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	<title>OBRAZ &#8211; La Gazzetta Augustana</title>
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		<title>Pietre &#8211; L&#8217;immortalità della memoria nel cortometraggio tutto augustano</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 22:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho sempre confidato nella potenza delle immagini, se poi si parla di immagini in movimento credo si possano raggiungere livelli emotivi davvero elevati e spesso inaspettati. Nel caso di Pietre, cortometraggio tutto augustano, questo discorso è particolarmente valido per due ragioni: attiva il processo di emozione/affezione verso qualcosa che ci appartiene e compie un percorso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho sempre confidato nella potenza delle immagini, se poi si parla di immagini in movimento credo si possano raggiungere livelli emotivi davvero elevati e spesso inaspettati. Nel caso di <strong><em>Pietre</em></strong>, cortometraggio tutto augustano, questo discorso è particolarmente valido per due ragioni: attiva il processo di emozione/affezione verso qualcosa che ci appartiene e compie un percorso di “<strong>svelamento del rimosso</strong>”. In particolare con questa seconda accezione faccio riferimento a tutto quel bagaglio di tradizione popolare per la maggior parte perduta col tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pietre</em> compie un percorso mirato, come fosse un viaggio di riappropriazione di sé e della propria “coscienza perduta”</strong>, porta a galla una sorta di subconscio collettivo in stato di quiescenza. Analizzando i fatti allo stato attuale, è abbastanza lampante la sensazione di una sorta di “perdita di memoria”, una condizione di oblio dentro cui il passato diventa sempre più un concetto inafferrabile. La ricca tradizione augustana ha subito nel tempo uno scollamento dal suo popolo, finendo per rimanere relegata ad una sfera incapace di appartenere alle nuove generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’operazione che conduce <em>Pietre</em> mira proprio in questa direzione: riappropriazione, anche tangibile, di <strong>ogni tassello che compone Augusta, sia esso un bene appartenente alla bellezza del territorio, sia esso un bene appartenente alla bellezza delle mente e della memoria</strong>. Il cuore di questo cortometraggio affonda le sue radici in una filosofia molto profonda sintetizzabile con il termine “vita”. Non arrendendosi, infatti, alla morte e alla disfatta di tutto ciò che ha reso, nella storia, questo paese oggetto d’attenzione di artisti, pittori, re, registi, scrittori, <em>Pietre</em> si pone come piccolo trattato di vita di un luogo che non si arrende.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2017/03/pietre-cortometraggio-istituo-corbino-italia-nostra-augusta-2.jpg?x19700"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-28076" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2017/03/pietre-cortometraggio-istituo-corbino-italia-nostra-augusta-2-300x169.jpg?x19700" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2017/03/pietre-cortometraggio-istituo-corbino-italia-nostra-augusta-2-300x169.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2017/03/pietre-cortometraggio-istituo-corbino-italia-nostra-augusta-2-768x432.jpg 768w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2017/03/pietre-cortometraggio-istituo-corbino-italia-nostra-augusta-2.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il passato, così, si fonde con il presente e il presente traghetta verso il futuro, restituendo un concetto di tempo molto compatto del quale si stenta quasi a riconoscerne i labili confini. <strong>La struttura ad anello che dall’inizio</strong>, con un respiro del nonno che sa di morte, ci conduce alla fine, con un respiro all’unisono tra nonno e nipote che sa vita, rafforza ulteriormente questo concetto di tempo ciclico fatto di ritorni, di conquiste e soprattutto di immortalità. Non muore ciò che non viene dimenticato, è eterno ciò che rimane nella memoria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pietre</em> porta sullo schermo “il sentimento augustano” fatto di immagini in bianco e nero sature di senso</strong>, grazie alla messa in scena di elementi fondamentali della nostra cultura. Risultano fondamentali i cenni storici, all’interno della narrazione, di beni architettonici quali il Castello Svevo, i Forti Garcia e Vittoria, Torre d’Avalos  ma anche i racconti di giochi, sentimenti, attese. Ci si imbatte, così, nella storia della Serramonaca, nelle corse tra i vicoli della città, nei giochi tra la sabbia del Lungomare Paradiso, nei racconti della tradizione pasquale, unico esempio di “resistenza della memoria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi, infatti, ci si ritrova uniti nell’ascoltare la tromba ferma ad ogni angolo per ricordare, la notte del Giovedì santo, il pianto di Maria mentre cerca disperatamente suo figlio, anche se si narra che questo sia solo l’aspetto popolare tramandato negli anni. In effetti, pare che la tromba simboleggi il canto del gallo e il tamburo il pianto di Pietro che ha appena rinnegato Gesù. In questo frangente è molto ben resa l’emozione che si mischia all’attesa da parte del bambino (giovane nonno), stretto tra le sue coperte mentre aspetta di sentire la tromba passare sotto la finestra. La sua è una sensazione di paura, timore, suggestione ma di contro anche una attrazione quasi magnetica verso un evento a cui innegabilmente tutti sentiamo di appartenere. <em>Pietre</em> sviscera, così, una narrazione che va avanti per step emozionali, facendo leva proprio sulla sfera affettiva. Volendo citare un genere cinematografico credo si possa parlare di Nostàlgia film. <strong>Il cortometraggio risulta emozionante per chi non è di Augusta e commovente per chi lo è</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio a proposito degli innesti temporali di cui si parlava, trovo <strong>particolarmente efficace l’utilizzo di un “raccordo di sguardo” tra il nonno e la piccola nipotina</strong>, consegnando la sensazione che nulla può e deve essere perso. La realtà guardata nel passato attraverso gli occhi del nonno è la stessa realtà guardata nel presente attraverso gli occhi della nipotina. In questo senso risulta un rafforzativo iconografico della diegesi, l’indugiare del regista proprio sugli occhi: ora di uno, ora dell’altra. I passaggi da “sguardo a sguardo” traghettano lo spettatore attraverso la storia non solo interna al corto ma anche esterna ad esso: la storia di Augusta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Efficace e indispensabile la regia del giovane augustano Luca Musumeci</strong> che ha saputo trovare la chiave giusta per tradurre in immagini la <strong>sceneggiatura scritta insieme alla professoressa Jessica Di Venuta e alla professoressa Guendalina Sciascia</strong>. Il quadro cinematografico è, infatti, sempre ben bilanciato, costruito secondo un gioco di luci e ombre e con una forte attenzione per il dettaglio. Traspare un gusto cinematografico forte che rimanda non solo ad un immaginario di realtà e fantasia di cui sono intrise le pellicole di Tornatore (penso a <em>Nuovo cinema paradiso</em>), ma anche di forte impatto viscontiano (penso a film come <em>La terra trema</em> soprattutto nel modo in cui sono state costruite le scene nei &#8220;cuttigghi&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Senza ombra di dubbio <em>Pietre</em> centra l’obiettivo perché riesce a fare in modo che gli occhi dei bambini sullo schermo diventino gli occhi dello spettatore e al contempo che i sentimenti messi in scena siano quelli del pubblico “immerso” nella fruizione. <strong>È un piccolo gioiellino che spero possa essere custodito nella biblioteca comunale e donato alle altre scuole quale esempio di come la didattica possa essere veicolata dall’arte</strong>. Il messaggio di custodire tutte le pietre che compongono Augusta è indispensabile per la tutela e lo sviluppo del nostro territorio, per l’esaltazione del senso di appartenenza a una comunità e soprattutto per un senso comune di bellezza che nonostante tutto ci appartiene vincendo anche il tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultima analisi ciò che rende particolarmente orgogliosi è il fatto che il cortometraggio <em>Pietre</em> sia stato realizzato degli studenti dell&#8217;<strong>Istituto comprensivo &#8220;Orso Mario Corbino&#8221;</strong>, diretto dalla professoressa Maria Giovanna Sergi, grazie al supporto della sezione locale dell&#8217;<strong>associazione &#8220;Italia Nostra&#8221;</strong>, presieduta dalla già citata professoressa Jessica Di Venuta. La sinergia tra queste due realtà, resa evidente dal contagioso entusiasmo delle docenti che hanno creduto in questo progetto dal primo istante – Sciascia e Di Venuta – ha aperto la strada, spero, per una nuova riappropriazione non solo di ciò che ci appartiene ma anche del concetto stesso di arte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere vorrei porre l’attenzione sulla <strong>splendida interpretazione di Gianni Alderuccio</strong> al quale ho di proposito dedicato questo spazio in conclusione. La sua interpretazione è davvero in grado di traghettare lo spettatore in un “luogo altro”, che non è solo quello meramente cinematografico ma è il “luogo del ricordo”. A lui va indiscutibilmente riconosciuto di aver consegnato al cortometraggio <em>Pietre </em>la cornice dorata che indubbiamente merita.</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-14546 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700" alt="Il Blog su cinema e cortometraggio Augusta 2016 Obraz di Claudia La Ferla per La Gazzetta Augustana.it" width="800" height="599" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg 800w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
