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Revenant – La rivoluzione cinematografica dello sguardo: l’immagine sensoriale

Se André Bazin, critico e teorico cinematografico francese che distinse tra registi che credono nell’immagine e registi che credono nella realtà, avesse assistito alla proiezione di Revenant di Alejandro González Iñárritu, sarebbe saltato in piedi sulla sedia. L’ultima opera dell’ormai famoso regista messicano è destinata a rimanere una perla nel panorama cinematografico mondiale soprattutto per un elemento fondamentale: si annulla ogni barriera di fruizione, il nostro occhio diventa la macchina da presa.

Iñárritu eleva l’immagine cinematografica ad immagine-verità, più specificatamente immagine-sensoriale, attraverso un utilizzo spasmodico e quasi ossessivo di sensazioni che lo spettatore prova sulla propria pelle. Revenant catapulta dentro una “storia da vivere”, anche perché la forza della pellicola si sbilancia verso la supremazia dell’immagine veicolata attraverso una storia lineare, classica, a volte prevedibile, che non apporta margini di sperimentazione.

La classicità di una sceneggiatura, che potremmo definire western, lascia ampio respiro alla regia che satura la storia di senso. L’inizio del film mette ben in luce quali sono i canoni che caratterizzano l’intera pellicola: morte/vendetta, sangue/natura. Dopo una breve didascalia che connota i fatti in cui si svolge la vicenda, Iñárritu ci abbandona al centro di un vortice senza alcuna cima di appiglio, rivoluzionando la rappresentazione stessa della battaglia. Potremmo in qualche modo marcare una linea di confine tra il prima e il dopo Revenant, secondo la quale si può evidenziare un precedente modo di fare cinema che prevedeva l’utilizzo di un “distacco” tra l’occhio dello spettatore e gli eventi narrati, mentre con Revenant è come se si concretizzasse fisicamente la teoria del “cineocchio” di Dziga Vertov, ma con un ulteriore passo in avanti: il nostro occhio arriva a trovarsi anche al di là della lente cinematografica.

Revenant racconta la leggendaria storia di Hugh Glass, esploratore e cacciatore di pellicce che nel 1822 intraprese un viaggio di tremila miglia, attraverso le condizioni più estreme, sopravvivendo ai pericoli e alle minacce della natura e degli uomini, mosso unicamente da un principio invalicabile di volontà: la vendetta. Ancora una volta Iñárritu cambia scelte di narrazione cinematografica; mai come adesso infatti siamo lontani dallo stile frammentato e direi postmoderno di film come Amores perros, 21 Grammi e Babel e anche dallo stile metacinematografico e surreale di Birdman, operando una virata verso direzioni che forse da lui non ci saremmo aspettati.

Rimane però una costante su cui è importante indugiare perché è un tassello chiave non solo della cinematografia di Iñárritu, ma anche della sua stessa persona: il concetto di frontiera. In Revenant emerge in modo forte il concetto di frontiera come separazione di spazi, diversità intesa non solo come appartenenza di luoghi ma anche come fisicità e cultura. L’aver vissuto la frontiera sulla propria pelle, essendo un regista messicano emigrato negli Stati Uniti, lo rende particolarmente legato alla liminalità che essa stessa rappresenta.

I nativi, in Revenant, lottano per ciò che è loro, per ciò che si tenta di estirpargli, per le loro famiglie e anche per un concetto supremo di amore e natura. Le spedizioni alla ricerca di pellicce intacca quel mondo, lo status quo di una natura perfettamente in equilibrio che sa essere per l’uomo ostile e nemica, ma anche madre e salvatrice. La filosofia dei nativi ben incarna questo senso di onnipotenza della natura e di appartenenza ad essa con la frase più volte citata all’interno del film: “Quando c’è una tempesta e stai di fronte a un albero… se guardi ai suoi rami, giureresti che stia per cadere. Ma se guardi al tronco, vedrai la sua forza”.

Revenant porta sullo schermo un “senso moderno di western” in cui nulla è lasciato all’immaginazione e soprattutto viene meno il senso di “sospensione di credulità” che si attua ogni volta che si entra, che porta a pensare “ok è solo un film”. Non viene “svelato il trucco”, tutto è tremendamente e fisicamente crudo e reale, anche il fiato di Hugh Glass, così vicino alla lente della camera da appannarla, dà la sensazione di poter toccare il corpo dilaniato di Di Caprio. I meravigliosi piani sequenza, attraverso l’assenza di stacchi, permettono un fluire della telecamera che carica ulteriormente di emotività le immagini, come la scena della battaglia iniziale che catapulta lo spettatore tra le frecce, il sangue e i cadaveri. Quest’ultimo, infatti, partecipa attivamente all’assalto perché Iñárritu compie la forte scelta di stare addosso ai personaggi, dando, attraverso il continuo movimento, un senso di ansia e smarrimento e facendo sì che le ferite e il dolore diventino essi stessi protagonisti. Le inquadrature quasi claustrofobiche sui protagonisti contrastano con le immagini di ampio respiro della natura quieta, muta, perfetta nel suo fluire.

