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Augusta, un Castello svevo senza “superfetazioni” carcerarie: due autorevoli interventi a favore del progetto

AUGUSTA – Pervengono oggi alla Redazione due lettere che intendono contribuire al dibattito sul progetto esecutivo della Soprintendenza aretusea di “consolidamento, restauro e fruizione” del Castello svevo, dibattito particolarmente acceso giacché prevede la demolizione dei piani superiori della struttura carceraria di fine ottocento.

Le due distinte lettere sono del siracusano Giuseppe Brunetti Baldi, consigliere nazionale dell’Istituto italiano dei castelli, antica onlus riconosciuta circa trent’anni fa dal ministero dei Beni culturali, e dall’accademico catanese Eugenio Magnano di San Lio, docente presso la Sds di Architettura dell’Università di Catania con sede in Siracusa, nonché ex presidente della Sezione Sicilia e consigliere scientifico nazionale dello stesso Istituto italiano dei castelli.

Il tutto quando la Regione (stazione appaltante è stato il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento) si trova in una fase molto avanzata, prossima alla consegna dei lavori alle ditte aggiudicatarie del bando di gara, il cui termine è scaduto sei mesi fa, per il primo stralcio funzionale dei lavori da 5 milioni di euro. E alcuni giorni dopo la richiesta, formulata da dieci consiglieri comunali di opposizione, di indire un consiglio comunale monotematico al quale invitare gli enti interessati, Regione e Soprintendenza di Siracusa, ma anche le associazioni Archeoclub e Italia nostra che hanno contestato l’ipotesi delle demolizioni fin dallo scorso giugno.

Ecco qui di seguito la lettera del dott. Giuseppe Brunetti Baldi, dal titolo “Il restauro del Castello di Augusta è l’inizio della rinascita dell’intera città“.

Appare necessario esprimere un’opinione sulla vicenda che si sta sviluppando attorno al progetto di restauro del complesso edilizio denominato Castello di Augusta.

L’intervento è il seguito di una mia iniziativa promossa nell’aprile del 2018, quando nel Salone di Palazzo Zuppello, si svolse un acceso incontro – dibattito sul destino del Castello Federiciano. Allora ero il vice presidente della Sezione Sicilia dell’Istituto Italiano dei Castelli e fui fortemente sostenuto dell’allora Presidente, Prof. Ing. Eugenio Magnano di San Lio, docente della facoltà di Architettura di Catania, sede di Siracusa. In quella sede la Soprintendenza di Siracusa illustrò i futuri progetti di intervento tendenti alla tutela, recupero e valorizzazione del Castello Svevo. Al dibattito, introdotto dal Sindaco pro tempore, parteciparono, rappresentanti qualificati della società civile, quali i Club Services cittadini, Rotary, Lions, Kiwanis, Inner Wheel, la Società Augustana di Storia Patria e infine, ma non ultimo, il Museo della Piazzaforte, consapevoli che le fortificazioni che vanta la città costituiscono un patrimonio unico che deve essere posto al servizio di una visione di sviluppo sostenibile.

Dopo questa necessaria premessa, manifesto subito una mia impressione che rivivo ogni volta che dalla mia Siracusa, visito Augusta. Quando ci si avvicina al centro storico della città un viaggiatore consapevole, studioso del passato, immagina il centro di Augusta simile ad Ortigia. Era questo, forse, lo stesso pensiero che animò l’Imperatore Federico II nel fondare questa città che, nel suo sogno, poteva essere destinata a superare la gloria antica di Siracusa? La visione di un enorme casermone grigio senza alcun elemento architettonico di rilievo ottenebra qualunque altro aspetto e spegne subito l’entusiasmo di trovare ad Augusta il più grande Castello di Federico II costruito a guardia dell’accesso a quella città che dall’Augusto “Stupor Mundi“ venne appunto denominata Augusta.

