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Augusta, è il Giorno del ricordo. La testimonianza di Tullio Santalesa al municipio. Diretta streaming ore 10

AUGUSTA – Le bandiere a mezz’asta del palazzo comunale e una conferenza istituzionale caratterizzeranno la celebrazione del “Giorno del ricordo”, per non dimenticare le vittime delle foibe e l’esodo istriano giuliano-dalmata, iniziativa promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Augusta con il patrocinio dell’Associazione nazionale dalmata. Un appuntamento con la storia, nella mattina di questo mercoledì 10 febbraio, in cui voce della memoria sarà quella dell’augustano di adozione Tullio Santalesa, esule istriano, in diretta streaming per raggiungere il maggior numero di concittadini e in particolare di studenti, esplicitamente invitati dal Comune a collegarsi, considerato che l’evento si svolgerà a porte chiuse causa restrizioni anti-Covid.

La conferenza dal titolo “Foibe ed esodo: conoscere per non dimenticare”, dal salone di rappresentanza del palazzo di città, verrà trasmessa in diretta streaming dalle ore 10 sui canali de La Gazzetta Augustana.it, sia sul sito Web [1] (sezione Diretta streaming) che sulla pagina Facebook [2].

Dopo l’iniziativa istituzionale per il Giorno della memoria della Shoah, lo scorso 27 gennaio, “continuano così gli incontri inseriti nel cartellone delle iniziative promosse dalla nostra amministrazione – si legge in una nota dell’assessore alla cultura, Giuseppe Carrabino per fare memoria di quelle dolorose pagine che meritano di essere conosciute. Storie che purtroppo sono state taciute per lungo tempo e che noi abbiamo il dovere di mettere in luce“.

Sono in programma i saluti del sindaco Giuseppe Di Mare e dell’assessore Ombretta Tringali, poi l’assessore Giuseppe Carrabino introdurrà il videomessaggio di saluto della neo presidente dell’Associazione nazionale dalmata, Carla Cace. A testimoniare la tragica vicenda del confine nord-orientale sarà Tullio Santalesa, nato nel 1941 a Fiume, oggi la città croata di Rijeka, che da circa 70 anni è residente ad Augusta. Si tratta della parte della Venezia Giulia che fino alla seconda guerra mondiale comprendeva la penisola istriana, dove i confini dell’Italia con la Jugoslavia erano situati proprio nella città fiumana.

Come ci viene anticipato in una nota, il padre, Antonio, era dipendente della raffineria Romsa (Raffineria oli minerali società anonima), una delle tre raffinerie più antiche d’Europa, fondata nel 1883. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la famiglia si trasferì ad Abbazia e successivamente vicino Albona, in Istria, in una fattoria di proprietà del nonno materno, Giovanni Stepancich. Nel 1943, dopo la richiesta di armistizio da parte del governo italiano, le truppe jugoslave comuniste del maresciallo Tito occuparono gran parte dell’Istria. Fu in quel periodo che iniziarono le persecuzioni nei confronti degli italiani. Una notte venne prelevato dalle truppe partigiane anche Giovanni Stepancich e portato via per un interrogatorio. Di lui non si seppe più nulla. Allo stesso modo sparirono migliaia di persone. Solo dopo decenni di silenzi, anche da parte dello Stato, si rivelerà l’eccidio di oltre diecimila italiani gettati in quelle cavità carsiche note come foibe.

Al termine del secondo conflitto mondiale, la famiglia Santalesa, nel frattempo accresciuta di una componente, chiamata Giuliana, ritornò ad Abbazia. Nel 1947 alcune centinaia di migliaia di italiani furono costretti ad abbandonare il territorio jugoslavo, pena la perdita della cittadinanza italiana. Iniziò così un pellegrinaggio nei vari campi profughi che l’Italia predispose per quanti lasciarono l’Istria e la Dalmazia. E fu proprio nel campo marchigiano di Servigliano (vedi foto di copertina, ndr) che, nel 1949, Antonio Santalesa venne contattato per lavorare in Sicilia. Partì subito da solo. L’anno successivo tutta la famiglia si ricongiunse ad Augusta, dove trovò una seconda opportunità di piantare le proprie radici. E ad Augusta si stabilirono altre famiglie di esuli, molti di loro trovarono casa nel quartiere della Borgata.

Sono storie in gran parte sconosciute, sono storie che dovremmo conoscere – riferisce l’assessore Carrabino – per rendere giustizia a tutti loro e a quanti nelle foibe hanno concluso tragicamente la loro esistenza“.