Le “dinamiche di contrasto” caratterizzano l’intera pellicola: Glass/Fitzgerald, uomo/natura, nativi/cacciatori di pellicce, uomini/donne, onore/tradimento, volontà/vigliaccheria, guerra/ordine naturale, sangue/neve. In particolare Glass è l’uomo d’onore, il punto di incontro tra i cacciatori di pellicce e i nativi americani perché parla la loro lingua, conosce i loro luoghi e la loro cultura e più di ogni altra cosa in lui scorre il loro sangue (suo figlio è frutto dell’amore con una donna Pawnee). La vendetta di Glass verte, quindi, su un principio profondo e invalicabile: l’amore per suo figlio che, dopo la morte della madre, aveva giurato di proteggere per sempre. Fitzgerald non è solo il suo antagonista, ma anche il suo opposto: privo di sentimenti, d’onore, solo, mercenario, egoista.

Al di là di alcuni eccessi per cui il film può risultare troppo lungo, si rimane incollati alla vicenda espiando le sofferenze di Glass attraverso una sofferenza che non ha bisogno di parole: il film è molto spesso privo di dialogo ma non muto di emozioni. Iñárritu affida la storia alle immagini, alla gestualità e al corpo di Di Caprio, il quale diventa veicolo dilaniato di mere emozione “provate” e non “spiegate”.

Inoltre, un ulteriore gradino di analisi ci permette, di approdare alla sfera del simbolismo di cui il film appare permeato; prima fra tutte la spirale incisa nella borraccia d’acqua. La spirale ha un significato profondo come linea del bello, della perfezione, che tende in senso estetico, ossia filosofico, alla perfezione. È la linea curva, la linea serpentina esistente in tutte le cose: è la linea della natura, dei fiumi, delle ossa, dell’orecchio umano, della conchiglia Nautilus pompilius, dello yin e yang. La spirale, incisa tra l’altro su una borraccia d’acqua simbolo di vita, rappresenta la natura come perfezione ed equilibrio (che di fatto salverà Glass nonostante le avversità).

Si assiste, inoltre, a un senso di misticismo dato dalla presenza costante della voce della donna amata da Glass, morta proprio durante un assalto nel loro villaggio da parte dei cacciatori di pellicce. Lei è la voce della saggezza, del perfetto rapporto osmotico con la natura, è la voce del coraggio, dell’illuminazione quasi divina. In tal senso si spiega la scelta di sovrapporre la voce della donna all’immagine di alti alberi che svettano verso il cielo saturando lo schermo con linee parallele che non rimandano un senso di claustrofobia bensì di protezione e potenza (il gusto estetico e minuzioso nella costruzione del riquadro cinematografico è una caratteristica del regista e assolutamente visibile lungo tutto il film).

Anche la sequenza dentro una chiesa diroccata è fortemente simbolica slittando esplicitamente verso piano del mistico-trascendentale delineando una sorta di redenzione cristologica e salvezza dell’anima. Proprio qui avviene la visione del figlio morto da parte di Glass (ucciso da Fitzgerald) come luogo simbolo di salvezza, salvo poi svanire abbracciato ad un albero (altra simbologia).

Al di là degli aspetti simbolico-narrativi su cui si potrebbe approfondire molto, rimane portante la grandiosità degli effetti visivi, grazie anche ad una fotografia quasi da pittura su tela caratterizzata dal girare solo con luce naturale, e agli effetti tecnici che rendono scene come quella della lotta con l’orso veramente da manuale. Girato in condizione estreme Revenant, con l’ossessione del realismo più vero, con effetti che rendono reale e tangibile anche ciò che non lo è, in cui la natura si fa protagonista irrompendo sullo schermo nel suo essere selvaggia e incantevole, è senza dubbio un’opera che condurrà il film a vincere la/le statuette nei prossimi Oscar.

Il Blog su cinema e cortometraggio Augusta 2016 Obraz di Claudia La Ferla per La Gazzetta Augustana.it


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