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	<title>Il Corbaccio &#8211; La Gazzetta Augustana</title>
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	<description>Notizie e ultim'ora su cronaca, politica, sport, eventi di Augusta</description>
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		<title>Augusta, progetto Castello Svevo tra piano demolizione e teoria del restauro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 18:44:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il restauro di un Bene Culturale costituisce la fase finale della conservazione, nel momento in cui la prevenzione e la manutenzione non possono più garantire la tutela del monumento. Ai sensi dell’art. 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22.01.2004 n.42), per restauro si intende “l&#8216;intervento diretto sul bene attraverso un complesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" style="text-align: justify;" align="center">Il restauro di un Bene Culturale costituisce la fase finale della conservazione, nel momento in cui la prevenzione e la manutenzione non possono più garantire la tutela del monumento. Ai sensi dell’art. 29 del <b>Codice dei beni culturali e del paesaggio</b> (d.lgs. 22.01.2004 n.42), per restauro si intende “<em>l</em><i>&#8216;intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate </i><i>all&#8217;integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali</i>”.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">La vicenda del Castello Svevo di Augusta è tornata attualmente in auge a seguito del <a href="https://www.lagazzettaaugustana.it/augusta-castello-svevo-pubblicata-la-gara-per-il-1-stralcio-dei-lavori/" target="_blank">bando per i lavori</a> di consolidamento, restauro e fruizione (I stralcio funzionale) che a breve dovrebbero essere avviati.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Com&#8217;è noto, nel monumento in questione si possono individuare <strong>tre fondamentali e differenti momenti edificatori</strong>: il nucleo originario svevo, la sopraelevazione e la fortificazione spagnola e, infine, la trasformazione carceraria in casa di relegazione. Ci sono poi altri corpi di fabbrica che incedono soprattutto sul lato Sud del castello.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Il progetto prevedrebbe la demolizione delle “<strong>superfetazioni</strong>” moderne (carcere) per “liberare” il corpo di fabbrica svevo. In particolare, come si legge nel <strong>Piano Demolizione</strong> del Progetto Esecutivo, le parti dell&#8217;edificio sottoposte a demolizione sarebbero “<i>i fabbricati addossati alle originarie torri federiciane negli angoli nord-est e nord-ovest del castello; il corpo carcerario che corrisponde, oltre alle coperture, alla rimozione del terzo e quarto livello; inoltre saranno demoliti tutti gli elementi superfetativi rispetto al corpo federiciano originario</i>”. Sempre nel Piano Demolizione, vengono citati due momenti di sviluppo dell&#8217;apparato costruttivo, quello originario (XIII secolo) e quello carcerario (XIX secolo). Non si fa menzione quindi, del momento edificatorio relativo alla <strong>fase spagnola</strong>, che invece viene ben argomentata nella Relazione Storica.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Quali sono le ragioni della demolizione delle “superfetazioni” carcerarie? Ragioni prettamente strutturali, o per ricostituire l&#8217;ipotetica immagine dell&#8217;architettura federiciana? Se nel primo caso non si possono negare i problemi di <strong>dissesto statico</strong>, riconducibili all&#8217;erosione marina e soprattutto ai terreni di fondazione (argille) in cui l&#8217;opera venne realizzata, la seconda motivazione potrebbe essere giustificata solo da una <strong>presunta scarsa valenza architettonica</strong> della casa penale e una visione nostalgica del passato.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Ripercorrendo la lezione di <b>Cesare Brandi</b>, critico d’arte del secolo scorso che ha teorizzato i fondamenti delle <strong>teoria del Restauro</strong>: <span style="color: #000000;">“</span><span style="color: #000000;"><i>il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione nel futuro</i></span><span style="color: #000000;">”.</span></p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il restauro deve mirare al “</span><span style="color: #000000;"><i>ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte </i></span><em><span style="color: #000000;">purché ciò sia possibile senza commettere un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo</span></em><span style="color: #000000;">”.</span></p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Con ciò si intende che un’opera anche se frammentaria continua a sussistere in un tutt’uno. Non deve essere considerata nella somma delle sue singole parti a sé stanti, aggiunte nel corso del tempo e testimonianza delle epoche che lo hanno attraversato, ma nell’<strong>unità del monumento</strong>. Quindi, ogni intervento di restauro sarà per così dire, “suggerito” dal monumento stesso, da ogni frammento che lo compone con il fine ultimo di ricostituire la sua potenzialità, nella ricerca di un equilibrio tra istanza storica ed estetica.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Dal momento che non è l’opera ad essere restaurata bensì la sua “materia” è necessaria una conoscenza scientifica e tecnica dei materiali costitutivi da parte del restauratore che dovrà attenersi a tre principi fondamentali: l’integrazione dovrà essere sempre e facilmente riconoscibile; la materia dell’opera d’arte sarà sostituibile solo quando non collabori alla figuratività dell’immagine; ogni intervento di restauro dovrà essere reversibile e facilitare gli eventuali interventi futuri.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per ciò che concerne la rimozione delle aggiunte o “superfetazioni”, ogni opera deve essere concepita come un documento storico il cui mantenimento di un dato è sempre giustificato, mentre va invece motivata una sua rimozione che distrugge un’informazione e falsifica un dato e comunque andrebbe sempre lasciata una “</span><span style="color: #000000;"><i>traccia”</i></span><span style="color: #000000;"> o un “</span><span style="color: #000000;"><i>testimone</i></span><span style="color: #000000;">” sull’opera stessa. </span></p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L&#8217;impostazione architettonica federiciana rimane ancora oggi sconosciuta nella sua interezza. Le fasi costruttive successive, l&#8217;hanno soffocata. Nonostante tutto, prediligere un evento storico rispetto ad un altro, equivale a praticare la </span><span style="color: #000000;"><i>damnatio memoriae</i></span><span style="color: #000000;"> per qualcosa di cui si prova vergogna.</span></p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Siamo sicuri che rimuovere con un colpo di spugna la Casa Penale dal Castello Svevo sia la scelta giusta?</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Perché cancellare totalmente una fase storica di un monumento che potrebbe essere comunque reimpiegata per i successivi usi del castello, e testimonianza della storia recente del monumento, della città e della storia della neonata unità d&#8217;Italia?</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Un approccio “superficiale” alla questione restauro-valorizzazione, potrebbe portare ad esaltare una polarità sull&#8217;altra, quella del valore estetico sulla storicità di un monumento. <span style="color: #000000;">Se ne deduce quindi che sarà necessario adottare delle scelte seguenti le metodologie più adeguate che preservino entrambe le due concezioni di storicità. </span>Nel folto labirinto teoretico, ci si dovrebbe destreggiare attraverso il passaggio del <b>dibattito culturale</b>, con il coinvolgimento dell&#8217;<strong>opinione pubblica</strong>.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Una progettazione aperta e internazionale, per quanto dispendiosa, avrebbe di sicuro fatto propri questi principi.</span></p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Considerando che non esiste una documentazione grafica precisa del monumento, né uno studio recente sulla lettura stratigrafica muraria di tutto il complesso, sarebbe opportuno che il progetto di recupero, restauro e fruizione del Castello Svevo di Augusta – esso stesso un evento storico &#8211; si muovesse sotto l&#8217;egida di un <b>progetto di ricerca</b> che contempli tutti gli aspetti, per scongiurare l&#8217;ennesima occasione mancata di tutela e valorizzazione di un bene culturale, da restituire a una comunità cittadina e a tutto il resto della popolazione.</p>