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		<title>Your name &#8211; Il nuovo anime giapponese che sta conquistando i festival mondiali</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2017 13:37:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il nuovo film d’animazione giapponese dal titolo Your name (Kimi no Na wa) è arrivato in Italia con un’uscita evento di tre giorni, riscuotendo un grande successo di pubblico. L&#8217;anime scritto e diretto da Makoto Shinkai per la Comix Wave, regista già noto per film quali 5 cm per second e Il giardino delle parole, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il nuovo film d’animazione giapponese dal titolo<em><strong> Your name</strong></em> (<em>Kimi no Na wa</em>) è arrivato in Italia con un’uscita evento di tre giorni, riscuotendo un grande successo di pubblico. L&#8217;anime scritto e diretto da <strong>Makoto Shinkai</strong> per la Comix Wave, regista già noto per film quali <em>5 cm per second</em> e <em>Il giardino delle parole</em>, è diventato il quinto più grande incasso della storia giapponese con circa 175,8 milioni di dollari, nonché il <strong>primo anime non firmato dal maestro Hayao Miyazaki a superare i 100 milioni</strong> di dollari in Giappone. Distribuito dalla Toho, sta conquistando un importante consenso di pubblico e critica all’interno dei più importanti festival mondiali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Your name</em> porta sul grande schermo il Giappone in tutta la sua magia e poeticità</strong> attraverso la storia di due adolescenti, Mitsuha e Taki sconosciuti ma legati intimamente e indissolubilmente nel corpo e nel destino. La distanza, infatti, tanto geografica quanto, si scoprirà nel corso del film, temporale viene del tutto annullata con uno scambio di identità che lega i due ragazzi e cambia il corso degli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mitsuha</strong> vive a Itamori, un piccolo villaggio sulle sponde di un meraviglioso lago vulcanico, insieme alla sorella più piccola e alla nonna, dentro il santuario Shinto del paese di cui la nonna è sacerdotessa. Il padre, sindaco di Itamori, è un uomo molto assente e chiuso in se stesso che porta ancora dentro il peso della morte della moglie. Mitsuha è una normale adolescente giapponese: frequenta la scuola e nel tempo libero aiuta la nonna, insieme alla sorellina, a svolgere i rituali religiosi. La vita trascorre nella monotonia di un piccolo paesino in cui manca anche semplicemente un bar per poter prendere un caffè con gli amici, dovendosi accontentare di un distributore automatico. Ben presto un intreccio dei piani spazio-tempo cambia tutto. La notte di una delle più importanti cerimonie religiose del tempio, quella del Kuchikami sake – in cui lei e la sorella compiono la fermentazione del sake più prezioso creato con riso masticato e sputato – Mitshua, derisa ancora una volta dai suoi compagni di classe e stanca della stretta vita di paese, urla proprio sotto un sacro Tori giapponese il suo più grande desiderio: “Ti prego nella prossima vita vorrei essere un bel ragazzo di Tokyo”. Proprio in quel momento entra in orbita la <strong>cometa</strong> tanto attesa in quei giorni in Giappone che sembra esaudire il suo desiderio con il classico body swap: <strong>scambio di corpi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Taki</strong> è un ragazzo di Tokyo, frequenta la scuola e lavora in un ristorante italiano chiamato “Il giardino delle parole” che rende omaggio al titolo del precedente film di Shinkai. I due ragazzi, improvvisamente, si scambiano di identità durante il sonno e iniziano a vivere alcune giornate l’uno nel corpo dell’altra. Taki si sveglia nel corpo di Mitsuha, si palpa il seno, osserva spaesato la sorellina che la chiama per la colazione. Lo stesso accade a Mitsuha nel corpo di Taki. Circa due o tre volte alla settimana i due ragazzi si ritrovano a vivere l’una la vita dell’altro. Il giorno seguente tutto torna alla normalità e i due restano ignari di cosa abbiano combinato il giorno prima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un giorno Mitsuha trova scritto sul suo quaderno “chi sei tu?”</strong>, da questo momento i due ragazzi comprendono di essere legati da uno strano gioco di scambio di identità e fanno di tutto per organizzarsi in modo da non compromettere le rispettive vite. Tutta questa prima parte del film è caratterizzata da un registro comico dato dalle gaffe dei due ragazzi inseriti in contesto a loro estraneo: l’estrema timidezza di Mitsuha costretta in un corpo di un ragazzo e l’esilarante incredulità di Taki nei panni di una ragazza che a ogni risveglio si palpa il seno con curiosità e soddisfazione. I due iniziano a lasciarsi messaggi con le istruzioni su come affrontare le rispettive giornate e, dopo qualche litigio iniziale, ognuno riesce a portare dei miglioramenti nella vita dell’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte del film vira, invece, verso un <strong>registro tragico-romantico che porta a un “dissolversi della memoria”</strong>: i due ragazzi rischiano di dimenticarsi per sempre, da qui la frequente e fondamentale domanda “qual è il tuo nome?”. Non volendo indugiare oltre modo sulla trama, in quanto <em>Your name</em> vale davvero la pena di essere visto soprattutto se si è appassionati di film d’animazione e di cultura giapponese, è necessario sottolineare come il cuore del plot si basi sulla <strong>leggenda del fil rouge</strong>, esplicata a livello visivo da un nastro rosso che Mitsuha lega ai capelli e che in un fortuito, strano incontro regala a Taki. Sarà proprio il nastro rosso a farli riconoscere e quindi a tenerli uniti mostrando un gioco di fili che si intrecciano, si allontanano e poi convergono, proprio come insegna la nonna di Mitsuha mentre siede al telaio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella religione shintoista per indicare tutto ciò si usa il termine “Musubi”</strong> e su questo concetto preme la filosofia del film: “Musubi è il vecchio modo di chiamare il dio locale. Questa parola ha un significato profondo. Legare i fili è Musubi, la connessione tra le persone è Musubi. Il flusso del tempo è Musubi. Tutti questi sono i poteri del dio quindi le corde intrecciate che noi creiamo sono le arti del dio e rappresentano il flusso del tempo stesso. Convergono e prendono forma, si torciono, si aggrovigliano. Talvolta si sbrogliano, talvolta si rompono per poi riconnettersi. Musubi, annodamento: questo è il tempo“. Con questo termine nella religione shintoista si indica l’energia primordiale che unisce tutta la materia, la compone e la alimenta in un divenire continuo, invisibile ma sempre presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caratteristica riconoscibile in ogni lavoro di Shinkai è “la malinconia”</strong> ed è legata all’impossibilità dei suoi personaggi di realizzare i propri sentimenti poiché vittime di loro stessi e della società apatica e spesso alienante delle metropoli giapponesi. Con <em>Your name</em>, però, il regista compie un passo avanti tentando di dare una risposta a tutte le tematiche aperte nel corso della sua filmografia. Mitsuha e Taki sono il punto in cui modernità e tradizione si incontrano e si fondono trovando un equilibrio di coesistenza, visivamente tradotto con la <strong>poetica sequenza del “Kataware doki”, il crepuscolo</strong>: azzerata ogni distanza, Mitsuha e Taki riescono finalmente a sfiorarsi, così come fanno il giorno e la notte in quei pochi secondi del crepuscolo in cui coesistono creando un gioco di luci unico e irripetibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La colonna sonora della band giapponese Radwimps esalta ulteriormente le immagini realistiche e cariche di colori brillanti</strong> di puro piacere voyeuristico. Il testo delle canzoni, infatti, ricalca le linee narrative del film: “Il mio cuore è arrivato prima del mio corpo… Da tante, tante vite passante ho cominciato a cercarti… Siamo rapidi scalatori del tempo”. Shinkai anche con questo film si conferma la migliore alternativa ai colossi dello Studio Ghibli consolidando il marchio distintivo di un cinema che usa la fantasia per spiegare l’ignoto e straordinario fluire del destino, dei legami, del tempo ma anche della natura, con le cui catastrofi il Giappone ha dovuto fare i conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Shinkai, con <em>Your name</em> <strong>strizza l’occhio alle nuove generazioni</strong> attraverso i brani contemporanei pop, il mondo degli smartphone, delle app e delle chat restando però ancorato alla tradizione e alla cultura del popolo giapponese. Il regista, infatti, alterna numerosi campi lunghi e inquadrature di ampio respiro volte a enfatizzare l’ambiente attraverso composizioni paesaggistiche pittoriche, con la funzione di omaggiare più che narrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Shinkai mette in scena una perfetta orchestrazione di “incastri temporali” che si possono riconoscere come <strong>tre diversi livelli di tempo</strong>: il tempo presente/passato, il tempo presente/futuro e il tempo che definirei del “kataware doki” mostrato come momento a sé, sciolto da qualunque altra connessione. Inoltre, la struttura ad anello – dove l’inizio del film si fonde con la fine dando ancora una volta la sensazione di un tempo manipolato, intrecciato e che in ultimo trova di nuovo il suo perfetto incastro – risulta particolarmente efficace ai fini narrativi, così come i salti temporali indispensabili alla diegesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’alternanza di cielo/terra, uomo/donna, villaggio/città, passato/futuro, ampi paesaggi/claustrofobici grattacieli creano una profonda poeticità di contrasti che non passa solo attraverso lo sguardo e dunque la bellezza delle immagini, ma anche attraverso la riflessione che rende esplicita la necessità di mantenere viva la memoria e la tradizione come vera sopravvivenza di un popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultima analisi vorrei soffermarmi sulla bellezza dei<strong> disegni creati con profonda meticolosità e fedeltà del reale</strong>. Se ci si è trovati almeno una volta in Giappone sarà facile individuare all’interno del film ogni singolo dettaglio di quella terra: i distributori automatici di bevande situati ad ogni angolo, le scatole dei fazzoletti, la bottiglietta verde dell’acqua minerale, i treni shinkansen, la Tokyo Tower, persino il Roppongi Hills con il Tokyo City View, i cartelli con le indicazioni stradali e gli indimenticabili Tori rossi pregni di magia e cultura. <em>Your name</em> è un ottimo modo per prendere un aereo e vivere la magia del Giappone seduti sulla poltrona di un cinema.</p>
<p>Ecco qui di seguito il <strong>trailer ufficiale </strong>nella versione in lingua italiana di <em>Your name</em>.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=xTy9C6dYlNY">https://www.youtube.com/watch?v=xTy9C6dYlNY</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-14546 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700" alt="Il Blog su cinema e cortometraggio Augusta 2016 Obraz di Claudia La Ferla per La Gazzetta Augustana.it" width="800" height="599" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg 800w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
