Cronaca

Operazione “Xiphonia”: gli arresti, le accuse, gli interrogativi sul futuro del porto turistico di Augusta

AUGUSTA – Due noti imprenditori augustani agli arresti domiciliari, cinque misure interdittive per la durata di dieci mesi e un sequestro per 7,5 milioni di euro. Questo il bilancio dell’operazione chiamata “Xiphonia”, con la quale la Guardia di finanza di Siracusa ha eseguito una serie di misure cautelari (personali e reali) disposte dal Gip di Siracusa e nelle quali vengono contestate agli indagati le ipotesi di reato di “associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla truffa per la percezione di contributi pubblici“.

Ai domiciliari sono finiti Alfio Fazio e Antonino Ranno, imprenditori augustani, il primo operante nel settore delle opere marittime e il secondo in quello edile. Attorno alle figure dei due imprenditori, ritenuti dagli inquirenti i presunti “organizzatori dell’associazione“, ruoterebbero inoltre, quali presunti “compartecipi“, gli amministratori di diritto delle società coinvolte che, secondo gli inquirenti, “attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture false“, avrebbero “reso possibile la realizzazione del disegno delittuoso“. In cinque sono stati destinatari di misura cautelare interdittiva (divieto di esercitare uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese) per la durata di 10 mesi.

La vicenda riguarda il porto turistico in corso di completamento nel golfo Xifonio di Augusta, destinatario di un contributo del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) per 8 milioni di euro. Secondo quanto emerso nel corso della conferenza stampa della Guardia di finanza, sarebbe stata liquidata solo la prima tranche dell’agevolazione pari a 2.666.400 euro (il 33,33 per cento), e a seguito dell’operazione odierna è stata pertanto interrotta l’erogazione della seconda e della terza tranche, per altri circa 6,5 milioni di euro.

Secondo i finanzieri, le presunte fatture false “riguarderebbero sostanzialmente l’acquisto di palancole, la fornitura di blocchi di cemento e di pali-tubi camiciati in acciaio, nonché le operazioni relative al nolo a caldo dei mezzi marittimi ed i contratti di dragaggio”.

Gli inquirenti ipotizzano un “sodalizio criminoso, organizzato in un reticolo di società che hanno emesso e utilizzato fatture per operazioni inesistenti dirette a rendicontare una serie di lavori in realtà mai realizzati” e “formalizzati solo per gonfiare artificiosamente i costi di realizzazione del porto in modo da determinare il quanto dell’erogazione pubblica assentita“.

Qui di seguito il meccanismo di presunta “interposizione fittizia” così come ricostruito dagli investigatori della Guardia di finanza: “L’imprenditore marittimo è risultato l’ideatore e il principale organizzatore del sistema illecito. Costui è infatti l’amministratore della società destinataria del contributo pubblico, nonché titolare di numerose cariche nelle altre “società di famiglia” tutte operanti nel medesimo settore. Il perno attorno al quale ruota il meccanismo delittuoso è invece l’imprenditore edile, amministratore di fatto di una società che si occupa sostanzialmente di edilizia residenziale. Quest’ultima è priva di qualsivoglia know how nella specifica materia ed è sprovvisto delle attrezzature adeguate per svolgere lavori (in mare) necessari alla costruzione di un porto turistico. Nondimeno alla stessa l’ente titolare del contributo affidava la realizzazione di rilevanti opere infrastrutturali nel porto turistico di Augusta. Non essendo in grado di operare con autonome risorse umane e materiali, la società edile subappaltava i lavori a lei affidati a ulteriori società che, in molti casi, sono risultate riconducibili alla stessa famiglia dell’impresario marittimo. Queste società fatturavano alla committente, che a sua volta “girava i costi” alla titolare del finanziamento, dichiarando nei documenti valori notevolmente sovradimensionati ovvero gonfiati rispetto a quelli reali. Pertanto, nella sostanza, la società operante nel ramo delle costruzioni residenziali assumeva solo formalmente il ruolo di appaltatrice delle opere, così costituendo il “paravento giuridico” perché il progetto criminoso si avviasse e realizzasse. Il meccanismo sopra delineato, classificabile tra le ipotesi scolastiche di “interposizione fittizia” soggettiva, consentiva di “gonfiare” sensibilmente costi solo cartolarmente sostenuti, creando un considerevole disallineamento tra il reale impegno economico sostenuto dalla famiglia realizzatrice dell’opera portuale e quello – artificiosamente superiore – documentato dalle fatture presentate alla Regione Sicilia per l’erogazione del contributo pubblico“.

Ovviamente, la notizia del provvedimento giudiziario ha rapidamente fatto il giro della città e di commenti vari sono stati inondati i social media. Il porto turistico, dopo un lunghissimo iter burocratico, aveva cominciato a essere operativo per il rifugio dei natanti a fine maggio e recentemente era stata annunciata l’apertura di tutti i 247 posti barca, anche se, nel frattempo, i lavori proseguivano per il completamento dell’opera.

Un’opera attesa da molti augustani come un primo serio tentativo di attrazione turistica, dopo tanto clamore avverso alla comunità sia per i veleni industriali sia per il mancato depuratore delle acque reflue, e su cui adesso pende un punto interrogativo che dovrà attendere i tempi della giustizia.

Ecco il servizio de La Gazzetta Siracusana.it


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