<p class="western" style="text-align: right;" align="right"><em>Carlo Veca*</em></p>
<p class="western" style="text-align: right;" align="right"><em>*Archeologo</em></p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Agnello G., Trigilia L. 1994, <i>La spada e l&#8217;altare. Architettura militare e religiosa ad Augusta dall&#8217;età sveva al barocco</i>, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Brandi C., 1977, <i>Teoria del restauro</i>, Collana Piccola Biblioteca n. 318, Einaudi, Torino.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;"><i>Codice dei beni culturali e del paesaggio</i>, DECRETO LEGISLATIVO 22 gennaio 2004, n. 42.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Foramitti F, Quendolo A. 2003, <i>Restauri di castelli. Relazioni presentate agli incontri di studio sul restauro dei castelli (1998-2001)</i>, Vol. 1, Gaspari, Udine.</p>
<p class="western" style="text-align: justify;">Magnano di San Lio E. <i>et alii</i> 2015, <i>De Grunemberg&#8217;s fortifications in Augusta. Knowledge and conservation of a neglected heritage</i>, in Defencive Architecture of the Mediterranean (XV-XVIII sec.), vol. II, pp. 119-126.</p>
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		<title>Beni Culturali o beni di consumo? Quando il volto della Gorgone è in &#8220;affitto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2019 13:38:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Una delle tendenze degli ultimi anni in materia di patrimonio culturale è improntata nell&#8217;uso e (letteralmente) sfruttamento della “bella location” e/o del “posto fico”. Affittare un Bene Culturale per farci qualcosa, insomma, seguitando l&#8217;equazione “valorizzazione = fare soldi”. È possibile che oggi “valorizzazione del patrimonio culturale” &#8211; definizione altisonante sovrautilizzata da media, università, intellettualoidi e addirittura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una delle tendenze degli ultimi anni in materia di patrimonio culturale è improntata nell&#8217;uso e (letteralmente) sfruttamento della “bella location” e/o del “posto fico”. <strong>Affittare un Bene Culturale</strong> per farci qualcosa, insomma, seguitando l&#8217;equazione “valorizzazione = fare soldi”.</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile che oggi “valorizzazione del patrimonio culturale” &#8211; definizione altisonante sovrautilizzata da media, università, intellettualoidi e addirittura politicanti di professione – sia sinonimo di marchetta?</p>
<p style="text-align: justify;">Ironia a parte, quello <strong>sfruttamento e mercificazione</strong> dei beni pubblici siciliani (e italiani) rappresenta il trend più in voga attualmente nell&#8217;ambito della cosiddetta “<strong>valorizzazione</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In un precedente articolo, dal titolo &#8220;<a href="https://www.lagazzettasiracusana.it/milioni-di-clic-con-larte-la-lezione-di-marketing-di-louis-vuitton-al-mibact/" target="_blank">Milioni di clic con l&#8217;arte, la lezione di marketing di Louis Vuitton al Mibact</a>&#8220;, elogiavo ironicamente i fantastici (a mio avviso) video promozionali della collezione di una nota griffe ispirata al mondo dell&#8217;arte. Subito i (presunti) addetti ai lavori mostravano indignazione&#8230; peccato che la collezione fu presentata niente di meno che&#8230; al <strong>Musée du Louvre</strong>. Si il Louvre. Il Museo con la M in maiuscolo, il museo per antonomasia, un luogo di ricerca dove ingenti finanziamenti vengono costantemente impiegati per la tutela, la promozione e la valorizzazione, quelle vere. Ma il Louvre è anche un posto fico. Ci si poteva permettere di presentare una collezione di una nota griffe non curandosi della ricaduta culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma altri luoghi, come le città di <strong>Sciacca</strong> o <strong>Palma di Montechiaro</strong>, l&#8217;anfiteatro romano di <strong>Siracusa</strong>, il Castello Ursino di <strong>Catania</strong> o la Valle dei Templi di <strong>Agrigento</strong> non sono, purtroppo, il Musée du Louvre, non godono delle stesse strategie e risorse, e non possono permettersi di fare attività esclusivamente venali senza alcuna ricaduta culturale reale. Non possono, insomma, accontentarsi di qualcosa che si scrive “valorizzazione”, ma si legge “incasso facile di piccolo cabotaggio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ditemi adesso che le persone che vedono questi luoghi alla tv o su youtube, siano poi invogliate ad andarci&#8230; bella minchiata! Va bene la ricaduta d&#8217;immagine nel mondo, ma è pur sempre una ricaduta effimera se dietro non ci sia una forte politica di tutela e valorizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sfilata di moda, ballare la Zumba al museo, celebrare il matrimonio in una galleria d&#8217;arte o in un sito archeologico, <strong>non</strong> è valorizzazione del patrimonio culturale. Anzi. Si è sempre più lontani dal concetto di valorizzazione. È solo una forma edulcorata di sfruttamento che non diffonde alcun messaggio culturale. Si tratta solo di reificazione di un Bene pubblico che si allontana sempre più dal cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è assolutamente un attacco a chi propone questo tipo di evento. È una <strong>critica agli accademici</strong>, che si scannano come bestie per il Kouros di Lentini, ma fanno finta di niente sul concetto di “valorizzazione” perché non non lo ritengono argomento scientifico, quando invece proprio di scienza si tratta. È una critica alla politica che, trovandosi nella parte bassa della montagna del Purgatorio del canto VI della Divina Commedia, non vuole cominciare alcun percorso di espiazione, non vuole assolutamente perder tempo a “salire le cornici”, preferendo imboccare la strada breve e veloce dello stereotipo e dell&#8217;omologazione, a danno dell&#8217;unicità del nostro patrimonio culturale. <strong>Selinunte non è Disneyland</strong>!</p>