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		<title>Progetto cinematografico &#8220;Zero,2&#8221;: ecco la troupe già al lavoro</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2016 13:38:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho pensato alla storia di Zero,2 diversi anni fa e sapevo che prima o poi avrei trovato il modo di raccontarla. Non l’ho chiusa in un cassetto come molte idee che si finisce per procrastinare fino a farle morire, perché questa storia viveva di una linfa propria, alimentandosi costantemente delle emozioni che la mia terra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ho pensato alla storia di <em>Zero,2</em> diversi anni fa e sapevo che prima o poi avrei trovato il modo di raccontarla</strong>. Non l’ho chiusa in un cassetto come molte idee che si finisce per procrastinare fino a farle morire, perché questa storia viveva di una linfa propria, alimentandosi costantemente delle emozioni che la mia terra è in grado di donare.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi a credere in questa storia e a voler intraprendere questo difficile quanto entusiasmante viaggio, sono stati Giulio Poidomani, regista del cortometraggio, e Isabella Roberto, produttrice. Con il passare del tempo, però, la famiglia di <em>Zero,2</em> si è allargata sempre di più e oggi sono fiera di presentare parte della troupe che darà vita ad una storia che per noi rappresenta passione, dedizione e amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Zero,2</em> non vuole avere la presunzione di essere un film di denuncia ma un viaggio attraverso le emozioni di un luogo legato ai versi di Verga e che da anni si trova a vivere una delle più dure battaglie. Non esiste ancora oggi una giustizia per Augusta ma esiste il coraggio di tanti, come il Dott. Giacinto Franco, che lottano per un valore supremo&#8230; queste sono storie che vale sempre la pena raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi presento alcuni membri della troupe</strong>, ripresentandomi, che darà vita al progetto <em>Zero,2</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24884" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice-300x300.jpg?x19700" alt="claudia-la-ferla-sceneggiatrice" width="300" height="300" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice-80x80.jpg 80w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice-45x45.jpg 45w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/claudia-la-ferla-sceneggiatrice.jpg 749w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Claudia La Ferla (sceneggiatrice)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nasce ad Augusta, in Sicilia. Si laurea al Dams in Sceneggiatura cinematografica e televisiva e consegue la laurea specialistica in Teoria del Cinema della Televisione e Produzione Multimediale presso l’Università degli studi di Roma Tre, subito dopo ottiene un diploma di Master in Scrittura e sceneggiatura cinematografica e televisiva presso l’Università La Sapienza. Ha seguito un corso di scrittura creativa con Ivan Cotroneo e per un anno ha affinato la sua tecnica di scrittura grazie al supporto di Francesco Trento. Ha collaborato per tre anni con una Web TV romana per la quale ha scritto programmi e web series. Attualmente scrive recensioni per diversi blog, siti cinematografici e quotidiani e lavora come sceneggiatrice e story editor per due case di produzione con cui collabora da due anni e come coordinatore di produzione in set cinematografici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giulio-poidomani-regista.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24885" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giulio-poidomani-regista-200x300.jpg?x19700" alt="giulio-poidomani-regista" width="200" height="300" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giulio-poidomani-regista-200x300.jpg 200w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giulio-poidomani-regista.jpg 533w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Giulio Poidomani (regia)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Regista e sceneggiatore siciliano vanta numerosi premi per le sue opere tra cui il premio alla miglior sceneggiatura “Mattador” nel 2014. Dopo essersi laureato in Arti e Scienze dello spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma e conseguito un Master in Scrittura e sceneggiatura cinematografica e televisiva, si è trasferito a Los Angeles, dove si è diplomato alla UCLA in regia e in sceneggiatura. Da qualche anno vive a New York, dove ha lavorato come assistente alla regia e successivamente firmato da regista videoclip, web series e cortometraggi. Il suo ultimo cortometraggio Mai (omaggio alla sua terra e al regista Michelangelo Antonioni) è stato girato in Sicilia nel 2014 ed è stato selezionato in 40 Film Festival internazionali tra cui “Athens International Film +Video 2016” e FLICKERS Rhode Island International Film Festival 2016 che fanno parte del circuito di festival per qualificarsi agli Oscar. Tra i tanti, Giulio Poidomani ha collaborato con il regista italiano Roberto Faenza e ha avuto l’onore di dirigere attori del calibro di Rich Graff, Ron Gilbert, Lorraine Farris e Alessandro Gangi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/isabella-roberto-produttore.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24887" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/isabella-roberto-produttore-235x300.jpg?x19700" alt="isabella-roberto-produttore" width="235" height="300" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/isabella-roberto-produttore-235x300.jpg 235w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/isabella-roberto-produttore.jpg 627w" sizes="auto, (max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a>Isabella Roberto (produzione)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una laurea al Dams conseguita nel 2010 presso l’Università Roma Tre, si trasferisce negli Stati Uniti, dove frequente un corso intensivo di Produzione alla UCLA Extension di Los Angeles. Inizia a lavorare come assistente di Susan Ferris presso la Bohemia Group e produce numerosi cortometraggi tra cui in Italia Mai e Without che hanno partecipato a prestigiosi Festival in tutto il mondo vincendo premi come “miglior cortometraggio” e “miglior regia”. Ha creato l’associazione culturale Purple Road Pictures che si occupa di produzione e promozione cinematografica in territorio nazionale ed internazionale, focalizzandosi principalmente su progetti che trattano tematiche sociali da un punto di vista artistico e originale. Le sue produzioni vantano la presenza a Fetival come “Athens International Film +Video 2016” e FLICKERS Rhode Island International Film Festival 2016 che fanno parte del circuito di festival per qualificarsi agli Oscar. Lavora nella scena indipendente di NYC con attori del calibro di Vincent Pastore, Bryan Greenberg e Tammy Blanchard.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24889" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore-300x300.jpg?x19700" alt="valentini-vincenzini-produttore" width="300" height="300" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore-80x80.jpg 80w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore-45x45.jpg 45w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/valentini-vincenzini-produttore.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Valentina Vincenzini (produzione)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nasce a Cefalù, in Sicilia. Nel 2000 si trasferisce a Roma, dove studia Cinema al Dams e consegue il Dottorato di Ricerca in Film e Media Studies presso l’Università degli studi Roma Tre. Nel 2013 si trasferisce a New York per otto mesi, dove realizza L’Amore corto, cortometraggio patrocinato dalla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, selezionato da più di 50 festival nel mondo. Rientrata in Italia, lavora dal 2014 prima come creative producer e poi, dal 2015 come assistente alla regia per il regista Alexis Sweet collaborando a diverse fiction di successo e pubblicità. Dal 2015, inoltre, è co-director del Miami Independent Film Festival e Direttore Artistico del progetto Roma Cinema DOC.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/bruno-cipriani-produttore.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24882" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/bruno-cipriani-produttore-300x200.jpg?x19700" alt="bruno-cipriani-produttore" width="300" height="200" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/bruno-cipriani-produttore-300x200.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/bruno-cipriani-produttore-768x512.jpg 768w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/bruno-cipriani-produttore.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Bruno Cipriani (produzione)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Figlio di un assistente di macchina e operatore di macchina dei film di Fellini, Bruno Cipriani si è circondato sin da bambino di pellicole e macchine fotografiche. Dopo la laurea presa agli studi di Cinecittà si è concentrato sulla composizione dell’immagine, la fotografia cinematografica e la regia. Ha lavorato per film, documentari e pubblicità intraprendendo un cammino che lo ha condotto a creare la sua casa di produzione Milky Way Media con la quale ha realizzato prodotti per il web, la televisione e la pubblicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giuseppe-costantino-assistente-alla-regia.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24886" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giuseppe-costantino-assistente-alla-regia-300x217.jpg?x19700" alt="giuseppe-costantino-assistente-alla-regia" width="300" height="217" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giuseppe-costantino-assistente-alla-regia-300x217.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giuseppe-costantino-assistente-alla-regia-768x555.jpg 768w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/giuseppe-costantino-assistente-alla-regia.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Giuseppe Costantino (assistente alla regia) </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha lavorato come assistente alla regia in diversi film tra cui Good Moorning Aman di Claudio Noce, Cavalli di Michele Rho, Feisbum di Dino Giarrusso, Outing fidanzati per sbaglio di Matteo Vicino, Guardali cadere di Kristoph Tassin, Oggi a te domani a me di Marco Limberti. Lavora come assistente alla regia per numerose fiction di successo firmate Taodue come Solo e nell’ultimo periodo è stato impegnato al cinema come assistente alla regia dei fratelli Taviani per il loro ultimo film intitolato Una questione privata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/celeste-frontino-tecnico-del-suono.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24883" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/celeste-frontino-tecnico-del-suono-300x225.jpg?x19700" alt="celeste-frontino-tecnico-del-suono" width="300" height="225" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/celeste-frontino-tecnico-del-suono-300x225.