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	<title>dantebus &#8211; La Gazzetta Augustana</title>
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		<title>Augusta, due racconti di Bonnici aprono il decimo volume della collana editoriale &#8220;Vele&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2022 13:53:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[AUGUSTA &#8211; C’è un filo rosso che unisce i due racconti dell’augustano Giovanni Bonnici, in apertura di “Vele” il decimo volume, fresco di stampa, della collana di favole e racconti dell’editore romano Dantebus. Il primo racconto ha come titolo “Due sillabe”, con riferimento alla parola “mamma” (composta, appunto, di due sillabe) ed è più breve [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">AUGUSTA &#8211; C’è un filo rosso che unisce i due racconti dell’augustano <strong>Giovanni Bonnici</strong>, in apertura di “<strong>Vele</strong>” il decimo volume, fresco di stampa, della collana di favole e racconti dell’editore romano Dantebus. Il primo racconto ha come titolo “<strong>Due sillabe</strong>”, con riferimento alla parola “mamma” (composta, appunto, di due sillabe) ed è più breve rispetto al secondo, intitolato ”<strong>Il posto della felicità</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’io narrante del <strong>primo</strong> è quello di una <strong>donna</strong> che sta per diventare madre e, nel momento del <strong>travaglio</strong>, rivive le proprie esperienze di figlia con tante madri, tante quante l’hanno accolta e allevata dopo essere stata <strong>rifiutata dalla madre biologica</strong>. Se si volesse trasferire il racconto sullo schermo, si potrebbe partire proprio dall’incipit, dove un’elegante voluta di fumo – che rinvia a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo – rappresenta lo stimolo di un flashback per far emergere i ricordi di un’esistenza senza radici vere, profonde. Il suo forte desiderio era quello di avere un punto preciso di riferimento: una sola madre, non tante madri, che significano tante case, dall’orfanotrofio alla casa di mamma Laura o Donatella o Lucia o Federica, e significano sballottolamenti di qua e di là. La mancanza di una <strong>radice solida</strong> è così intensa che vuole essere ella stessa l’origine di una nuova vita. Non ha avuto una radice, vuole esserlo lei, profondamente, per il figlio. Vuole essere, infatti: “<em>Un punto fermo, una bandiera conficcata nella terra, una stele di pietra pesante abbastanza da non poter essere spostata: questo sarò io per questo figlio</em>”. Con una presenza viva e vitale di figlio generato anche senza amore vuole colmare un perdurante senso di vuoto. Il fumare può aiutare a sentire meno l’orrore del vuoto? L’ &#8220;<em>ultima sigaretta</em>&#8221; (anche qui un tocco di sveviana memoria) deve servire per riacquistare forza e fiducia. “<em>Adesso che si è consumata quest’ultima sigaretta, chiudo gli occhi nella speranza di immergermi ancora una volta, negli odori che solo al buio sanno aprire le porte della mia memoria. E il suo andare avrà la forza necessaria per me e per lui</em>”. L’epilogo è rivelatore: “<em>Benvenuto, amore di mamma</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’introspezione psicologica e il ricorso alla memoria e, quindi, al <strong>flashback</strong>, caratterizzano pure il secondo racconto, il cui io narrante è quello di un figlio con una radice in meno – il padre è morto prima ch’egli nascesse – ma con lo stesso proponimento di rappresentare un “<em>punto fermo</em>” per i figli, soprattutto quanto a coscienza morale, a quel senso dell’etica che ti fa sentire al posto giusto, un posto che può farti provare un brivido di felicità. Il protagonista è un <strong>ex partigiano</strong> che rivive la tragica esperienza della guerra, dell’uccisione di altri esseri umani in nome dell’odio, che si tormenta per quel passato consumato a sparare e a uccidere: “<em>…in tanti anni di guerra e tante morti cui ho assistito dovrei essere un vincitore assoluto. Invece sono il perdente di sempre e mi brucia, mi fa orrore guardare la morte di un uomo, assistere a qualcosa che finisce</em>”. Se il primo racconto si conclude con un chiaro accenno a una speranza incarnata nel figlio che emette il primo vagito, il secondo si chiude con un anelito di infinito, rappresentato dall’amato <strong>mare</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un mare certamente amato dall’<strong>autore</strong>, Giovanni Bonnici, nato, nel 1969, ad Augusta dove vive e lavora come tecnico informatico e consulente tecnico ambientale e dove negli ultimi anni ha anche percorso la via dell&#8217;impegno politico. Bonnici ha di recente intrapreso quest’altra via: quella dell’impegno letterario. L’inizio è incoraggiante, lo stile levigato, le riflessioni stimolanti, la lettura godibilissima. Ad maiora!</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giorgio Càsole</strong></p>
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