<p style="text-align: justify;">Volevo ricordare anche, per dovere di cronaca, che qualche tempo fa la Grecia si espresse con un secco <strong>No</strong> alle attività non ritenute idonee – come ad esempio il fashion business &#8211; al “carattere culturale unico” di luoghi come l&#8217;acropoli di <strong>Atene</strong>, rifiutando in cambio un pacco di milioni. Guarda caso, la Grecia disse No! Questione di volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti sanno, la <strong>Gorgone</strong> è parte della Bandiera ufficiale della <strong>Regione Siciliana</strong>. Potremmo in questo caso citare alcuni passi di Italo Calvino in merito alla Medusa: “<em>In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo</em>”. Il mondo greco non era affatto privo di bruttezza. E proprio ai mostri o ai terribili episodi della mitologia si affidavano per salvare il loro mondo. Oltre al <strong>Bello</strong> e <strong>Buono</strong> esisteva anche il <strong>Brutto</strong> ma ben rappresentato. Anche il brutto aveva non a caso un canone estetico. L&#8217;estetica era una forma di conoscenza intesa ovviamente come riflessione sulle sensazioni dettate dai cinque sensi. La Gorgone era il soggetto preferito, Mimesis del terrore&#8230; ma anche monito contro la Hybris e per invitare l&#8217;uomo a non fuggire o restare pietrificato di fronte alla sua condizione umana, ma a <strong>ricordare</strong> utilizzando il riflesso dello scudo della conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La Medusa non incarna la “femme fatale”, è il simbolo di ogni siciliano, e come tale dovrebbe invogliarci a riconquistare i valori d&#8217;identità.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Nell&#8217;immagine di copertina, da sx: lastra fittile con raffigurazione a rilievo di Gorgoneion, dall&#8217;area del Tempio di Atena a Siracusa, fine VII-inizi VI sec. a.C.; Bandiera della Regione Siciliana; marchio della nota griffe “Versace”</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nota didascalica</em>. L&#8217;immagine di copertina vuole, simbolicamente e provocatoriamente, racchiudere il messaggio, “fruirete del Bene (Culturale) o del Brand?”. È un invito a riappropriarci del nostro simbolo culturale, per scongiurare una triste evoluzione della Gorgone dal suo significato di “monito” a quello di “Brand”. Ma per far sì che ciò accada, gli enti  preposti dovranno intervenire strutturalmente verso una politica che preveda il binomio valorizzazione = ricerca.</p>
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		<title>Dialogo tra Epicarmo, Domenico e Peppino. Ovvero dell&#8217;incontro tra devastazione e Bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 17:10:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Crepuscolo. Da qualche parte, sui monti Climiti. EPICARMO: ma cosa sono tutte quelle luci, quei rumori? sarà forse la mia Megara? PEPPINO: è la zona industriale, Epicarmo. EPICARMO: zona industriale&#8230; e quelle immense colonne, sono di templi? PEPPINO: sono solo ciminiere. EPICARMO: e la mia città, l’agorà, i suoi templi, le case: non era lì? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Crepuscolo. Da qualche parte, sui monti Climiti.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: ma cosa sono tutte quelle luci, quei rumori? sarà forse la mia Megara?</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: è la zona industriale, Epicarmo.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: zona industriale&#8230; e quelle immense colonne, sono di templi?</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: sono solo ciminiere.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: e la mia città, l’agorà, i suoi templi, le case: non era lì?</p>
<p style="text-align: justify;">DOMENICO: ah si, quelle quattro pietre. Saranno là, da qualche parte. Io non l’ho mai vista.</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: c’è ancora. Sopravvive. E sopravvivrà anche a questo scempio. Le tombe superstiti dei greci, hanno fatto da presagio alla moltitudine di lutti in queste terre.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: perché parli di “scempio”, Peppino? a me il mare sembra ancora del colore dei pavoni…</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: il colore dei pavoni è stato sostituito, dal colore cristallino del mercurio.</p>
<p style="text-align: justify;">DOMENICO: ma non essere così critico&#8230; guarda che acqua trasparente&#8230; e pure calda!</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: eh sì, un’opera d’arte. Petrolio su tela.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: e gli abitanti? gli uomini, le donne, i bambini? gli artigiani, i pastori, i contadini? che fine hanno fatto?</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: sono stati tutti deportati&#8230; estirpati dai luoghi della memoria. E adesso, chi nasce di questi tempi, ha per luoghi della memoria camini e serbatoi.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: e quindi non ci si ricorda più dei Templi, dei castelli e delle mura poderose, delle torri..? Non ci si ricorda più delle saline e dei mulini, del pescato copioso, della canna da zucchero?</p>
<p style="text-align: justify;">DOMENICO: pro-gres-so, amici miei. Si chiama progresso!</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: progresso sta minchia.</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: ehi, non litigate&#8230; ci sarà pure un modo per venirne a capo. Un modo per correre ai ripari e riportare questa terra alla Bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">DOMENICO: e cosa dovremmo fare, chiudere bottega ed andare via? preferisco morire di cancro, che di fame.</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: ma come puoi, tu, affermare una meschinità del genere?</p>
<p style="text-align: justify;">DOMENICO: ma perché, non ho il diritto a lavorare? di sostituire e continuare ciò che ha fatto mio padre, e suo padre prima di lui? oppure dovrei scappare da un’altra parte? tanto lo sappiamo che qui non cambierà mai niente&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">PEPPINO: a che serve vivere, se non c&#8217;è il coraggio di lottare?</p>
<p style="text-align: justify;">EPICARMO: ben detto Peppino, ben detto. Adesso ricordo. Occorre solo rileggere la storia, Domenico. Basta osservare la tenacia di coloro che sarebbero diventati abitanti di Megara Hyblaea, la tenacia per ottenere un piccolo lembo di terra. O credi forse che se avessero conosciuto il proprio futuro, se avessero saputo che sarebbero stati distrutti da Siracusa, non avrebbero fatto lo sforzo di fondare una città?</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Qui sopra una &#8216;sceneggiatura&#8217; immaginaria del blogger-archeologo &#8220;Il Corbaccio&#8221;, alias l&#8217;augustano Carlo Veca, ispirata dalla puntata de &#8220;I dieci comandamenti&#8221; dal titolo &#8220;Pane nostro&#8221; sul polo petrolchimico in onda su Raitre il 18 novembre 2018, nell&#8217;immagine in evidenza</em>)</p>