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/celeste-frontino-tecnico-del-suono-768x576.jpg 768w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/celeste-frontino-tecnico-del-suono.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Celeste Frontino (tecnico del suono)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha studiato musiche e tecniche del suono sin da piccola. Dalla Puglia si è trasferita a Roma per frequentare il Dams presso l’Università degli studi Roma Tre. Ha iniziato da subito a lavorare come tecnico del suono per il cinema, il teatro e la televisione. Ha vinto il premio per il miglior suono al 48h Film Festival con il corto Babbo vs Natale e curato l’audio di diversi programmi Rai e Mediaset. Ha, inoltre, firmato l’audio della web serie Ami vincitrice del premio Jannsen Hi Future al Roma Web Festival 2016, del documentario Tra le onde del cielo presentato al Festival di Cannes e del reportage in tre episodi condotto da Milly Carlucci Albertazzi, Vita, Morte e Miracoli. Per lei la vita viaggia lungo suoni e rumori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-24888" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina-300x300.jpg?x19700" alt="simone-lucarelli-operatore-di-macchina" width="300" height="300" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina-80x80.jpg 80w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina-45x45.jpg 45w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/11/simone-lucarelli-operatore-di-macchina.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Simone Lucarelli (operatore di macchina)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esperto nella ripresa stabilizzata, ha lavorato come operatore steadicam per produzioni cinematografiche e televisive a livello internazionale dirette in Spagna, Austria, Egitto, Polonia, Romania. Dopo aver conseguito una laurea al Dams presso l’Università Roma Tre e un Master in Direzione di fotografia in Spagna, ha frequentato il corso professionale “Steadicam Services” diretto da Alessandro Bolognesi e il corso di perfezionamento presso “Steadicam Center” diretto da Sergio Melaranci. Ha lavorato a produzioni con grandi registi italiani come Marco Risi e il premio Oscar Milena Canonero. Ha lavorato come operatore steadicam nel film I tre tocchi di Marco Risi; Io, Arlecchino di Giorgio Pasotti; Tulpa di Federico Zampaglione; Una diecimilalire di Luciano Luminelli; L’amore sordo di Duccio Forzano. Tra le pubblicità ha lavorato per importanti brand come Nike, Fendi e Vodafone. Ultimamente ha lavorato per programmi televisivi Mediaset: Il grande fratello vip, Matrix, Maurizio Costanzo show e il nuovo programma Fox prodotto da Endemol dal titolo Dance Dance Dance.</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14546 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700" alt="Il Blog su cinema e cortometraggio Augusta 2016 Obraz di Claudia La Ferla per La Gazzetta Augustana.it" width="800" height="599" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg 800w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
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		<title>Fuocoammare &#8211; Il film italiano in corsa per la nomination all’Oscar</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 18:21:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per realizzare Fuocoammare, Rosi si è trasferito per più di un anno sull’isola di Lampedusa tenendo fede al suo metodo di totale immersione, consistente in una lunga preparazione e ambientazione, incontro con la comunità, identificazione di alcuni personaggi, mesi di riprese che consegnano la sensazione di una camera mimetizzata nella quotidianità. Questo approccio permette, attraverso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per realizzare <em>Fuocoammare</em>, <strong>Rosi</strong> si è trasferito per più di un anno sull’isola di Lampedusa tenendo fede al suo <strong>metodo di totale immersione</strong>, consistente in una lunga preparazione e ambientazione, incontro con la comunità, identificazione di alcuni personaggi, mesi di riprese che consegnano la sensazione di una camera mimetizzata nella quotidianità. Questo approccio permette, attraverso il racconto dei destini diversi di chi sull’isola ci abita da sempre e di chi ci arriva approdando ad un sogno di speranza, di compiere una reale e profonda esperienza: la vita in uno dei confini più simbolici e tragici d’Europa. Rosi ha insistito che anche il suo montatore, Jacopo Quadri, montasse il film a Lampedusa, invece che a Cinecittà, seguendo uno stile che è quello del <strong>cinema diretto</strong>: nessuna voce over, nessuna musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Protagonista del documentario è prima di tutto l’isola di Lampedusa</strong>, scissa in due diverse facce che si incontrano solo nella figura del medico locale, il quale in un momento di forte coinvolgimento, esibisce il significato profondo di accogliere e curare i migranti, o troppo spesso di constatarne la morte, una morte a cui non ci si abitua mai. Rosi consegna, infatti, da un lato l’immagine di <strong>una Lampedusa calata nella quotidianità</strong> e scandita della pesca, dalla vita di famiglia, da una trasmissione radiofonica e dal girovagare di un ragazzino che appare anacronistico nel suo modo di crescere e giocare (vengono esclusi del tutto computer e cellulare). Dall’altro lato c’è <strong>la Lampedusa dei migranti</strong>, delle navi che individuano e assistono gli scafi in cui sono stati ammassati, dei militari e dei carabinieri per lo più senza volto perché sempre coperti da maschere igieniche. Come già accadeva nel film precedente <em>Sacro GRA</em>, <strong>vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2013</strong>, Rosi presta attenzione ad alcuni personaggi e alle loro storie caratterizzate dal consueto montaggio alternato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fuocoammare</em> intreccia la vita di <strong>Samuele</strong>, un ragazzino di dodici anni, alle prese con i compiti e le esperienze in campagne, appassionato di tiro con la fionda e con un occhio pigro, figlio di pescatori ma sofferente di mal di mare. A Samuele piacciono i giochi di terra, anche se si scontra con una realtà che parla di mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Intorno a lui le figure del <strong>padre</strong>, pescatore, uomo schivo con una profonda tristezza negli occhi, che racconta al figlio le lunghe uscite dei pescherecci di una volta quando rimanevano anche sei mesi senza toccare quasi mai terra e la <strong>nonna</strong> che passa tutto il tempo a cucinare e a fare altri lavori domestici.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno a loro <strong>altre figure</strong> caratterizzano lo scorrere del tempo quasi fiabesco dell’isola di Lampedusa congelata quasi in un tempo – non-tempo: un sub in cerca di ricci, Peppe il deejay che porta avanti da solo la radio dell’isola, una donna devota di padre Pio che gli richiede brani musicali e le voci disperate verso la Guardia costiera che fanno eco in quest’isola solo apparentemente tranquilla, attraversata da una tristezza che forse solo i bambini come Samuele non sono ancora in grado di percepire.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo sfondo irrompe <strong>la drammaticità degli sbarchi</strong>, con le stive piene di corpi, le persone disidratate e i morti, quelli che come ricorda il medico non ci si può abituare, perché se un uomo è veramente degno di chiamarsi tale non può non aiutare queste persone. In questo senso Samuele e i lampedusani diventano testimoni a volte inconsapevoli, a volte inermi, a volte attivi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi, in cui tra l’altro elementi come il mal di mare di Samuele e il suo occhio pigro diventano fortemente metaforici.</p>
<p style="text-align: justify;">Le immagini hanno spesso la composizione del dipinto, il montaggio è sapiente e il coinvolgimento dello spettatore veicolato con pudore e rispetto. Uno dei vantaggi che ha il cinema rispetto al giornalismo è la vicinanza diretta e la possibilità di concedersi il proprio tempo e il proprio spazio, andando oltre il reportage. Ciò che ne consegue, tuttavia, è <strong>l’impressione di avere due diversi film</strong>: uno in cui prevale il documento (i migranti), l’altro in cui prevale la ricostruzione secondo un modello che si potrebbe considerare neorealista. Proprio in questo senso è di particolare efficacia il momento in cui i migranti giunti sull’isola pregano cantando, rievocando la loro odissea, e racconta il loro tragico viaggio attraverso un toccante rap nel centro di accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Fuocoammare</em> sono presenti tutti <strong>i quattro elementi</strong>: la terra (un’isola al largo dell&#8217;Africa); il fuoco (ripreso dal titolo e ricorda quello delle guerre); l&#8217;aria (si indugia spesso su un cielo nuvoloso e piovoso); l&#8217;acqua (il mare, fonte di vita e incontri diventato il cimitero di oltre quindicimila persone in fuga dalle loro terre).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/10/fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-23708" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/10/fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1-300x179.jpg?x19700" alt="fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1" width="300" height="179" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/10/fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1-300x180.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/10/fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1-450x270.jpg 450w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/10/fuocoammare-recensione-blog-cinema-obraz-di-claudia-la-ferla-1.jpg 618w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Fuocoammare</em> non può essere definito un vero e proprio documentario, quanto meno nel senso in cui i canoni di categoria ci hanno abituato, poiché finzione e realtà si fondono ibridandosi. Quello a cui assistiamo è un cinema di montaggio usato in chiave creativa attraverso rimandi, allusioni e suggestioni. Non è esattamente chiaro quanto di ciò che i personaggi dicono o fanno sia spontaneo, aleggia sempre l&#8217;intervento dell&#8217;autore che interagisce con la realtà. Ne è un esempio la sequenza in cui si spiega il titolo in cui la nonna di Samuele spiega che il maltempo non è buono per chi sta in mare a pesca; <strong>sembra tempo di guerra, quando c&#8217;era &#8220;il fuoco a mare&#8221;</strong>. Da qui Rosi opera uno stacco verso la signora fa una richiesta telefonica alla radio: la canzone <em>Fuocoammare</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcune scene del finale sono state contestate</strong>, accusando Rosi di superare il confine tra ciò che è lecito o non lecito mostrare. Il regista, infatti, riprende alcune salme già chiuse in sacchi, issate sul ponte di una nave militare, poi entra nella stiva di un barcone alla deriva dove si trovano altri cadaveri. Successivamente torna all&#8217;esterno e indugia sul cielo velato e inquadra un&#8217;eclissi parziale di sole e attraverso l’efficacia dell’utilizzo del montaggio in funzione creativa e narrativa consegna una chiara allusione. Rosi poi torna di nuovo a terra per mostrare uno dei momenti più poetici del film: Samuele trova un uccello in un rovo, gli si avvicina fischiando e l&#8217;uccello risponde quasi i due potessero veramente comprendersi. Per una volta le barriere si abbattono e i giochi di guerra fanno spazio ad una apertura verso la comunicazione e la comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Rosi con <em>Fuocoammare</em> fa una scelta ben precisa e forse la più necessaria: <strong>mostrare una realtà con cui dobbiamo necessariamente fare i conti</strong> e che non può essere rimossa perché non si tratta di numeri ma di vite meritevoli di dignità e valore.</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14546 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg?x19700" alt="Il Blog su cinema e cortometraggio Augusta 2016 Obraz di Claudia La Ferla per La Gazzetta Augustana.it" width="800" height="599" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla.jpg 800w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/10/blog-obraz-claudia-la-ferla-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