Ora l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali ha stanziato 5.000.000 di euro per un progetto redatto da tecnici della Soprintendenza di Siracusa destinato al restauro del Castello. Per essere più preciso, il progetto riguarda appunto il restauro del “ Castello Svevo “ che, a mio giudizio più volte manifestato anche in passato, per epoca e valenza storica culturale riveste massima importanza per la città di Augusta. Sono due le fasi temporali previste dal progetto. La prima prevede la demolizione delle sovrastrutture realizzate dal 1890 per la trasformazione e soprelevazione dell’edificio destinato a penitenziario e ciò per alleggerire il complesso fabbricato, impedirne il crollo, e procedere nella seconda fase ad una riqualificazione degli elementi residuali alla demolizione (cioè i più antichi) ed alla sistemazione delle aree esterne circostanti l’edificio.

Mi sembra evidente che l’operazione di restauro ha la sua primaria ragione d’essere nel consolidamento e riemersione del Castello Svevo, con le sue chiare architetture. La eliminazione dei piani più alti del penitenziario infatti ricondurrà l’edificio ad una dimensione tollerabile per la collina sul quale insiste pesantemente, come dimostrano numerosi studi geologici e premiate tesi di laurea che hanno avuto oggetto proprio il Castello Svevo. Inoltre, come attesta la splendida foto che fissa l’immagine del castello, prima della soprelevazione, pubblicata dall’insigne Prof. Giuseppe Agnello, nel suo studio sull’Architettura Sveva (vedi foto di copertina, ndr)non farà perdere la scelta attuata centotrenta anni fa perché allora “tutto” l’edificio diventò penitenziario, seguendo la stessa sorte di altri castelli, in altre città d’Italia, e di ciò sarà di sicuro serbata memoria a piano terra ed in quelle parti superiori che verranno mantenute secondo quanto prevede il progetto.

Ed allora, perché non seguire il sogno di Federico: Augusta che finalmente onora il suo nome, città che più di ogni altra, vanta una invidiabile corona di forti a terra ed a mare, dal Castello Svevo con le sue magnifiche mura spagnole, circondato da terrazze e splendidi giardini, al forte Vittoria e Garcia galleggianti in un mare cristallino, alla Torre d’Avalos, tutti collegati da un servizio di barconi che ne consenta la visita, al Castello di Brucoli, finalmente aperto alla fruizione pubblica. Le fortificazioni potrebbero costituire un mirabile focus di attrazione turistica. Se a questo si aggiunge la realizzazione di una Via Sacra (attuale Garibaldi) ripavimentata, pedonalizzata ed arredata, dal Carmine a San Domenico, con l’omonimo Convento restaurato e fruibile, una Ricetta di Malta (monumento unico!) riconsegnata alla città, una Matrice restaurata, un Museo della Città e della Piazzaforte con spazi adeguati nel Castello di Federico, si configurerebbe una città, peraltro ancora ricca di palazzi barocchi e graziosi palazzetti liberty, degna di riguadagnare lo “status” per la quale era stata fondata.

La scelta della strada da seguire per gli Augustani odierni, è già tracciata. Il restauro del Castello Svevo è l’inizio della rinascita di una città abbrutita da una industrializzazione selvaggia e da decenni di urbanistica di cattivo gusto. La mia speranza è che non venga persa questa occasione, che può essere l’ultima, per il Castello e per la città tutta“.

Qui di seguito, la lettera del prof. ing. Eugenio Magnano di San Lio, dal titolo “Alcune considerazioni sul progetto per il castello di Augusta“.

Il progetto relativo ad un primo intervento sul castello di Augusta presentato dalla Sovrintendenza di Siracusa ha suscitato un vivace dibattito nella comunità cittadina. L’ultimo intervento programmato prevede infatti, principalmente per ragioni strutturali, la demolizione della sopraelevazione del fabbricato che fu realizzata nel 1980 per la definitiva trasformazione dell’edificio in carcere.