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		<title>“Fuori Roma”, il contributo di chi ha lasciato Augusta. L&#8217;archeologo Carlo Veca: “Scegliamo cosa vogliamo essere”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 16:59:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[AUGUSTA &#8211; Continua a far discutere la puntata dedicata ad Augusta del programma “FuoriRoma“, di Concita De Gregorio, in onda su Raitre la scorsa domenica sera. Sono emersi dal dibattito, sui social in particolare, due fronti di polemica: uno sulla radicalizzazione dell’immagine negativa della città, evidenziando criticità e privazioni oggettive più e meno recenti, ma dimenticando i tentativi di rilancio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">AUGUSTA &#8211; <em>Continua a far discutere la puntata dedicata ad Augusta del programma “<strong>FuoriRoma</strong>“, di Concita De Gregorio, in onda su Raitre la scorsa domenica sera. Sono emersi dal dibattito, sui social in particolare, due fronti di polemica: uno sulla radicalizzazione dell’immagine negativa della città, evidenziando criticità e privazioni oggettive più e meno recenti, ma dimenticando i tentativi di rilancio di associazionismo e imprenditoria; l’altro su certi commenti espressi dagli artisti noti intervistati, alcuni ritenuti da tempo lontani dalla comunità augustana.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Abbiamo chiesto un’opinione ad alcuni dei <strong>blogger</strong> de La Gazzetta Augustana.it, che vivono lontano dalla città per esigenze di formazione o lavoro, pur facendovi periodicamente ritorno. Il contributo che proponiamo qui di seguito è dell’augustano <strong>Carlo Veca</strong>, che per noi cura il blog su beni culturali e arte “Il Corbaccio” (<a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/author/il-corbaccio/" target="_blank"><strong>vedi blog</strong></a>), trentatreenne, augustano di adozione e archeologo &#8220;itinerante&#8221; per lavoro, attualmente a Roma per un master in Architettura per l&#8217;archeologia. È l&#8217;autore del libro &#8220;Archeologia funeraria. Architettura, riti e liturgie nella Sicilia sudorientale del Bronzo Medio (1450-1250 a.C.)&#8221;, accattivante disamina sullo stato dell’arte della ricerca preistorica nella Sicilia sud-orientale.</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Benvenuti ad Augusta. Città della mediocrità. Laddove luoghi comuni, “sbuffi” e piagnistei fanno da padrone&#8221;. Questo è il ritratto che emerge dalla visione dell’ultima puntata di “FuoriRoma”, il famoso programma in onda la domenica su Raitre.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, non si vuole smuovere alcuna critica, né nascondersi in<strong> dietrologie comode</strong>. La puntata di “FuoriRoma” ha permesso, attraverso una fotografia notevole, di godere di <strong>immagini fantastiche</strong> sulla città di Augusta; quindi, sarebbe stato perfetto godersela, ma in <strong>modalità “mute”</strong>. Perché, nonostante il racconto corrisponda alla realtà, si è assistito alla formulazione di numerose “domande”, senza però fornire <strong>alcuna “risposta”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Va da sé che la risposta a tanti quesiti debba trovarsi nel pensiero e nelle riflessioni dell’osservatore; va bene “auto-crearsi” un punto di vista; ma <strong>il racconto è incompleto</strong>. Lungi da me sostenere o pensare che in ciò ci sia stata una “scelta mirata”. Sto solo affermando, e lo dico con orgoglio, che una buona fetta della città sia stata tralasciata, che l’immagine di Augusta si venuta fuori “ristretta”, come mutilata, addentrata e quasi rassegnata in una spirale di mediocrità, dalla quale solo “i cervelli” sono riusciti ad emergere, andando via.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma riprendiamo <strong>l’elenco</strong>. Siamo un’isola senza mare, è vero. Non c’è un teatro, il Kursaal sta crollando. Non c’è un cinema. Il castello federiciano crolla a pezzi. Così come troppe volte le speranze del cambiamento. Lo stadio è chiuso. L’hangar dirigibili è inagibile. La piscina comunale verrà demolita. L’ospedale piano piano sarà soppresso. Le saline sono putrescenti. Il mare è inquinato. Megara Hyblaea è in pessime condizioni. Turismo? Neanche a parlarne.</p>
<p style="text-align: justify;">Però, perché non dire, magari, che chi “ha passato i ponti”, ha ormai perso il contatto con la realtà cittadina? Perché non si è parlato dell’imprenditoria giovanile, che muove, seppur lentamente, dei timidi passi in avanti? Perché non intervistare anche chi “è rimasto”, che crede nella propria città, investendo in attività lavorative? O chi, invece, crede nelle potenzialità culturali della propria terra, e affina l’ingegno per andare avanti? Perché non parlare della miriade di associazioni culturali attive sul territorio, che tentano, con tante difficoltà, di sopperire allo strabismo politico in materia di beni culturali, ai “problemi”, alle sterili lagne e alle carenze amministrative? Oppure perché non parlare della ricerca scientifica che, anche se con difficoltà, da più di cinquant’anni coinvolge Megara Hyblaea nello scenario europeo?</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa, ancora, non è stata sottolineata nel servizio: <strong>Augusta è una città senza Museo</strong> <b>civico </b>(mentre Museo della Piazzaforte e Commissione comunale di storia patria sono andati avanti grazie alla meritoria opera di volontari), l’istituzione culturale per eccellenza; fulcro identitario per antonomasia, il “faro” sulle ombre dell’oblio, il legame di identità e territorio. A dire il vero, il museo esiste; ma solo sulla carta: c’è un direttore e un consiglio; non la sede, né le collezioni. Un progetto in itinere che dagli anni ’70 non vede la luce.</p>
<p style="text-align: justify;">È il Museo civico il primo pilone del “ponte verso la rinascita”. La sintesi perfetta che raccolga le testimonianze della storia della città e il rapporto con il territorio, e che crei conoscenza e consapevolezza tra i cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornano i proverbiali versi di Montale, “Codesto solo oggi possiamo dirti, | ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Così, lapidario, si esprimeva il poeta. Iniziamo scegliendo ciò che non siamo allora. <strong>Non siamo Levantini, ma neanche Greci</strong>. Scegliamo anche cosa vogliamo essere: <strong>siamo “Augustani”</strong>, scegliamo di rivendicare con orgoglio la nostra identità. Non bisogna essere “pazzi” per amare la propria città. Occorre coscienza e consapevolezza. Ci vogliono “cento occhi”, come quelli del pavone, come quelli di Giunone, per poter guardare.</p>
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		<title>Dall’abbandono alla scomparsa dei monumenti: Augusta e la “morte culturale” in auge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Dec 2016 09:35:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[Da un recente articolo si è appreso della “scomparsa” di un’antica scultura in pietra incastonata nella parete di un edificio sito in Ronco Tulé, nei pressi di via Megara, ad Augusta. Il bassorilievo, strappato dalla parete dove è rimasto l’incasso, raffigura un ostensorio raggiato (probabilmente di matrice seicentesca) che “richiamava, nelle fattezze stilistiche, quello ubicato sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da un <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/scomparsa-lantica-scultura-in-pietra-di-ronco-tule/" target="_blank">recente articolo</a></strong></span> si è appreso della “<em>scomparsa</em>” di un’antica scultura in pietra incastonata nella parete di un edificio sito in Ronco Tulé, nei pressi di via Megara, ad Augusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bassorilievo, strappato dalla parete dove è rimasto l’incasso, raffigura un ostensorio raggiato (probabilmente di matrice seicentesca) che “<em>richiamava, nelle fattezze stilistiche, quello ubicato sul portale della chiesa di San Sebastiano</em>”, allocata a qualche isolato di distanza all’incrocio tra le vie Megara e Limpetra, nel centro storico di Augusta. In realtà, quest’oggetto liturgico ha un’ampia diffusione dalla fine del XV secolo in poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là delle possibili o meno relazioni tra l’accaduto e lavori edili di recente fattura nell’area in oggetto, ciò che preme sottolineare è l’<strong>assoluta indifferenza</strong> in cui è avvenuta la sottrazione di un bene di interesse culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad Augusta, cittadina dalla forte connotazione storica, munita di un patrimonio architettonico e archeologico spiccato, la Cultura con la C maiuscola continua in un lento e inesorabile processo di disfacimento, dove l’accaduto della “rimozione” indisturbata del bassorilievo sopracitato ne rappresenta il culmine e punto più basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Che importanza può avere la scomparsa di una piccola scultura a fronte di castelli abbandonati al loro destino, straordinari siti archeologici chiusi o ricoperti da immondizia e vegetazione, statue acroteriali “cestinate” in cassonetti, restauri architettonici lasciati a metà, monumenti deturpati, conventi trafugati e musei fantasma?</p>