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		<title>Il progetto cinematografico su Augusta &#8220;Zero,2&#8221; al Giacinto festival di Noto</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2016 11:39:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sabato 6 agosto il progetto di <em>Zero,2</em> verrà presentato per la prima volta in assoluto all’interno del <strong>Festival di Noto “Giacinto &#8211; Nature Lgbt”</strong>, festival di informazione ed approfondimento dedicato alla cultura omotransessuale. Quando il direttore artistico Luigi Tabita mi ha invitato a parlare del mio cortometraggio al Festival Giacinto è stato per me un onore, perché ho compreso il forte interesse verso un progetto che rivendica l’essenzialità di vedere tutelati i propri diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono diverse ragioni per cui questo invito è stato accolto da me, il regista Giulio Poidomani e la produttrice Isabella Roberto, con grande entusiasmo. <strong>Oltre al meraviglioso <em>fil rouge</em> che lega Giacinto, il nome del Festival di Noto, a quello del protagonista di <em>Zero,2</em></strong>, è doveroso sottolineare il nostro legame a questo evento perché dedicato ad un tema che ci sta molto a cuore: la libertà di essere se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">La Purple Road Picture sotto il nome di Isabella Roberto ha prodotto proprio <strong>due anni fa un progetto cinematografico dal titolo <em>Mai</em></strong>, nel quale ho partecipato come coordinatore di produzione, che racconta la storia d’amore tra due donne. Claudia arriva in Sicilia per riconquistare Anna ma, dopo il suo rifiuto, persa tra le vie di una città che non conosce, incontra Sandro, con cui compirà un viaggio alla ricerca di se stessa attraverso l’accettazione dei propri sentimenti e il peso insormontabile del pregiudizio sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché siamo particolarmente felici di poter presentare il nostro nuovo progetto <em>Zero,2</em> proprio all’interno del Festival Giacinto, perché la libertà di essere se stessi è un tema su cui il regista Giulio Poidomani ha sempre creduto e proprio da questo punto è partito nel processo che lo ha portato a scrivere e realizza <em>Mai</em>. Facendone un omaggio a <em>L’avventura</em> di Michelangelo Antonioni, ha voluto dimostrare che il cinema, anche quello a volte guardato con sospetto ed etichettato come “cinema d’autore”, non ha in realtà etichette, come non dovrebbe averne la vita. L’arte parla di sentimenti e genera sentimenti… Essi non prevedono alcuna suddivisione in categorie.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Zero,2</em> è un progetto in cui abbiamo creduto sin dalle prime righe scritte da me di fretta su un foglio bianco; è una storia ambientata ad Augusta, in provincia di Siracusa, che pone l’accento sulla incessante forza della bellezza di una natura che sopravvive a tutto, anche alla mano distruttiva dell’uomo. Augusta è vittima del <strong>disastro ambientale causato dal polo petrolchimico</strong> più grande d’Europa, che per circa cinquant’anni ha devastato l’intera area con emissioni fuori controllo e scarichi selvaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il compromesso del progresso è sotto gli occhi di tutti: elevatissima quantità di mercurio in mare, contaminazione della catena alimentare, falde acquifere inquinate, aria irrespirabile, crescita esponenziale di nascite di bambini malformati e di morti per cancro. <strong><em>Zero,2</em> è la storia di chi non si arrende e lotta per i propri diritti, soprattutto per un diritto chiamato &#8220;vita</strong>&#8220;. È la storia di un viaggio attraverso le bellezze di un luogo che nonostante sia stato dilaniato, martoriato e mutilato rimane sempre lì, aggrappato alle sue meraviglie, deciso a non soccombere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anima di questa battaglia è affidata ad un uomo che non si è mai arreso e che ha sempre lottato a difesa della salute e dall’ambiente, il <strong>Dott. Giacinto Franco protagonista di <em>Zero,2</em></strong> e alla cui instancabile lotta è dedicato il nostro progetto cinematografico.</p>
<p style="text-align: justify;">In chiusura ci terrei a sottolineare un concetto che mi sta molto a cuore: <strong>essere liberi vuol dire rispettare ed essere rispettati, in tal senso la vita umana va difesa e tutelata, sempre e ovunque</strong>.</p>
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		<title>Parte la pre-produzione di &#8220;Zero,2&#8221;: Augusta non dimentica il dottor Giacinto Franco</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2016 14:47:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un storia è fatta di storie. Mi piace immaginarle come il percorso compiuto dalle nostre vene: si intrecciano, si fondono e si perdono fino a non distinguerne più un inizio e una fine. Le storie sono fatte di storie e hanno la stessa materia prima della vita: l’emozione. Zero,2 nasce in un giorno d’agosto della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un storia è fatta di storie. Mi piace immaginarle come il percorso compiuto dalle nostre vene: si intrecciano, si fondono e si perdono fino a non distinguerne più un inizio e una fine. Le storie sono fatte di storie e hanno la stessa materia prima della vita: l’<strong>emozione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zero,2 nasce in un giorno d’agosto della scorsa estate quando chiesi a Giulio Poidomani e Isabella Roberto</strong> di trascorrere qualche giorno ad Augusta perché avevo qualcosa di molto importante da mostrargli. C’era una storia che galleggiava tra i miei pensieri da molto tempo e volevo che loro la vedessero. Sembra un errore terminologico “mostrare una storia” perché di solito la si racconta, ma in questo caso avevo davvero bisogno che loro vedessero ciò che vedo io e si innamorassero del mio progetto innamorandosi di Augusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono cosciente che il mio sia un paese martoriato, depotenziato, afflitto da innumerevoli problematiche <strong>ma non ho mai dubitato della forza del suo “abito migliore”</strong>, quello di cui nessuno riuscirà mai a spogliarla. Spesso vediamo cadere giù, pezzo dopo pezzo, i nostri tasselli più belli, ma la meraviglia di Augusta è sempre lì, pronta a lottare e a non arrendersi. Ho pensato che neanche io mi sarei arresa e, a costo di iniziare un percorso impossibile, avrei realizzato un progetto cinematografico che raccontasse una storia d’amore: non tra un uomo e una donna ma tra un cuore e la sua terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho raccontato la storia di Zero,2 attraverso i luoghi</strong>. Ho portato Giulio e Isabella a innamorarsi di ciò che vedevano, a provare la meraviglia che provo ancora io dopo trent’anni e la mia stessa tristezza per ogni brandello lacerato. Ho voluto che fosse Augusta a parlare e che la mia storia fossero solo da cornice: in fondo, come ho avuto già modo di dire, Augusta è una storia che si racconta da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro entusiasmo passo dopo passo cresceva, vedevo i loro occhi muoversi in sintonia con i miei come se la mia città fosse riuscita ad adottarli con la semplicità di un respiro fatto di salsedine. <strong>“Facciamolo”, fu la risposta convinta di Giulio, disposto a tornare da New York per dirigere questo progetto</strong> e il sorriso entusiasta di Isabella siglò l’inizio di un lungo viaggio che rappresenta per me una splendida follia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ha coinvolto nell’immediato il regista e la casa di Produzione, la <strong>Purple Road Pictures</strong>, risiede nelle due colonne portanti di Zero,2: la <strong>bellezza dei luoghi</strong> lungo cui si svolgono le vicende e la forza di uno dei protagonisti, il <strong>Dott. Giacinto Franco</strong>. L’insegnamento che ho tratto dalla vita del Dottor Giacinto (così lo chiamavo sin da bambina) è il coraggio di lottare per ciò che si ama, l’attaccamento alla vita e alla terra, la speranza nel futuro e la tutela dei principi inviolabili. &#8220;<strong>Augusta non dimentica</strong>&#8220;, questa vuole essere la dedica di un progetto cinematografico ispirato a una realtà che noi augustani conosciamo nel profondo. Zero,2 è la storia di un viaggio nella bellezza vista attraverso gli occhi di chi ci ha sempre lottato per renderla immortale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti aneddoti sono venuti fuori parlando con la moglie del Dott. Giacinto Franco</strong>, che con immensa gentilezza mi ha concesso momenti davvero indimenticabili approfondendo sulla vita e la passione di questo medico instancabile. Ho numerosi ricordi di quando era bambina, di quando correvo dentro la sua stanza in ospedale con un suonante “ciao Dottore Giacinto!”. Ricordo che abbassava lo sguardo, mi sorrideva, si avvicinava e tirandomi su per il collo mi sedeva sul lettino. Ciò che oggi amo più della sua storia è la speranza. Ho notato che tutti noi, spesso, abbiamo un atteggiamento disfattista, arrendevole e difficilmente crediamo al cambiamento adagiandoci sullo status quo. Il Dottor Giacinto viveva per il futuro con la forza di chi arde di speranza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>0,2 è il peso del carato</strong>, utilizzato anche come simbolo del valore delle cose preziose, ma nella nostra bellissima terra è anche il peso del <strong>seme del carrubo</strong>, conosciuto, infatti, proprio con il nome di carato. Il senso profondo della storia, affidato anche al titolo, è l’inestimabile valore della cosa più preziosa: la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi giorni del mese di giugno sono state <strong>ultimate le riprese per il video promo</strong>, grazie alla casa di produzione romana <strong>Milky Way Media</strong>, nella persona di Bruno Cipriani e che vedrà la <strong>messa online a settembre</strong> insieme al sito dedicato. Un particolare ringraziamento va a quanti credono e appoggiano il progetto lavorando in modo instancabile e a quanti vorranno innamorarsi di questa storia supportandola fino alla sua realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La follia può essere una delle più preziose risorse, il Dottor Giacinto Franco venne etichettato come pazzo quando iniziò a denunciare con forza i numeri di malformazioni e di morti per cancro: sono pazza anche io al suo fianco e con me Giulio Poidomani, Isabella Roberto, Bruno Cipriani, Padre Palmiro Prisutto e così una lista infinita di nomi e cittadini di Augusta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiamateci pure pazzi, sarà un onore in memoria di un uomo indimenticabile</strong>.</p>