Il sito in cui nel 1232 l’imperatore e Re di Sicilia Federico II di Svevia intraprese la costruzione del castello non è dei migliori e i pendii sui quali il complesso dei fabbricati si affaccia su tre lati, composti da rocce alle quali si mescolano però argille e terre sciolte, tendono a scivolare verso il basso. Le condizioni statiche dell’edificio sono state notevolmente aggravate dalla suddetta costruzione carceraria sia sulle fabbriche di epoca sveva, sia su quelle ricostruite e ristrutturate tra XV e XVIII per funzioni militari. Sul piano estetico la detta sopraelevazione si presenta come un massiccio e sinistro corpo parallelepipedo, quasi privo di aperture se si escludono le minuscole finestrelle delle celle per i reclusi e le alte finestre arcuate che davano luce alle corsie interne sulle quali si aprono le porte delle celle.

La demolizione di questa sopraelevazione appare il primo urgente e indispensabile intervento per salvare dal crollo le fabbriche sottostanti, testimonianza del glorioso passato militare del castello, edificio simbolico per l’intera città.

C’è chi vorrebbe opporsi a questa demolizione ritenendo il volume del carcere sovrapposto alle strutture più antiche una testimonianza storica da salvare ad ogni costo per il suo alto valore. Eppure la demolizione dei due piani carcerari che gravano sul castello appare indispensabile per salvare la parte sottostante: viceversa si arriverebbe al crollo dell’intero edificio e alla sua totale perdita.

Negli ultimi anni un eccesso di attribuzione di valore ai fabbricati, qualunque fosse la data della loro costruzione e qualunque fossero le sue qualità architettoniche, ha portato alla formulazione di un dogma secondo il quale nulla si può demolire perché ogni fabbricato è una testimonianza storica di una cultura e di un epoca. Così ad es. un centro storico come quello di Catania non ha visto una sola demolizione se non quelle fraudolente, attuate notte tempo, del palazzo ai Quattro Canti e della Villa Bonaiuto. Nel frattempo continuano a proliferare indisturbate superfetazioni e manomissioni oppure (per esigenze strutturali) sopraelevazioni di mezzo metro delle linee di gronda per ricavare attici panoramici nei sottotetti, come accade quasi sistematicamente ad Ortigia.

La conservazione di tutto ad ogni costo ha raggiunto a volte livelli parossistici. A Messina, mentre la Cittadella del De Grunemberg veniva demolita in molte parti, lasciata in abbandono, usata come sede di un impianto per lo smaltimento dei rifiuti, occupata da un campo abusivo per gli zingari, ecc. …, si aveva la premura di vincolare come sommo monumento di architettura il traliccio costruito nel secondo dopoguerra a Punta Faro per sostenere i cavi dell’alta tensione sospesi sullo Stretto. Naturalmente l’ENEL è stata ben felice di cedere l’ormai inutile struttura che incombe minacciosa sull’abitato sottostante e che all’ente per l’energia elettrica costava alcune decine di milioni di lire ogni anno per la sola manutenzione. Cosa farà la comunità messinese di quel sinistro scheletro di acciaio e come lo gestirà è un mistero cui non è in grado di dare una risposta neanche chi ebbe l’infelice idea di acquistarlo.

Associazioni culturali che hanno il merito di prodigarsi eroicamente per salvaguardare il patrimonio storico e paesaggistico dagli assalti della speculazione e dell’ignoranza, hanno sentito molto forte l’imperativo di fare sentire la propria voce anche nell’occasione della presentazione del progetto della Sovrintendenza di Siracusa per il castello di Augusta. Nella circostanza il carcere tardo ottocentesco sembra avere assunto i connotati di opera architettonica di grande qualità e, soprattutto, testimonianza storica del periodo di maggior splendore per la città di Augusta, memoria alla quale la comunità cittadina non può rinunciare se non con la perdita di un importante elemento della propria identità culturale.

La città cosmopolita che è stata Augusta con la presenza di militari provenienti da mezza Europa, di alti ufficiali e soldati di ogni grado che ad Augusta si sono sposati e sono rimasti, di cavalieri di Malta che qui hanno trovato il luogo ideale per i rifornimenti della loro isola e che nel Settecento vi hanno edificato la monumentale Ricetta, la città voluta da Federico II di Svevia che l’ha battezzata con l’appellativo degli imperatori dell’Antica Roma cui si ispirava culturalmente e politicamente, la città che ha dato i natali e la prima educazione musicale a Emanuele Rincon de Astorga, forse trova oggi la propria identità nel carcere tardo ottocentesco che come grande tabuto in muratura grava sul castello?

