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Scoperta ad Augusta una nuova specie di verme marino: è la Proceraea megarensis

AUGUSTA – Una nuova specie di verme marino, finora sconosciuta alla scienza, porta nel proprio nome un riferimento diretto ad Augusta. È la Proceraea megarensis, descritta formalmente in uno studio pubblicato online il 29 settembre 2026 su The European Zoological Journal.

La nuova specie appartiene alla famiglia dei Syllidae, piccoli anellidi marini del gruppo dei policheti, ed è stata identificata nell’ambito di una ricerca sulla biodiversità presente negli ambienti portuali siciliani.

L’olotipo, vale a dire l’esemplare scelto come riferimento ufficiale per la descrizione della nuova specie, è stato raccolto nel porto Megarese il 26 marzo 2024, a circa mezzo metro di profondità, tra gli organismi che colonizzano le pareti sommerse in cemento (biofouling) delle banchine sul lato di ponente dell’Isola. Altri due esemplari, indicati come paratipi, sono stati prelevati nello stesso punto il 4 febbraio 2025.

Il nome assegnato dagli studiosi lega esplicitamente la specie al territorio augustano. Nella pubblicazione, gli autori spiegano infatti che l’epiteto megarensis richiama l’antica colonia greca di Megara Hyblaea, sorta lungo il porto naturale della baia di Augusta, dove è stato raccolto l’olotipo.

Gli esemplari esaminati misurano, dopo la conservazione, da poco più di 4 millimetri a circa 8,4 millimetri. Presentano due coppie di occhi di colore arancio-rosso, lunghe antenne e una colorazione prevalentemente bianco-giallastra, con pigmentazioni che vanno dall’arancio al marrone. Una delle caratteristiche descritte riguarda inoltre il proventricolo, una parte dell’apparato digerente, che presenta tonalità rosso-arancio alle estremità e una fascia bianca trasversale nella porzione centrale.

Il riconoscimento della nuova specie è arrivato attraverso una combinazione di analisi morfologiche e molecolari. Si apprende dallo studio pubblicato che in un primo momento gli esemplari erano stati avvicinati a Proceraea rubroproventriculata, specie dall’aspetto simile, ma l’esame delle caratteristiche anatomiche e delle sequenze genetiche ha consentito ai ricercatori di escludere quella identificazione. Tra gli elementi distintivi figurano anche la particolare struttura dell’apparato faringeo, con una corona di 18 denti, disposti in due serie di nove, e alcune differenze nella disposizione delle setole rispetto alle altre specie mediterranee del genere.

Dal punto di vista ecologico, Proceraea megarensis viene descritta come una specie sublitorale, associata a substrati duri ricoperti da organismi di fouling in ambienti riparati, come quelli portuali. Secondo quanto riportato nello studio, allo stato attuale è conosciuta soltanto nella baia di Augusta.

Gli autori mantengono comunque prudenza sulla sua origine biogeografica. La specie viene infatti classificata come criptogenica, termine utilizzato quando non è possibile stabilire con certezza se un organismo sia originario dell’area in cui viene rinvenuto oppure vi sia arrivato successivamente da altre regioni. Gli studiosi considerano entrambe le possibilità e sottolineano che i dati disponibili non permettono, al momento, una conclusione definitiva.

La descrizione di Proceraea megarensis rientra nello studio “Anthropized environments as reservoirs of hidden and exotic diversity in marine annelids: sicilian ports as a case study”, dedicato alla biodiversità degli anellidi marini nei porti di Palermo, Trapani, Porto Empedocle e Augusta. Nel porto Megarese sono stati individuati ben 22 taxa, cioè 22 differenti unità di classificazione biologica.

Alla ricerca hanno partecipato studiosi afferenti, tra gli altri, all’Università di Palermo, al National Biodiversity Future Center, all’Università del Salento, al Consorzio nazionale interuniversitario per le scienze del mare (Conisma), all’Università di Catania, all’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Cnr e all’Ente Fauna Marina Mediterranea di Avola. La nuova specie è attribuita formalmente a Yann Toso, Joachim Langeneck, Matteo Putignano e Luigi Musco.

La pubblicazione scientifica originale, ad accesso aperto, è consultabile qui: The European Zoological Journal – studio originale


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