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		<title>Il cinema di Iñárritu: il cammino che conduce agli Oscar</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2016 16:48:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[All’indomani di una vittoria importante, quella del regista Alejandro González Iñárritu, anche per chi negli Oscar tiene conto dei numeri (un solo regista era riuscito a vincere per due anni di fila, ed è Joseph Mankiewicz che trionfò nel 1949 e nel 1950 rispettivamente con Lettera a Tre Mogli ed Eva Contro Eva), potrebbe risultare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">All’indomani di una vittoria importante, quella del regista <strong>Alejandro González Iñárritu</strong>, anche per chi negli Oscar tiene conto dei numeri (un solo regista era riuscito a vincere per due anni di fila, ed è Joseph Mankiewicz che trionfò nel 1949 e nel 1950 rispettivamente con <em>Lettera a Tre Mogli</em> ed <em>Eva Contro Eva</em>), potrebbe risultare interessante capire chi è questo regista messicano e quale percorso l’ha condotto a queste vittorie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema di Iñárritu inizia con quella che definirei la <strong>Trilogia del caso</strong>, accezione sotto la quale riunisco le tre pellicole <em>Amores perros</em>, <em>21 Grams</em> e <em>Babel</em>, che pongono al centro della loro analisi il “piano dell’espressione”, cioè come l’oggetto si manifesta concretamente ai nostri occhi, che tipo di discorso si instaura con l’interlocutore/spettatore, attraverso quali mezzi lo fa e di quali strategie si serve (scarti temporali, flashback, flashforward…) per restituire determinate sensazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la denominazione Trilogia del caso intendo una ideale trilogia sulla morte, sulla riflessione, sulla responsabilità e sulla compassione, che si apre con <strong><em>Amores perros</em></strong> (che punta l’attenzione su una cinematografia a volte poco tollerata e ancor meno distribuita, riuscendo, così, a colpire la critica mostrando una difficile, inquietante e adrenalinica Città del Messico raccontata con la crudezza che viene fuori dai personaggi, dai cani reali e metaforici e dall’ambiente dei combattimenti), che prosegue con <strong><em>21 Grams</em></strong>  (caratterizzato dalla frammentazione e ricomposizione di una “geografia umana” resa spezzando la continuità cronologica, illustrando prima gli effetti delle cose e giocando sui diversi angoli della costruzione narrativa) e che si chiude con <strong><em>Babel</em></strong> (la formula è sempre la stessa: storie, personaggi e destini che si incrociano in un film sull’incapacità di amare e trasmettere amore dove la miseria e l’empatia fanno da unione tra i personaggi, in cui compare un Iñárritu più politico che critica la ferrea burocrazia degli Stati Uniti nei confronti delle persone messicane, la rigida e ottusa testardaggine delle forze dell’ordine, le aberrazioni giovanili dell’occidentalizzazione giapponese).</p>
<p style="text-align: justify;">Immagino questa prima fase della cinematografia di Iñárritu caratterizzata da queste tre pellicole, come un cerchio che si apre con <em>Amores perros</em> e che si chiude con <em>Babel</em>, in cui emerge la forte idea del regista messicano e del suo sceneggiatore Arriaga che siamo tutti connessi gli uni agli altri. In <em>Amores Perros</em>, infatti, c’erano tre storie che si incastravano in un unico punto, ovvero l’incidente, mostrato nei tre diversi punti di vista; in <em>21 Grams</em> c’era una sola storia narrata da tre differenti punti di vista, in cui i personaggi venivano uniti da un incidente che però a differenza del primo film non viene mai mostrato; in <em>Babel</em>, invece, ci sono quattro storie diverse e i personaggi non si incontrano mai fisicamente ma, ciò nonostante, sono tra loro strettamente legati a livello emotivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, una trilogia che si apre verso il mondo: <em>Amores  Perros</em> era legato ad un contesto e una prospettiva locale (il Messico), <em>21 Grams</em> estendeva lo sguardo agli Stati Uniti, con <em>Babel</em> Iñárritu conclude con una visione più globale che racchiude in sé differenti culture, legate tra loro da un minimo comune denominatore dell’umanità che è la sofferenza. La tecnica narrativa segue in tutti e tre i film la struttura a mosaico in quanto, come ha spiegato lo stesso regista, la frammentazione e la frammentarietà sono caratteristiche delle nostra vita dove tutte le tessere si incastrano in una trama di collegamenti. L’intricato sistema ad incastro dei plot narrativi è una dimensione a cavallo tra la sceneggiatura di Arriaga e la regia di Iñárritu, che dà come risultato ultimo una orchestrazione di eterogenei materiali e temporalità. La <strong>scrittura di Arriaga</strong> è una scrittura corpo che si insidia nello sguardo dello spettatore e che mostra in qualche modo il concetto stesso di uomo che appartiene allo sceneggiatore: l’uomo è corpo e mente; quando è corpo diventa carne ed è destinato a marcire e cadere a pezzi, scindendosi dallo spirito e unendosi alla terra, quando è mente diventa pensiero, ostinazione, desiderio ed è portato ad elevarsi allontanandosi  dalla terra e dal dolore della sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La sceneggiatura di Arriaga si fa poi immagine grazie al regista messicano che propone squarci di realtà urbana e di vita concreta a volte colte nel loro grigiore e nella loro stanchezza grazie anche alla <strong>fotografia di Rodrigo Prieto</strong>, opaca e livida, e all’<strong>utilizzo della camera a mano</strong> che dà allo spettatore una sensazione di infermità e precarietà. Con <em>Amores Perros</em> Iñárritu si è fatto conoscere dal pubblico internazionale: risulta essere infatti il miglior esordio alla regia tra il 2000 e il 2001. Ricevendo più di sessanta riconoscimenti, il film è stato tra i più premiati nella stagione. Anche con <em>Babel</em> riceve premi e nomination in tutto il mondo e proprio grazie a quest’ultimo film Iñárritu diventa il <strong>primo regista messicano candidato agli Oscar</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Città del Messico nel 1963, Alejandro González Iñárritu, insieme ad Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro è uno fra gli esponenti di punta del gruppo di cineasti messicani affermatisi a Hollywood. <strong>Rotto il sodalizio con lo sceneggiatore Arriaga</strong>, arrivano gli anni della maturità di Iñárritu. Nel 2010 firma <strong><em>Biutiful</em></strong>, film in cui si libera degli slittamenti temporali e degli incastri narrativi, portando sullo schermo una storia tanto lineare quanto complessa e profonda. È come se l&#8217;anello che Uxbal dona all&#8217;inizio del film (si scoprirà molto più tardi a chi), affermandone l&#8217;autenticità a dispetto di quello che ne ha detto la moglie, fosse un patto con lo spettatore. Grazie al corpo/immagine di Javier Bardem, Iñárritu ci costringe a guardare il dolore e a condividerlo. Dice il regista stesso: &#8220;<em>Nei miei film è costante la rappresentazione della sofferenza per rendere poi maggiormente quella della felicità e dell’ingiustizia e per accentuare l’attaccamento a ciò che è giusto</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto, forse, è una storia più conosciuta, è quella che consacra Iñárritu tra i grandi del panorama cinematografico contemporaneo: <em>Birdman</em> e <em>Revenant</em>. <strong><em>Birdman</em></strong> rappresenta l&#8217;incontro ed inevitabile scontro culturale tra un cinema cosiddetto blockbuster e un certo cinema d&#8217;élite, tra ciò che può essere considerato degno e ciò che è &#8220;di massa&#8221;. Conflitto, questo, che spesso ha portato a definire dei ruoli: il teatro per intenditori-colti e il cinema per il popolo da intrattenere (ruolo oggi ricoperto dalla televisione). Questo pensiero si concretizza nel personaggio della critica teatrale, che dichiara di voler distruggere lo spettacolo messo su dal protagonista, Riggan Thomson, poiché egli è esattamente quanto detto: la sporca popolarità data dal mainstream che nulla ha a che vedere con il prestigio (ben sottolineato dalle battute &#8220;<em>la popolarità è la cugina troia del prestigio</em>&#8220;).</p>