<p style="text-align: justify;">È il <strong>crepuscolo della cultura</strong>, una “caduta senza rumore” di una città ormai divenuta immeritevole.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ostensorio raggiato sarà stato adattato a decorazione di qualche abitazione privata, oppure finito tra le cianfrusaglie di un mercatino dell’antiquariato, magari tra le mani di qualche spregiudicato collezionista che almeno avrà il merito di apprezzarlo!</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Immagine in evidenza: Ecce Homo (particolare), Antonello Da Messina</em>)</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14038 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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		<item>
		<title>Sfatato il mito di Juvara ad Augusta: il gioiello barocco è opera di un capo mastro!</title>
		<link>https://www.lagazzettaaugustana.it/sfatato-il-mito-di-juvara-ad-augusta-il-gioiello-barocco-e-opera-di-un-capo-mastro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2016 10:30:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In un precedente post di questo Blog, “Chiesa delle Anime Sante di Augusta: barocco “stucchevole” o ignoranza che lascia di stucco?”, avevo provato a mette in evidenza lo stato dell’arte su un meraviglioso esempio di architettura religiosa barocca sito nella città di Augusta. Ciò che sottolineavo era l’esclusione (fortuita) del monumento dai circuiti turistici del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un precedente post di questo Blog, “<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/chiesa-delle-anime-sante-di-augusta-barocco-stucchevole-o-ignoranza-che-lascia-di-stucco/" target="_blank">Chiesa delle Anime Sante di Augusta: barocco “stucchevole” o ignoranza che lascia di stucco?</a></strong></span>”, avevo provato a mette in evidenza lo stato dell’arte su un meraviglioso esempio di architettura religiosa barocca sito nella città di Augusta. Ciò che sottolineavo era l’esclusione (fortuita) del monumento dai circuiti turistici del Barocco del sud-est della Sicilia e una diffusa riluttanza della comunità locale verso il patrimonio culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un recente articolo, nell’ultimo numero del “<strong>Notiziario Storico di Augusta</strong>” (Eugenio Magnano di San Lio, <em>L’architettura della chiesa di Santa Maria del Suffragio</em>), rappresenta un interessante <strong>aggiornamento</strong> sull’argomento, dove, con rigore storico e scientifico, si fa finalmente chiarezza su uno dei punti “misteriosi” che ancora aleggiavano intorno alla chiesa in oggetto: la veridicità dell’attribuzione del progetto della facciata barocca all’architetto Filippo Juvara.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una introduttiva ricostruzione storica della “gestazione” della chiesa, e del tessuto urbano settecentesco della città megarese, nel testo si chiarisce, fin dall’inizio, che <strong>quella che vede Filippo Juvara come “progettista” della chiesa è solo una suggestione di uno studioso locale</strong>, reiterata nel tempo. Ad avvalorare questa tesi, non è solo il linguaggio architettonico, diverso da quello del celebrato architetto messinese, ma soprattutto la documentazione storica. Infatti, nell’articolo si citano numerosi documenti, tra cui un atto notarile del 16 aprile 1761, che sancisce che Gaetano Bonaiuto &#8211; capo mastro siracusano che si era aggiudicato la gara d’appalto per la costruzione della chiesa &#8211; era obbligato a costruirla entro cinque anni secondo i disegni di progetto da lui stesso forniti.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo quindi il nome del progettista e costruttore della chiesa delle Anime del Purgatorio di Augusta. <strong>Gaetano Bonaiuto</strong>, proveniente da una famiglia siracusana di valenti costruttori e architetti che parteciparono alla rinascita architettonica del siracusano post terremoto del 1693, venne probabilmente scelto anche perché il progetto prevedeva la realizzazione di elementi architettonici e forme inconsuete per gli intagliatori augustani. Non a caso, tutta una serie di elementi progettuali e stilistici, soprattutto del prospetto, richiamano edifici sacri e civili di Siracusa e del suo hinterland.</p>
<p style="text-align: justify;">Apprendiamo inoltre che <strong>il mastro non completò la costruzione</strong>, a causa delle ristrettezze economiche dei committenti (l’arciconfraternita delle Anime del Purgatorio), e che per ultimare la struttura &#8211; volta, tetto, abside e campanile &#8211; vennero incaricate verosimilmente maestranze locali, comprovato da documenti relativi alla <strong>costruzione dell’abside da parte di mastri augustani</strong>. Ciò risolverebbe le “incongruenze” stilistico-architettoniche di questi elementi con il resto della chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto la chiarezza della ricostruzione storica rappresenti un fattore indispensabile di conoscenza e “riscoperta” della chiesa delle Anime Sante di Augusta, è auspicabile un lavoro di divulgazione delle informazioni più ampio e una forte presa di posizione da parte delle istituzioni locali, per far sì che si possano <strong>valorizzare le importanti testimonianze architettoniche</strong>, che dal Medioevo all’età contemporanea dominano l’immagine della città.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’immagine della città che invece comunica incuria sprezzante e disinteresse.</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-14038 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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		<item>
		<title>La basilica del Murgo presso Augusta: architettura &#8220;mutilata&#8221; contro il volere di Federico II</title>
		<link>https://www.lagazzettaaugustana.it/la-basilica-del-murgo-presso-augusta-architettura-mutilata-contro-il-volere-di-federico-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2016 14:07:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tempo, meteorizzazione, guerre, disastri naturali ed altri innumerevoli fattori socio-culturali, sono tutte motivazioni che comportano lo stato di rovina di una struttura architettonica. Ma quando a concorrere a questo stato di cose si celano noncuranza e indifferenza, il concetto di rovina digrada a barbarie e annichilimento. In un precedente post di questo Blog, “Castello Svevo: identità in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo, meteorizzazione, guerre, disastri naturali ed altri innumerevoli fattori socio-culturali, sono tutte motivazioni che comportano lo stato di rovina di una struttura architettonica. Ma quando a concorrere a questo stato di cose si celano noncuranza e indifferenza, il concetto di rovina digrada a barbarie e annichilimento.</p>