Come si può ben capire la mia simpatia e il mio interesse per la fabbrica ottocentesca del carcere sono molto scarse, ma posso anche immedesimarmi in chi la trova interessante e degna di essere conservata. Se la presenza di questa massa muraria non aggravasse le già precarie condizioni statiche delle fabbriche sottostanti e del terreno di fondazione, si potrebbe forse anche pensare di conservarla, purché poi si trovino i fondi per mantenerla dignitosamente e purché si trovi per essa una destinazione d’uso consona. Ma mi pare sia assodato, alla luce delle indagini svolte dai tecnici della Sovrintendenza, che il mantenimento di questo pesante carico sulle strutture più antiche e su un terreno geologicamente infido comporterebbe inevitabilmente un progressivo degrado strutturale con l’esito finale della perdita di tutto.

Il voler conservare tutto ad ogni costo è spesso atteggiamento dettato dalla paura di perdere qualcosa. È simile alla fissazione di quelli che in casa non buttano nulla e conservano tutto col rischio di non avere più un posto per riporre le cose che valgono e sono utili.

In questa vicenda del castello la città di Augusta non deve avere paura e deve riprendersi il ruolo e la dignità che la città ha avuto in tempi migliori. Quando il castello sarà restaurato e in esso avrà degna sede il Museo della Piazzaforte, quando la Via Garibaldi diventerà quello che per Catania è la Via Crociferi, quando la città riavrà il convento di San Domenico quando le opere fortificate attorno al castello saranno riportate alla loro dignità e si potrà andare per mare a vistare i forti Vittoria, Garsia e Avalos, la città di Augusta potrà stare alla pari con la sue sorelle Siracusa e Catania. La liberazione dalla superfetazione del carcere delle più antiche strutture militari del castello, cui lavorarono generazioni di ingegneri militari deve costituire il primo atto della rinascita culturale di Augusta.

Quando ero ancora poco più che diciottenne, come socio dell’Istituto Italiano dei Castelli, ebbi modo di visitare Castel Maniace, allora ancora in mano ai militari del Genio, e ricordo di aver visto (credo di avere ancora delle foto in bianco e nero) nell’ala meridionale del fabbricato svevo una serie di ambienti che mostravano elementi architettonici databili tra XIV e XIX secolo, quando la sala ipostila del secolo XIII era stata suddivisa per adattarla alle funzioni militari, residenziali e rappresentative cui il castello era stato destinato nel tempo. Se l’architetto Paolini non avesse avuto il coraggio di demolire quelle tramezzature, quei solai lignei, le scale, i portali e tutti gli elementi architettonici che in sei secoli si erano sedimentati oggi non avremmo quella sala con dieci volte a crociera che è uno degli spazi architettonici più suggestivi ed emozionanti del castello siracusano, degno di essere stato sede qualche anno fa di un G7 ambiente

Sono state dette tante cose sulle ragioni pratiche e simboliche che hanno spinto Federico II a costruire quegli splendidi castelli che sono legati al suo nome, ma non si è sottolineato abbastanza che essi sono soprattutto delle opere d’arte, delle architetture costruite per se stesse, sperimentando ogni volta una nuova architettura. Ogni castello federiciano, pur nell’ambito di una medesima cifra stilistica e tecnica, è un’invenzione volumetrica e spaziale inedita venendo a contatto con la quale si prova qual senso di vertigine e quella commozione che suscitano le vere opere d’arte. Fra i castelli siciliani costruiti da Federico (se si esclude il castello del Belvedere a Castelvetrano, che gli viene anch’esso attribuito) quello di Augusta è il più ampio ed è anch’esso un unicum dal punto di vista architettonico. Non si può correre il rischio di perderlo per salvare le lugubri corsie di un carcere del tardo Ottocento“.