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Keith, drug and rock’n’roll

Il Blog sulla musica Rumore Bianco di Giulio Siniscalchi per La Gazzetta Augustana.it

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Sono lì trepidante di attesa, le gambe stanche, la gola secca e la maglia sudata dopo un pomeriggio sotto il sole. Ogni tanto quelli dello staff si avvicinano con dei secchi di acqua e ghiaccio e ce li tirano addosso. Uno sconosciuto mi offre un bicchiere con della birra, che rifiuto perché non vado in bagno dalla mattina. Intorno a me c’è chi fuma sigarette e chi si gira una canna per ammazzare l’attesa.

È il 7 giugno 2014, sono in Olanda a Landgraaf al Pinkpop Festival, John Mayer ha appena finito di suonare, e finalmente tra poco i Rolling Stones saliranno sul palco. Tralasciando la bellezza del posto e del festival, le birre gratis date in cambio se riportavi indietro dieci bicchieri di plastica, l’emancipazione degli Olandesi e le più belle rockers che io abbia mai visto, ad un certo punto mi sono chiesto se fosse valsa la pena di sopportare una giornata così stancante. La risposta è arrivata qualche minuto dopo quando Keith Richards è salito sul palco con la sua “Fender Telecaster Blonde”, l’ha impugnata ed è partito con uno dei suoi riff più belli in assoluto. “Watch it!” ha urlato Mick Jagger e l’uragano di fuoco incrociato si è scatenato intorno a me. La risposta è assolutamente si, ed il mio è stato un sogno che si avvera.

Tutto comincia nella periferia di Londra, a Dartfor per l’esattezza, quando il 18 dicembre del 1943 nasce Keith Richards. Continuerà circa cinquant’anni dopo nel 1993 quando mia madre mi darà alla luce, fino ad arrivare a quel fantastico giorno in Olanda. Nel mezzo ci saranno milioni di concerti, riff che resteranno incastonati nelle tavole della legge del rock, tanta troppa droga e altrettanto alcool, arresti e scandali vari, amori e figli, luci e molte ombre. Ascolti su ascolti sotto la supervisione di mio padre, degli album delle pietre rotolanti che hanno segnato la storia del rock e che mi hanno fatto entrare in testa quella musica che non è voluta più uscire.

E così è iniziata la venerazione per quel losco figuro sotto il soprannome di Keff che per ciò che ha fatto nella sua vita, musica esclusa, dovrebbe essere tutto fuorché venerato. Ma che ci possiamo fare si sa che i cattivi hanno sempre il loro fascino. E Keith è il cattivo per eccellenza (“fareste mai uscire vostra figlia con un Rolling Stones?”, si diceva ai tempi). Per raccontare le sue malefatte e suoi eccessi non basterebbe un libro, anzi si, infatti sta tutto scritto nella sua autobiografia “Life” curata da James Fox. Un libro che parla degli Stones, ma che parla soprattutto di musica.

Quello che colpisce di Keith è proprio la sua assoluta limpidezza, e sincerità nei confronti di se stesso e di ciò che è stato. Non tergiversa ne nasconde nulla nel suo libro, senza però diventare autoreferenziale, ed è proprio per questo che lo ami, perché Keith è così, prendere o lasciare. 
Non è un chitarrista tecnico, ma è la testimonianza vivente che per entrare nel cuore della gente, la tecnica non è fondamentale, perché pezzi come Gimme Shelter o Wild Horses ti fanno vibrare l’anima come pochi nonostante la loro “semplicità” musicale.

Foto di Giulio Siniscalchi

Foto di Giulio Siniscalchi

D’altronde se si legge il suo libro appare chiaro quale fosse l’obbiettivo di Keith e compagni, loro volevano fare Blues, loro volevano essere dei bianchi che suonavano musica nera. E si sa il Blues non ha bisogno di artifizi particolari perché va dritto al cuore. 
Settantadue anni e nessuna voglia di smettere infatti ha appena pubblicato un suo album solista “Crosseyed Heart”. Ma d’altronde da uno così che cosa ci si può aspettare? Da uno che scendendo da un ramo di una palma alle Fijii dov’era seduto, scivola, batte la testa, si frattura la scatola cranica con tanto di ematoma celebrale.

Subisce un’operazione che non gli garantiva di poter continuare a parlare e cinque settimane dopo sale sul palco per un concerto con sei viti in titanio a serrargli la calotta cranica. “Beh per fortuna Andrew Law (il chirurgo) era un mio fan!”, risponderà quando gli chiederanno di raccontare il fatto. Se sesso, droga e rock’n’roll cercassero un testimonial, la scelta ricadrebbe di sicuro su Keith, uno che quando decise di spargere le ceneri del padre per piantare una quercia, ne rovesciò un po’ sul tavolo e se le sniffò passandoci il dito sopra.

Uno che alla domanda cosa non rifaresti nella tua vita risponde : “girare per le strade di Londra in auto a 120 km/h fatto di speedball”. 
Per descriverlo con correttezza le parole più adatte sono sicuramente quelle di una sua intervista, quando dice che nella sua vita avrebbe potuto fare tante cose ed invece scelse di suonare. Certe volte riconsidera un po’ l’idea, quando ha una giornata no e osserva le sue dita rovinate dalle corte. Ma poi si rende conto di aver fatto la scelta giusta. Ammette di non essere normale, ma d’altronde, come dice lui stesso, se fosse stato normale non avrebbe fatto il chitarrista degli Stones.

Keith Richards resta un vero rocker pur avendo superato i 70 anni, perché un’anima veramente rock non si compra, o la si ha o non la si ha. E se i più vicini a lui dicono che bastino dieci secondi per conoscerlo realmente, a noi non basterà un’intera vita per amarlo abbastanza.


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