<p style="text-align: justify;">In un precedente post di questo Blog, “<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/castello-svevo-identita-in-rovina/" target="_blank">Castello Svevo: identità in rovina</a></strong></span>”, avevo tracciato, con cruda amarezza, lo stato pressoché di abbandono di uno dei più importanti monumenti dell’architettura sveva in Sicilia. Adesso è il turno di un’altra importante opera federiciana, donata al territorio della cittadina megarese ma quasi sconosciuta e completamente trascurata: la basilica del Murgo presso <strong>Agnone Bagni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Situata a circa 400 m dalla costa orientale, in prossimità della baia di Agnone, <strong>la Basilica del Murgo rappresenta l’unico esempio di architettura sacra fondata da Federico</strong>, forse opera di maestranze cistercensi giunte dal continente per volere dell’imperatore svevo. Essa, commissionata dallo S<em>tupor mundi</em> intorno al 1220-1224, doveva ospitare la comunità abbaziale cistercense di Santa Maria di Roccadia nei pressi di Lentini, trasferimento auspicato dallo stesso <em>Staufen</em>, con l’intenzione di patrocinare l’ordine cistercense in Sicilia e di fondarvi un vasto monastero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cantiere per la costruzione dell’edificio, giunto a 2,5/3 m di altezza, venne bruscamente <strong>interrotto ed abbandonato, per motivazioni ancora sconosciute</strong>. Alcuni studiosi hanno ricondotto l’interruzione all’ostilità del papato nei confronti della politica federiciana; altri a esigenze militari, che spinsero le maestranze a trasferirsi a Siracusa per costruire il Castello Maniace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi, ciò che è possibile carpire da quelle rovine sopradette, è un impianto basilicale a croce latina, a tre navate e transetto</strong>, orientato in senso Est-Ovest e desinente in un’abside con due cappelle a pianta quadrata, per una lunghezza complessiva di 83 m e 28 m di larghezza. Il portale monumentale in pietra appena abbozzato, è in stile romanico; le navate erano suddivise da 12 pilastri a cui si addossavano semicolonne a fusto liscio che dovevano sostenere la volta delle navate; l’area presbiteriale era composta da un transetto rettangolare lungo esattamente la metà dell’edificio, servito da un’apertura ad arco a sesto acuto nel lato Nord (tuttora in buono stato). L’area delle absidi a pianta quadrata, così come l’ampio arco di trionfo, che conduceva dal transetto all’abside, è la più rimaneggiata. Materiali da costruzione e tecniche edilizie &#8211; doppio paramento in conci perfettamente isodomici tenuti da opera cementizia; colonne e pilastri; modanature e cornici &#8211; richiamano chiaramente le fabbriche dei castelli Maniace di Siracusa e Ursino di Catania.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbandonata la costruzione quando l’alzato era giunto a un’altezza di circa 3 m, l’area della basilica è stata probabilmente spogliata e deturpata nel tempo. <strong>Nel ‘700 una masseria feudale inglobò alcuni settori della struttura</strong>; l’abside centrale venne tompagnata da un portale e trasformata in una piccola cappella. Oggi i resti murari, anche se vincolati dalla soprintendenza, si trovano all’interno di una proprietà privata, che li ha incorporati, trasformandoli in case, depositi e giardini.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestosità delle rovine, inghiottite dalla selva e dall’oblio, stride con le superfetazioni moderne. <strong>La basilica del Murgo si inserisce in quella “black list” di monumenti di età federiciana nel territorio della città di Augusta lasciati allo stato d’incuria</strong>, come il Castello Svevo o la Torre del Cantara, che potrebbero costituire un pretesto per la ripresa degli studi sull’architettura sveva, nonché un percorso turistico ingente, e contrastare l’altrettanto ricca indifferenza alla materia culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Occorrerebbero restauri e programmazione, volontà politica e sensibilizzazione</strong>. Perché non si può accettare di pensare che tutta la curiosità e l’amore per questo territorio possano essere stati assorbiti da Federico II, anche per le generazioni a venire.</p>
<p>&nbsp;</p>

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<p style="text-align: left;">(<em>Foto in evidenza: www.medioevosicilia.eu/markIII/basilica-del-murgo-presso-agnone-bagni/</em>)</p>
<p style="text-align: left;">(<em>Foto in galleria: Rosaria Privitera Saggio &#8211; www.etnatura.it</em>)</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14038 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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		<title>Chiesa Madre di Augusta: due terremoti e due statue in stallo, ma senza piedistallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jun 2016 13:51:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si narra che nella chiesa di Santa Maria Assunta di Augusta, ricostruita dopo il tragico terremoto del 1693, furono messe in opera due grandi statue, poste a decorare i basamenti dei contrafforti a spirale all’estremità della facciata. Si narra che le statue raffigurassero il patrono San Domenico, e San Giuseppe, da sempre venerato nella città. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Si narra</strong> che nella chiesa di Santa Maria Assunta di Augusta, ricostruita dopo il tragico terremoto del 1693, furono messe in opera due grandi statue, poste a decorare i basamenti dei contrafforti a spirale all’estremità della facciata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si narra</strong> che le statue raffigurassero il patrono <strong>San Domenico</strong>, e <strong>San Giuseppe</strong>, da sempre venerato nella città.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si narra</strong> anche che per più di duecentocinquant’anni gli abitanti di Augusta, transitando in piazza del Duomo, potessero ammirare le statue, oppure scrutarle appena, con disinteresse; ma comunque che per tre secoli le due statue fossero parte integrante dell’immaginario collettivo religioso, <em>marker</em> identitario e “presenza” incondizionata. Come a dire, “esse sono lì, e ci sono sempre state”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si narra</strong> infine che a seguito di un altro drammatico sisma, quello del 13 dicembre 1990, le suddette statue venissero rimosse per ragioni di sicurezza e di potenziali crolli &#8211; come già verificatosi per la statua di S. Domenico durante il terremoto del 1848.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia dei due simulacri dei Santi Domenico e Giuseppe è quindi intrinsecamente legata ai due terremoti principali: il primo li ha “donati”, l’altro li ha sottratti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/03/statue-chiesa-madre-ex-plastjonica-augusta.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-18128" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/03/statue-chiesa-madre-ex-plastjonica-augusta-300x193.jpg?x53867" alt="statue-chiesa-madre-ex-plastjonica-augusta" width="300" height="193" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/03/statue-chiesa-madre-ex-plastjonica-augusta-300x193.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/03/statue-chiesa-madre-ex-plastjonica-augusta.