Brucoli; proprio nella piccola frazione marinara, il Comune trovò anche una sua dislocazione provvisoria. La presenza dell’abbeveratoio nel Largo della Fontana fu di grande aiuto e conforto per quel popolo di sfollati, che potevano attingere l’indispensabile acqua dalle canne dell’impianto idrico. Lo stesso spiazzo “da Funtana”, ritenuto più sicuro rispetto alle condizioni di continuo pericolo in cui si trovava la città sullo ‘Scoglio’, fu utilizzato anche come luogo d’incontri pubblici per divulgare l’evolversi della situazione del particolare momento che stava attraversando l’intera comunità augustana e degli eventuali provvedimenti da prendere nell’attesa di ritornare alla vita normale. Furono tre lunghissimi anni di grandi disagi e di generale “malaesistenza”, cosparsi da tante vite umane interrotte e da periodi di fanciullezza ed adolescenza negata ai bambini ed ai ragazzi di quel triste periodo. Questa era la situazione ad Augusta durante i tre anni intercorsi fra il 10 Giugno 1940, giorno in cui l’Italia entrò in guerra, ed il 13 Maggio 1943, ovvero di quel fatidico giorno in cui la città megarese fu sommersa da un intenso bombardamento da parte delle forze aeree alleate.

  • 13 Maggio 1943

I ruderi della chiesa di Gesù e Maria, bombardata il 13 maggio 1943

Il 13 Maggio 1943 il nemico inflisse il colpo finale alla città, con un’operazione bellica a vasto raggio, sviluppatisi in due ondate entrambe in pieno giorno; purtroppo, come spesso accade nelle dispute belliche, un alto prezzo fu pagato dalla popolazione civile, che accusò molti morti di entrambi i sessi e di diversa età. Fu principalmente il centro urbano a ricevere un duro colpo, con tante case intera-mente distrutte o rese gravemente inagibili; neanche le costruzioni religiose furono risparmiate da questo terribile attacco: la chiesa di Gesù e Maria, in Via Megara all’incrocio con Via Garibaldi, e quella di Sant’Andrea, in Via Principe Umberto all’angolo della Via Limpetra, furono rase totalmente al suolo dalle bombe. I danni provocati dal martellante bombardamento di quel triste e funesto giorno, arrecarono ulteriore sconforto e resero ancora più impossibile la vita a quei tanti cittadini che, per cause diverse e nonostante il grande pericolo a cui si esponevano, erano rimasti in città. La pioggia di ordigni esplosivi ridusse la città in un gravissimo stato generale, con la rete idrica danneggiata, senza l’energia elettrica e con le strade invase dalle macerie e cosparse di grosse buche. Una situazione disastrosa ed impossibile da vivere, che costrinse anche i più restii ad abbandonare le proprie case per aggiungersi a quel già numeroso popolo di sfollati nell’entroterra, in attesa di tempi migliori.

Il sopravvissuto campanile della chiesa di Sant’Andrea dopo il bombardamento del 13 maggio 1943

Anche se quel 13 Maggio fu il più funesto giorno della storia recente di Augusta, esso rappresentò l’inizio della conclusione di quel periodo bellico, almeno per la città megarese. Infatti, alcuni mesi più tardi, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia ed il successivo armistizio di Cassibile, stipulato il 3 Settembre fra i rappresentanti del Governo italiano e quelli dello Stato Maggiore delle forze Alleate, per risparmiare ulteriori danni alla Nazione, da queste parti in concreto cessarono le azioni belliche, anche se la guerra andò avanti per circa altri due anni, con il fronte bellico sempre più spostato verso il Nord Italia.  Gli Alleati sbarcarono ad Augusta il 13 Luglio 1943 e, trovando macerie e disordine in ogni angolo della città, agirono con l’intento di riportare la calma e far ritornare il paese alla sua vita normale, anche se la città subì gli ultimi disperati attacchi aerei compiuti dai tedeschi nel tentativo di contrastare il nemico sulle postazioni perdute. Così, se prima la città era stata soggetta agli attacchi degli angloamericani, in seguito furono le incursioni degli aerei tedeschi ad arrecare paura e creare panico fra la gente: l’ultimo attacco aereo tedesco su Augusta fu sferrato nella notte di Capodanno, che chiudeva il mesto 1943 e poneva la fine anche ai bombardamenti sulla città megarese.

  • Il rientro in città

Piazza Carmine, la caserma dei carabinieri dopo i bombardamenti del 13 maggio 1943

Fra gli ultimi e preoccupanti allarmi d’incursioni aeree tedesche e la presenza dei militari delle forze occupanti, sempre molto sospettosi nei confronti della popolazione, la vita cittadina diventò ancora più complicata di quanto già lo fosse a causa della situazione in cui versava l’intera città, rendendo difficili ed impossibili persino le cose più normali ed elementari. Per motivi militari e di sicurezza l’ingresso nel centro urbano era limitato soltanto a poche ore del giorno e concesso soltanto per impegni di lavoro o per altri validi motivi e se in possesso di un lasciapassare; il libero rientro in città degli sfollati fu gradualmente consentito a cominciare dall’autunno inoltrato dello stesso 1943. Molte famiglie, rimaste senza casa a causa dei bombardamenti, continuavano a vivere lontani dalla città, ospiti di parenti o di conoscenti, e quotidianamente erano costretti a percorrere un lungo tragitto per recarsi, per svariati motivi, nel centro abitato. Un percorso che si snodava attraverso stradine polverose o fangose e che si affrontava a piedi, con un carretto o in bicicletta, trasportando magari qualche utile bagaglio. Tante persone, rientrando in città dopo mesi di forzata assenza, non erano neanche certe di poter ritornare ad abitare nelle loro case, in quanto distrutte dalle bombe o, se ancora esistenti, perché ridotte in uno stato molto deprimente. Infatti, quella che si presentava agli occhi degli sfollati che ritornavano a casa era una località piena di macerie e con tante scheletriche costruzioni che la rendevano simile ad una città fantasma. Oltre al danno provocato dalle bombe piovute dal cielo, molte case erano state frugate e saccheggiate nel maggior dei casi dagli stessi soldati angloamericani, che asportavano mobili e masserizie ed utilizzavano le più grandi e le più comode abitazioni come loro alloggi.

Ad Augusta la situazione economica era disastrosa, in concreto in città non esisteva quasi nulla, vi era molta miseria e molteplici famiglie vivevano alla giornata, arrangiandosi alla meglio; prevaleva una situazione ambientale abbastanza drammatica, con la gente che doveva vivere altri momenti non solo tristi ma anche umilianti in conseguenza dei compromessi fatti per la sopravvivenza, primo fra tutti il dover accettare viveri ed altri prodotti di prima necessità dai soldati delle forze occupanti, che non si risparmiarono nulla nel far pesare onerosamente il loro aiuto. Erano tantissimi i disoccupati che andavano alla continua e disperata ricerca di un qualsiasi lavoro pur di racimolare qualcosa per dare un sostegno alla propria famiglia. Comunque, nonostante fossero ancora insufficienti tutte le opere e i servizi pubblici, necessari allo svolgimento della normale vita cittadina, fu finalmente concesso liberamente l’ingresso in città a tutta la popolazione. La ricostruzione imponeva grossi sacrifici per riportare la città ad una dignitosa situazione ambientale, furono operazioni molto ardue che misero a dura prova l’intera popolazione, desiderosa di tornare alle loro case ed alle loro cose; col trascorrere dei mesi e con il ripristino dei principali servizi pubblici, pian piano, ad Augusta ricominciò la vita di sempre.

Salvo Lentini


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