<p style="text-align: justify;">La critica è quell&#8217;autorità che permette di elevare o distruggere, quel credito dato da una firma-prestigio che può mettere il timbro d&#8217;approvazione su un prodotto: si può considerare o non si può considerare arte. Il cinema è di per sé denominato la settima arte, ma, volendo strizzare l&#8217;occhio a Manzoni, basta entrare dentro lo statuto dell&#8217;arte affinché &#8220;merda d&#8217;artista&#8221; venga considerata somma arte alla pari della Venere di Botticelli? Questo conflitto tra accettazione di sé come artista e affermazione di sé come uomo di successo la fa da padrona lungo tutto il film attraverso il conflitto del protagonista che appare letteralmente scisso tra l&#8217;Io attore-artista-talento e &#8220;l&#8217;Uber-Ich&#8221;, il super-Io Birdman-popolarità-denaro. Molto si potrebbe scrivere su <em>Birdman</em> (per il quale mi propongo di pubblicare una recensione), che ha conquistato agli Oscar 2015 Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, non solo per la ricchezza di analisi che il film offre ma anche perché senza ombra di dubbio rimane il miglior film di Iñárritu.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo film, <strong><em>Revenant</em></strong>, ha appena conquistato Miglior regia, Miglior fotografia, Miglior attore protagonista dove, al di là degli aspetti simbolico-narrativi su cui si potrebbe approfondire molto, rimane portante la grandiosità degli effetti visivi, grazie anche ad una fotografia quasi da pittura su tela caratterizzata dal girare solo con luce naturale (geniale Emmanuel Lubezki che vince l’Oscar per il terzo anno consecutivo) e agli effetti tecnici che rendono scene come quella della lotta con l’orso veramente da manuale. Girato in condizione estreme, <em>Revenant</em>, con l’ossessione del realismo più vero, con effetti che rendono reale e tangibile anche ciò che non lo è, in cui la natura si fa protagonista irrompendo sullo schermo nel suo essere selvaggia e incantevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cinema di Iñárritu si colloca all’interno di un panorama, quello messicano, tutt’oggi ancora difficile e complesso, in cui il regista, insieme ai suoi colleghi Alfonso Cuarón e Guillermo Del Toro, ha collaborato ad accendere i riflettori su una situazione e una città controversa, dove la mancanza di volontà politica di appoggiare la produzione nazionale continua a contrastare con la retorica trionfalistica che insiste nel celebrare i successi ottenuti dai tre cineasti messicani. I quali, non trovando condizioni propizie per fare cinema con continuità nel loro Paese d’origine, hanno deciso di lavorare all’estero. Iñárritu rimane, però, legato e al suo Paese, tanto che l’anno scorso durante il ritiro della statuetta ha fatto riferimento a un tema a lui caro: la frontiera, l&#8217;immigrazione, il rispetto. Iñárritu si muove all&#8217;interno del cinema americano conservando saldamente una forte etichetta personale. Un piede dentro e uno fuori, un cinema che non è del tutto americano ma neanche europeo; <strong>un cinema liminale come la frontiera</strong>: terreno di confine che fa essere dentro e fuori, di tutti e di nessuno e che forse più di ogni altra cosa traccia l&#8217;identità di un &#8220;io&#8221; che rivendica la propria identità.</p>
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		<title>La corrispondenza &#8211; Tornatore di nuovo al cinema ma l&#8217;Oscar resta nel cassetto</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2016 21:55:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il titolo sembrerà pretestuoso e forse anche un po’ eccessivo ma La corrispondenza di Giuseppe Tornatore delude le aspettative, intessendo una trama che sembra non decollare mai del tutto: proprio nel momento in cui lo spettatore sembra lentamente intrappolato tra le maglie del plot, la morsa della suspense cede e la “giostra cinematografica” smette di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il titolo sembrerà pretestuoso e forse anche un po’ eccessivo ma <em>La corrispondenza</em> di Giuseppe Tornatore delude le aspettative, intessendo una trama che sembra non decollare mai del tutto: proprio nel momento in cui lo spettatore sembra lentamente intrappolato tra le maglie del plot, la morsa della suspense cede e la “giostra cinematografica” smette di funzionare. Sarà che ci si aspetta troppo dalle sapienti mani del maestro che ha confezionato <em>Nuovo cinema paradiso</em>, <em>La leggenda del pianista sull’oceano</em> e <em>La migliore offerta</em>, ma <em>La corrispondenza</em> non regge il livello a cui Tornatore ci ha abituato, apparendo quasi come “un film minore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È un film sull’amore inteso come forza cosmica capace di superare ogni ostacolo, persino il più invalicabile: la morte</strong>. Non mi trovo d’accordo con l’opinione secondo la quale il tema del film sia la storia di un amore a distanza, poiché la distanza prevede una riconciliazione, qui, invece, la distanza viene annullata o nel suo estremo opposto portata alla somma massima: la morte. La morte non prevede alcuna riconciliazione, nessun ritorno che si concretizzi fisicamente (salvo in una visione religiosa-cristologica). Non è, pertanto, la storia di un amore a distanza (argomento trattato solo nei primi minuti del film), quanto piuttosto l’amore come sentimento immortale. Questo concetto è enfatizzato, tra l’altro, attraverso un parallelismo con l’universo esplicitato anche dal titolo della tesi della protagonista Amy: “Dalle stelle visitatrici alle ipernove, dialogo con le stelle morte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amy è una studentessa di astrofisica che intrattiene una relazione con un professore più grande di lei che insegna e vive ad Edimburgo</strong>. Il loro amore è vissuto a distanza ma soprattutto in segreto ma questo sembra non scoraggiare i due che dopo sei anni si amano come fossero degli adolescenti aspettando il momento di potersi rivedere (antefatto del film). A una conferenza, però, Amy scopre che il suo amato professore è morto, infittendo, così, un mistero di presenza/assenza dato dal continuo giungere di mail e lettere da parte sua. Amy è una ragazza fuori corso avvolta dal senso di colpa per la morte del padre. Proprio per questo fa la stunt per il cinema, per punirsi di quella colpa, portando la sua vita sempre sull’orlo del precipizio. È come se la protagonista morisse e resuscitasse ad ogni prestazione estrema, evidenziando una sorta di catarsi che di fatto non porta ad alcuna liberazione. <strong>Amy ha bisogno di toccare con mano sistematicamente la morte come se questa fosse l’unica cosa a farla sentire viva</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di contro, il suo amato professore Ed fa di tutto per non toccarla mai quella morte</strong>: si ingegna per diventare “una particella immortale” e grazie alla tecnologia rimanere al fianco della sua amata. Ed sorprende Amy inviandole lettere, mail, messaggi, fiori, pacchetti; il tutto con tempistiche perfette e studiate, tanto da fargli valere il nomignolo di stregone. La morte di Ed avviene quasi subito, da quel momento la storia rimane nella mani di Amy e nella sua ricerca della verità attraverso i luoghi a lui familiari. Lungo questo girovagare permea la sensazione che l’amore sia una forza che si crea ma non si distrugge, anche attraverso presenze apparentemente insensate, come il cane che si avvicina stranamente ad Amy, un’aquila che affianca il finestrino dell’autobus, una foglia che rimane a vibrare sul vetro della porta. Elementi che fanno trasparire una sorta di forza cosmica trascendentale ma che concretamente non risultano un esperimento del tutto riuscito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornatore ci tiene a sottolineare che il suo film è la rappresentazione dell’amore ai tempi dei social network e delle nuove tecnologie</strong> in cui cambia il registro dei modi di essere e dei modi di vivere l’amore stesso. È una storia che aveva in mente da molto tempo ma che non aveva mai potuto girare in quanto sarebbe risultata fantascientifica; oggi, invece, i tempi la fanno apparire del tutto normale. <em>La corrispondenza</em> mette in scena il nuovo modo di comunicare, “la modernità” dei sentimenti e il bisogno di imprimere le proprie parole e le proprie emozioni su un supporto tecnico in modo da renderle immortali.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>regia</strong> è sapientemente condotta, le immagini spesso pittoriche a indugiare sul lago, i riflessi, le nuvole, sottolineano il gusto raffinato e il “magico tocco” che contraddistingue Tornatore. Di contro, però, la storia rimane quasi insapore annaspando nella sua stessa trama. La <strong>sceneggiatura</strong> risulta spesso tirata, soprattutto nel corpo centrale quando lo spettatore si aspetterebbe un “colpo di scena” o un cambio di virata che di fatto non arriva mai. La morte di Ed, mentre vediamo l’assiduo arrivo di sue mail sul cellulare di Amy, appare senza ombra di dubbio un punto di svolta chiave, ma avviane all’inizio del film e da allora ci troviamo in mezzo ad una suspense che non prende mai forma; al contrario, c’è sempre una esibizione dei fatti che non permette un reale coinvolgimento emotivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo sin da subito che Ed è morto, ci viene anche confermato dal notaio, sappiamo che i messaggi sono inviati ad Amy attraverso una rete di persone che Ed aveva previsto, sappiamo che lui era malato e che ha passato gli ultimi mesi della sua vita a creare tutto questo per la sua amata. Dovremmo allora concentrare la nostra attenzione sui sentimenti, dimenticare “il giro sulla giostra cinematografica” ed empatizzare solo con l’amore tra i protagonisti. Anche qui, però, sembra mancare qualcosa: rimaniamo in superficie senza essere parte integrante di una emozione reale. <strong>Durante tutto il film rimaniamo sospesi come se ci si aspettasse debba succedere qualcosa, ma alla fine ci si trova solo di fronte a un gioco a carte scoperte di cui rimaniamo puri spettatori e non complici</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il parallelismo tra vita/cosmo, amore/stelle risulta interessante, salvo poi collassare nel semplicistico. I personaggi da un lato indugiano troppo sulle lacrime e il sentimentalismo, dall’altro hanno dei cambi troppo repentini (la figlia di Ed passa dall’odio profondo nei confronti di Amy ad una riconciliazione che stride con quanto possiamo ritenere credibile). Inoltre l’eccessiva ridondanza di luoghi, parole e immagini sottolineano “il già detto” con il risultato non di enfatizzarlo, bensì svuotarlo. <strong>Quando forse lo spettatore è eccessivamente viziato dalla mano di registi che si muovo dentro l’arte come fosse loro habitat naturale, non si arrende di fronte ad una pellicola che non centra l’obiettivo</strong>. Tornatore, fuor da ogni dubbio, è uno dei registi in grado di fare quel cinema che ancora il mondo ci invidia, ma il maestro con <em>La corrispondenza</em> non ci acceca con i dorati riflessi della statuetta più ambita.</p>
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		<title>Suburra &#8211; La recensione dell&#8217;ultimo film di Sollima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Obraz]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Nov 2015 01:24:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutto scorre nella suburra romana, non a caso l’acqua appare come elemento simbolo che pervade tutto il film: trasuda dal suolo, esplode dai tombini, fluisce inesorabile tra le sponde. La fitta pioggia apre e chiude il film creando una struttura ad anello “lavata” da quell’acqua incapace di eliminare la feccia e peggio di redimere o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto scorre nella <em>suburra romana</em></strong>, non a caso l’acqua appare come elemento simbolo che pervade tutto il film: trasuda dal suolo, esplode dai tombini, fluisce inesorabile tra le sponde. La fitta pioggia apre e chiude il film creando una struttura ad anello “lavata” da quell’acqua incapace di eliminare la feccia e peggio di redimere o benedire i corrotti.</p>