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La narrazione continua, e nel 1991 le effigi dei Santi, non appena spostate, furono inserite in cassoni di allumino riempiti di poliuretano espanso per proteggerle dai contraccolpi che avrebbero subito nel trasporto verso una ubicazione più sicura. La sede prescelta fu quella dell’<strong>ex Plastjonica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si racconta</strong> che dai cassoni, aperti superiormente, spuntassero le due teste, in balia dell’incuria e delle intemperie, come moderni ed inquietanti “Prigioni” michelangioleschi, in uno stato di “detenzione” coatta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’ultima parte del racconto</strong> si narra anche che assieme alle statue, la campana civica e le quattro “fiamme” acroteriali in pietra vennero altrettanto rimosse. Di questi ultimi, solo la campana è stata sistemata all’interno della chiesa Madre; le fiamme decorative pare siano andate perdute &#8211; come si possano “perdere” così degli elementi architettonici del ‘700, questo lo ignoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornando al tempo presente, le statue dei Santi sono avvolte nel “mistero”: si potrebbe tranquillamente affermare che non esistano</strong>, e che quei cassoni siano pieni di pietre, o rifiuti. Ignare le persone nate dopo il 1990, non al corrente della loro esistenza, mentre i nati precedentemente a quella data hanno solo nebulosi ricordi, oppure non ricordano affatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Misteri misteriosi a parte, è davvero così complicato poter pensare ad <strong>una collocazione più adeguata di cassoni arrugginiti</strong> per l’unica decorazione scultorea del prospetto della chiesa più importante della città? Sembra che quando si metta insieme in un’unica frase le parole “Augusta” e “Beni culturali”, si vada incontro a conflitto d’interesse, incompatibilità e problematiche insormontabili. Perché, se in ragione della tutela si rimuovono delle statue dalla facciata di una chiesa, si può a ben ragione pensare di trovare una soluzione in tempi e modi sostenibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla <strong>questione</strong>, alcuni si sono espressi su una possibile collocazione originaria; altri hanno proposto invece una sistemazione nel sagrato della Chiesa Madre. Molti hanno rigettato entrambe le proposte: la prima a causa della fragilità della pietra in cui sono realizzate; l’altra a causa della distorsione prospettica praticata dagli scultori dell’epoca perché poste a distanza e in alto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia proposta, allora, è questa: perché non fare un rilievo digitale (Laser scanner 3D) delle due statue</strong> per poi riprodurle nei minimi particolari e in scala 1:1 in un materiale più resistente e leggero (resina bicomponente)? Queste riproduzioni, fedeli nei dettagli e nel colore, potrebbero essere ricollocate nella posizione originaria, mentre le due statue settecentesche potrebbero essere temporaneamente conservate all’interno della chiesa Madre, in attesa di una possibile musealizzazione nel Museo Civico di Augusta (tace 1972-2016).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Speranzosi che non si debba attendere un altro sisma per rivederle</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Foto di Salvo M. per La Gazzetta Augustana.it)</em></p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14038 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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		<title>Quel “ratto di Proserpina” razziato alla città: a Catania la fontana più sprecata d’Italia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 10:35:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel piazzale prospiciente la Stazione Centrale di Catania, in piazza Giovanni XXIII, è collocata probabilmente la fontana più bella della città etnea. L’opera è stata realizzata da Giulio Moschetti. L’artista marchigiano, catanese d’adozione, aveva già realizzato altre opere artistiche, come alcune statue della decorazione scultorea esterna del Teatro &#8220;Massimo Bellini&#8221;, ma anche alcune decorazioni non più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel piazzale prospiciente la Stazione Centrale di Catania, in piazza Giovanni XXIII, è collocata probabilmente la fontana più bella della città etnea</strong>. L’opera è stata realizzata da <strong>Giulio Moschetti</strong>. L’artista marchigiano, catanese d’adozione, aveva già realizzato altre opere artistiche, come alcune statue della decorazione scultorea esterna del Teatro &#8220;Massimo Bellini&#8221;, ma anche alcune decorazioni non più esistenti per la facciata della Stazione Centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Formato al classicismo presso l’Accademia di S. Luca a Roma, l’artista, attivo anche in altre città siciliane e a Malta, era stato incaricato dall’amministrazione catanese di realizzare una fontana per abbellire la zona della città che nel 1867 aveva visto l’apertura della Stazione. Moschetti scelse come tema mitologico del gruppo scultoreo principale quello del Ratto di Proserpina, strettamente connesso alla storia Sicilia, e a numerosi messaggi simbolici, qual i temi della transitorietà, della partenza e pendolarità, legati a loro volta alla scelta di ubicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo “scultore del Mediterraneo” realizzò quindi la fontana nel 1904, con <strong>sculture interamente in cemento</strong>. Questo tipo di materiale, che a quell’epoca si stava diffondendo sempre più, potrebbe sembrare inadatto per un’opera d’arte e più consono alla costruzione di edifici. Esso venne scelto probabilmente per i costi ridotti rispetto all’impiego del bronzo, e soprattutto per le qualità intrinseche, compatibile alla formatura come il gesso scagliola, ma resistente come la pietra calcarea.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/06/fontana-di-proserpina-catania-dettagli-blog-il-corbaccio.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-20513" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/06/fontana-di-proserpina-catania-dettagli-blog-il-corbaccio-300x219.jpg?x53867" alt="fontana-di-proserpina-catania-dettagli-blog-il-corbaccio" width="300" height="219" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/06/fontana-di-proserpina-catania-dettagli-blog-il-corbaccio-300x219.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/06/fontana-di-proserpina-catania-dettagli-blog-il-corbaccio.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La vasca è di notevoli dimensioni. Di forma e profondità irregolari, potrebbe ricordare la sagoma di un occhio. Essa, probabilmente rappresentazione di un lago, accoglie quasi al centro il gruppo scultoreo. I personaggi principali sono avvolti nel pathos: come in un rialzo roccioso generato dalla terra, Ade afferra poderosamente Proserpina, che si dimena invocando drammaticamente aiuto. Tutt’intorno, un moto centrifugo di figure di cavalli marini e sirene, in un vortice generato da fiotti e zampilli.