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Sonorità “easy” francesi per dimenticare un ottobre turbolento

Il Blog sulla musica Rumore Bianco di Giulio Siniscalchi per La Gazzetta Augustana.it

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Eccoci qua, questo ottobre siciliano si è rivelato particolarmente turbolento. L’alternarsi di condizioni meteorologiche diametralmente opposte ha fatto sì che il mio stato mentale somigliasse un po’ a quello del caro Jim Morrison quando si stordiva a Venice Beach. Lui poi, però, incontrando Ray Manzarek fondò i “The Doors” tra un trip e l’altro. Io ho modificato la disposizione dei mobili della mia vecchia stanza…


Insomma, tra un bagno a mare e un bagno nei fiumi e laghi artificiali venutisi a creare a seguito delle torrenziali piogge augustane, la mente aveva bisogno di qualcosa di tranquillo da ascoltare, senza però scadere nella banalità. E, abracadabra, aprendo la mia libreria musicale mi sono imbattuto in un gruppo che non mi soffermavo ad ascoltare da tempo, il fantastico duo francese degli AIR.

Una delle cose che più mi fa amare gli AIR è la loro apparente non pertinenza con la musica. Jean-Benoit Dunckel insegna infatti matematica, anche se ha precedentemente studiato musica classica, Nicolas Godin è un neo-laureato in architettura (dai che hai ancora speranza Giulio!). Entrambi decidono di mandare bellamente a quel paese le loro professioni in nome dell’amata musica.

È così che nel 1995 formano gli AIR, nome scelto in onore del grande architetto svizzero Le Corbusier, idolo di Godin. Questo duo transalpino si prefigge una missione che a quel tempo appariva irrealizzabile: far risorgere e rinnovare quel movimento elettronico che aveva visto nei pionieri di Düsseldorf, i tanto amati Kraftwerk, una delle sue massime espressioni. 
“Sembrava impossibile ma ce l’abbiamo fatta!”. I due galletti combinano le loro differenti vocazioni in un connubio perfetto, la sperimentazione più elettronica di Godin infatti si sposa a meraviglia con la venatura più classica di Dunckel. Il risultato è sorprendente, ed improvvisamente anche la parolaccia “easy listening” verrà sganciata dalla qualificazione di “merda” che fino ad allora le si affiancava.

Tastiere molto vintage, soavi languori psichedelici, dei ritornelli dolcissimi e un fantastico accompagnamento orchestrale, molto retrò, ma molto bello. Il tutto suggellato da quel “French Touch” che lega in maniera splendida passato e futuro. Gli AIR hanno reinventato il concetto di pop elettronico che era stato calpestato, offeso, appallottolato e lanciato il più lontano possibile. 
E la cosa che stupisce maggiormente nella loro musica è il dosaggio degli elementi. È tutto perfetto, un po’ come la Nutella o la Coca Cola, si conoscono gli ingredienti ma sono le dosi che spostano, in due parole: “Buon Gusto”. Non scadono mai nella banalità, e realizzano degli arrangiamenti soavi in un mix di classico e modernismo. Si ottiene un’opera poetica quasi onirica che ha come miglior pregio quello di essere senza tempo, ed infatti oggigiorno, a distanza di quasi vent’anni, la musica degli AIR per me rimane sempre un capolavoro.

Il periodo di massima espressione del potenziale del duo francese si colloca in un arco temporale di tre anni partendo dal 1998 fino al 2001. Nel ’98 infatti, messi sotto contratto dalla Virgin, gli AIR fanno il botto al primo colpo e arrivano (è il caso di dirlo) sulla luna con l’uscita del primo album “Moon Safari”. In questo primo disco c’è tutto, dal pop a Morricone, dalla psichedelica all’electro-dance, è una perfetta rielaborazione del concetto di “easy listening” con una cura dei dettagli maniacale. La particolarità nonché bellezza è che tutti gli strumenti che figurano nell’album sono suonati dal vivo senza campionamenti, per poi venire arrangiati in maniera poetica dai due. Sentiamo quindi chitarre acustiche mischiate a sintetizzatori analogici, Moog e tuba, violino e vocoder, il tutto crea una musica purissima condita dalla dolce voce di Beth Hirsch, che diventa un tutt’uno con gli archi.

air-moon-safari-rumore-bianco-blog-la-gazzetta-augustanaNon so quale delle tante definizioni attribuitegli sia la più adatta a descrivere l’album, se “Kraftwerk affogati nello sciroppo di fragole” o “il mondo visto attraverso una coppa di champagne”. So solo che “Moon Safari” è un album che ho consumato di ascolti, che rimane sempre attuale e che non mi stanco mai di ascoltare. Continuando sulla magnifica scia intrapresa con il primo album i due ragazzi nel 2000 vengono ingaggiati da Sofia Coppola per la realizzazione della colonna sonora del bellissimo “Il Giardino delle Vergini Suicide”. I due scenderanno dalla luna e si caleranno nell’angoscia che regna sovrana nel film, aiutati da una soffusa psichedelica molto anni 70 che ricorda “The Dark Side Of The Moon” dei mitici Pink Floyd. Le vette di estrema drammaticità raggiunte con questo “disco-colonna sonora”, e quella chiave epica e struggente, non passeranno inosservate e la critica mondiale inizierà a lodare il nome degli AIR in maniera definitiva.

Passato appena un anno, esce nel 2001 “10.000 Hz Legend”, un album più esplorativo rispetto ai precedenti dove compare, persistente, una componente di elettronica più decisa che si mischierà a melodici archi. Il risultato complessivo sarà ancora un ottimo album.
 Come però accade in tutte le più belle cose, i due francesini non riusciranno a rimanere stabili sui livelli dei primi tre album, forse anche per il livello delle aspettative createsi su di loro. Realizzeranno comunque ancora della bella musica senza però, a mio modo di vedere, toccare più le vette di bellezza raggiunte in precedenza.
 Gli AIR rimangono comunque un fantastico gruppo di fine anni ’90, capaci di rivitalizzare un genere che sembrava destinato al più totale declino, in degli anni che avevano appena subito la scossa dell’ondata grunge. Forse non si può bere champagne per sempre, ma bisogna accontentarsi di farlo solo ogni tanto.


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