<p style="text-align: justify;">La pioggia, come si diceva, caratterizza tutta la prima parte del film presagendo il <em>dies nefastus</em> e conferendo un senso di cupezza e freddezza capace di annebbiare anche la suprema bellezza di Roma. La stessa pioggia bagnerà anche le scene finali arrivando persino ad inghiottire e sommergere il Samurai mentre altra acqua sgorga a forza dalla fontana e dai tombini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Tevere scorre inesorabile insinuandosi tra le “grandi bellezze” della città</strong>, inghiottendo cadaveri di uomini disperati che trovano come unica soluzione alla propria esistenza, un lancio tra le sue scure acque. Come se nulla fosse tutto scorre: il Tevere, la pioggia e metaforicamente “un sottotesto” fatto di cadaveri, corruzione e giochi di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La morte è un altro elemento chiave che va al di là della morte fisica</strong> di ciascuno dei protagonisti e dei personaggi che gli orbitano intorno, è la morte della dignità, della coscienza e forse anche della speranza. Nessuno si salva, ma soprattutto nessuno è innocente.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda si apre con le dimissioni del Papa nel 2011, immaginando che proprio contemporaneamente alle dimissioni di Berlusconi, anche Ratzinger abbia preso la storica decisione di farsi da parte lasciando un vuoto di potere e un senso di smarrimento senza precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in questo caso, rispettando una sorta di corrispondenza ad anello, la crisi del potere religioso e quindi le dimissioni del papa, aprono e chiudono il film sottolineando come l’Italia sia rimasto un Paese “orfano di padre”. In effetti proprio la figura maschile intesa come pater/guida viene a mancare in ogni suo vertice: governo, chiesa e persino nel ruolo di pater familias. I personaggi sono figli senza guida che non reggono il confronto col padre, come Numero 8, in balia degli eventi come Sebastiano, conteso tra le forze di potere come Malgradi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico personaggio che, pur nella sua corruzione, mantiene il ruolo di mentore/guida e come tale rispettato è <strong>il Samurai</strong>. Tutti si rivolgono a lui nel momento del bisogno come fosse un padre, ma come gli altri alla fine paga il caro prezzo del “gioco sporco”. Tutti si sporcano le mani, ma soprattutto tutti rimangono vittime della corruzione e dei giochi di potere che non sono capaci di gestire. Anche il Samurai – personaggio alle apparenze saldo e ineguagliabile – alla fine cederà al compromesso proponendo a Viola un accordo in cambio di avere salva la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proprio Viola, nel suo essere tossica e “sbagliata” risulta essere l’unico vero personaggio coerente e incorruttibile</strong>, non accettando il patto propostole dal Samurai ma tendendo fede a valori più alti: l’onore, l’amore, il rispetto. Tutti uccidono per soldi e per potere, Viola è l’unica che uccide per amore, in nome di un patto puro e non corrotto. In un gioco di corrispondenza sarà proprio la sua mano di donna/tossica a dare la morte al Samurai, speculare alla morte della donna/tossica morta durante l’orgia e di cui Malgradi non si cura affatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono corpi alla deriva, corpi vuoti che si aggirano tra le vie di una città che finisce letteralmente per inghiottirli</strong> – come accade appunto al Samurai, al padre di Sebastiano suicida nel Tevere e alla escort minorenne inghiottita dalle acque del lago artificiale. I destini dei personaggi si incrociano creando una fitta trama di rapporti esistenti da sempre – dai tempi della suburra romana – e forse destinati ad esistere ancora nonostante tutto scorra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suburra articola storie di uomini e donne verso cui non resta alcuna <em>pietas</em></strong>. Il Samurai che detiene l’autorità come status socialmente riconosciuto, mostrando come gli intrichi di potere si estendano ben oltre l’Italia. Sebastiano, proprietario di una villa in cui “si celebrano” feste mondane, appartenente al sottobosco dei vip. Malgradi, un politico corrotto col vizio “dei festini” (causa tra l’altro dell’incidente scatenante, ovvero la morte della ragazza minorenne, che attiva gli scontri tra clan). Numero 8, mediocre copia del padre accecato dalla voglia di creare una nuova Las Vegas a Ostia. Manfredi Anacleti, capo degli zingari in cerca di affermazione e riconoscimento del proprio potere. Infine vi sono le donne, Sabrina la escort dall’aria malinconica alla ricerca forse più di affetto che di denaro e Viola, compagna di Numero 8, la tossica mossa dalle leggi dell’onore. Interpretazioni magistrali da parte di un cast di attori che risulta essere un vero pilastro portante del film.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cavalcando l’onda del successo di Gomorra la serie e ACAB, oltre che di film come Romanzo criminale e l’attualissimo Non essere cattivo, <em>Suburra</em> è un prodotto riuscito grazie soprattutto alla grande maestria di Sollima</strong>. La regia, infatti, è una nota vincente del film riuscendo anche a coprire dei vuoti di sceneggiatura e bypassando, così, con la bellezza di inquadrature studiate ed empatiche e una fotografia impeccabile, una sceneggiatura che non eguaglia la stessa maestria.</p>
<p style="text-align: justify;">I picchi sempre alti di tensione e, come si diceva, la maestria registica di Sollima distolgono lo spettatore da alcuni “vuoti di scrittura”, sbilanciando il rapporto storia/immagine a favore dell’<em>encadreage</em> sempre ben studiato ed efficace. <strong>Sollima è, comunque, riuscito negli ultimi anni a fare quello che forse nessun altro è stato in grado di fare: resuscitare il <em>cinema di genere</em></strong>.</p>
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		<title>Se lo sguardo di Fellini avesse incrociato la meta-isola: Augusta 2016</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2015 14:16:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il titolo potrebbe apparire un po’ azzardato… ma solo agli occhi di chi Augusta non l’ha mai davvero vista. Sono profondamente convinta del suo immenso valore e il mio non è “il giudizio di parte” di chi questa città la chiama casa, ma piuttosto lo sguardo incantato di chi è convinto che non esista scenografia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il titolo potrebbe apparire un po’ azzardato… ma solo agli occhi di chi Augusta non l’ha mai davvero vista</strong>. Sono profondamente convinta del suo immenso valore e il mio non è “il giudizio di parte” di chi questa città la chiama casa, ma piuttosto lo sguardo incantato di chi è convinto che non esista scenografia più artistica di una perla in mezzo al mare. Il castello svevo, il ponte sul mare, la porta spagnola, i forti, l’hangar, il faro, lo sbarcatore e la costa tutta: quale regista non ne farebbe teatro di quel sogno chiamato cinema?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’idea di scrivere una storia ambientata ad Augusta</strong> è nata qualche anno fa quando tra un “dipinto” e l’altro offerto dalla natura, ho pensato che in fondo era tutto lì, davanti agli occhi: Augusta è una storia che si scrive da sé. Non c’è bisogno di avere una immaginazione capace di dare vita a un mondo degno de <em>Il signore degli anelli</em>, la natura ha già fatto tutto da sola e forse la mente non può arrivare ad immaginare quello che la natura è riuscita effettivamente a realizzare. Ho sempre sostenuto che Roma, città in cui ormai vivo da dodici anni, sia la città più bella del mondo… ma solo dopo lei: la mia isola felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È nata, così, la sceneggiatura di un progetto cinematografico</strong> a cui sono molto legata e in cui il protagonista supremo è Augusta. I personaggi si muovono dentro un mondo che li sovrasta, dentro un “gusto estetico” che va oltre la storia, il tempo e lo spazio. Non voglio svelare molto a riguardo perché l’obiettivo è seguire il progetto attraverso tutte le sue fasi rendicontando quanto accade lungo la fase di pre-produzione, produzione, set e post-produzione. Vorrei fosse il piccolo embrione di un progetto comune che appartiene un po’ a tutti quelli che hanno la fortuna di calpestare questa terra sospesa nel mare. Ognuno è il sommo occhio di questa storia: lo sguardo incantato di chi riesce a riconoscere se stesso tra molteplici immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di tutto ciò che sta prendendo corpo sarebbe possibile senza due persone assolutamente indispensabili nella mia carriera, due professionisti &#8211; oltre che amici insostituibili &#8211; a cui devo molto e che anche questa volta non mi hanno dato della pazza, ma sono impazziti con me, in quanto visionario è colui che stringe a sé l&#8217;infinito perché VEDE… rende reale quello che gli altri relegano esclusivamente al sogno. <strong>Loro sono Giulio Poidomani e Isabella Roberto, regista e produttrice del <em>progetto Augusta 2016</em> di cui prossimamente “svelerò” anche il titolo</strong>. Avrò sicuramente modo di parlare di loro lungo il viaggio che condurrà alla realizzazione di questo cortometraggio e di cui loro sono pilastri fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo progetto vuole essere una finestra aperta sull’arte (perché il cinema è arte) e sul mondo attraverso le cui strade, battute dalla potenza della creatività, sarà possibile muoversi proprio attraverso l’emozione</strong>. Il concetto di emozione, infatti, è centrale quando si parla di arte, poiché si nutrono l’una dell’altra secondo un processo osmotico che conduce alla sospensione della realtà verso una <em>extra-realtà</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo sarà riuscire ad immergere lo spettatore in un <em>bagno di sensazioni </em>– volendo citare lo studioso francese postmoderno Jullier – e, nel momento in cui varcherà la “soglia d’ingresso” della sospensione di realtà, dovrà essere letteralmente inghiottito in un’altra dimensione. Il trapasso della soglia dovrà condurre verso l’<em>heimlich, </em>ossia il familiare, il conosciuto, senza lasciare spazio all’<em>unhemlich</em>, il perturbante, l’inquietante. Il luogo ovattato in cui lo spettatore si troverà sospeso dovrà permettere “il riconoscimento” attraverso il linguaggio universale del cinema che fa leva proprio sull’emozione.</p>
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