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la Fontana di Diana di Siracusa, dello stesso autore, la Fontana di Proserpina rappresenta quindi un <strong>notevole esempio di tecnica della formatura</strong>, impiegata per la rappresentazione  del momento culminante di un evento, con echi stilistici che rimandano al più celebre gruppo scultoreo berniniano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nonostante questo, nonostante la bellezza di nudi eroici, cavalli e sirene colti in un febbrile movimento, <strong>la fontana risulta oggi uno “spreco storico-artistico”</strong>. La topografia della città di Catania è molto cambiata nel secolo trascorso dall’ubicazione della fontana, che, a giudicare dall’orientamento del gruppo scultoreo, poteva esser ammirata da tutti coloro che dal centro della città si spostavano in periferia in direzione Stazione. <strong>Oggi quest’area è stata relegata a zona di transito e degrado</strong>: al tram ed ai pedoni, si sono sostituiti miriadi di automobili, ma anche parcheggiatori abusivi, spacciatori e prostitute, che relegano l’area ad uno stato di decadenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “gioiello di cemento” andrebbe salvaguardato dal degrado e valorizzato; ubicato in un’altra sede, si arricchirebbe, arricchendo turisti e cittadini. Pensiamo ad esempio se fosse collocato al centro di una piazza&#8230; al centro di piazza Università! <strong>Perché allora non proporre di spostare la fontana in nome di un progetto di valorizzazione?</strong> Aspettiamo che Ade ci restituisca Proserpina…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-14038 size-full aligncenter" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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		<title>Chiesa delle Anime Sante di Augusta: barocco &#8220;stucchevole&#8221; o ignoranza che lascia di stucco?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Il Corbaccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2016 09:12:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[A numerosi abitanti o visitatori della città di Augusta sarà capitato di percorrere la centrale via Giuseppe Garibaldi e “ignorare” la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, imboccando il primo incrocio che immette su via Principe Umberto. La chiesa, sul lato sinistro della via citata, si erge imponente ma “contratta” nello spazio ristretto dell’asse viario. L’edificio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A numerosi abitanti o visitatori della città di Augusta <strong>sarà capitato di percorrere la centrale via Giuseppe Garibaldi e “ignorare” la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio</strong>, imboccando il primo incrocio che immette su via Principe Umberto. La chiesa, sul lato sinistro della via citata, si erge imponente ma “contratta” nello spazio ristretto dell’asse viario.</p>
<p style="text-align: justify;">L’edificio sacro è consacrato a Santa Maria della Provvidenza, ma anche a San Nicolò. <strong>La denominazione “delle Anime Sante del Purgatorio” si deve probabilmente ai compiti della originaria confraternita che vi risiedeva</strong>: l’Arciconfraternita dei Bianchi, infatti, tra i vari compiti, aveva anche quello di suffragare l’anima dei defunti. Ciò è corroborato dalla raffigurazione della Pala dell’Altare Maggiore, dove è ritratto San Nicolò e la Madonna del Suffragio che consolano le anime del Purgatorio. Oggi la chiesa ospita la Confraternita della Madonna Odigitria, raffigurata in una statua posta all’interno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/05/chiesa-delle-anime-sante-augusta-angolo.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-20307" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/05/chiesa-delle-anime-sante-augusta-angolo-300x240.jpg?x53867" alt="chiesa-delle-anime-sante-augusta-angolo" width="300" height="240" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/05/chiesa-delle-anime-sante-augusta-angolo-300x240.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2016/05/chiesa-delle-anime-sante-augusta-angolo.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La chiesa è il principale monumento che rispecchia maggiormente gli stilemi del tardo Barocco siciliano nella città megarese</strong>. Essa è caratterizzata da una maestosa facciata a profilo leggermente curvilineo, che dona movimento all’architettura del prospetto, costituito da due ordini sovrapposti muniti di finti pilastri e decorazioni plastiche. Nell’ordine inferiore, coppie di paraste inquadrano due grandi nicchie ai lati del portale, e sorreggono una trabeazione elegante e convessa. In quello superiore, una finestra cantoria è inquadrata da lesene, da contrafforti a spirale all’estremità della facciata e un timpano di tipo spezzato come coronamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le numerose decorazioni</strong>, degni di nota sono i bassorilievi alla sommità del portale e della finestra, raffiguranti ghirlande floreali, i finti capitelli degli ordini, i bassorilievi dei contrafforti. Il coronamento è una semplice torretta campanaria in stile neoclassico (che stride un po&#8217; con la facciata), terminante in una sfera che sostiene una croce. Il portale è munito di un’artistica cancellata in ferro battuto. L’interno a navata unica è caratterizzato da una serie di colonne che disegnano gli altari ai lati, l’abside e l’Altare Maggiore, in marmi policromi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Costruita nella prima metà del ‘700, il progetto della facciata è stato attribuito a Filippo Juvara</strong>, l’architetto messinese considerato uno dei principali esponenti del Barocco italiano, anche se opinioni e fonti sono contrastanti a riguardo. Sappiamo che nel periodo 1714-1720 l’architetto divenne di fiducia di Vittorio Amedeo II di Savoia, che in questo breve periodo aveva ottenuto anche la corona di Re di Sicilia. È da notare che rispetto alle chiese tardo barocche degli altri contesti della Sicilia sudorientale, quello della chiesa delle Anime Sante si caratterizza per uno stile “semplice” e uno sviluppo plastico delle membrature architettoniche, scevro da iperdecorativismi (a volte stucchevoli) e forse influenzato da esperienze extra isolane. Motivazioni per cui l’attribuzione a Juvara risulterebbe calzante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma nonostante questo edificio sacro possa considerarsi un “gioiello barocco”, esso è praticamente ignorato dai circuiti turistici del Barocco del sudest siciliano</strong>. Le celeberrime città tardo barocche del Val di Noto hanno (giustamente) imperniato nel turismo culturale il volano di sviluppo del territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">I gioielli tardo barocchi e neoclassici in pieno centro storico ad Augusta, come appunto la chiesa delle Anime Sante, la chiesa di Maria SS. Assunta (matrice) e la chiesa (e Convento) di San Domenico di Guzman, <strong>attraverso opportuni interventi di valorizzazione, potrebbero costituire un percorso turistico culturale importante per la cittadina megarese</strong>, avvantaggiata dalla sua posizione geografica e dall’immenso patrimonio architettonico storico-artistico, ma sempre inabissata in “logiche politiche” che relegano la Cultura a problematica di poco conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto l’architettura tardo barocca possa essere considerata stucchevole e a volte patetica, rappresenta comunque lo “<strong>stile delle meraviglie</strong>”: è possibile che la città si sia stancata di meravigliarsi?</p>
<p><a href="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14038 size-full" src="http://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg?x53867" alt="Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it" width="480" height="480" srcset="https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca.jpg 480w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-150x150.jpg 150w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-300x300.jpg 300w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-120x120.jpg 120w, https://www.lagazzettaaugustana.it/wp-content/uploads/2015/09/blog-il-corbaccio-carlo-veca-354x354.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
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