Augusta, Giovanni Saraceno, capopopolo che guidò la protesta in difesa del porto. Un contributo storico
AUGUSTA – Dal 29 ottobre, a seguito della cerimonia di intitolazione presieduta dal vicesindaco Tania Patania (assente il sindaco Giuseppe Di Mare per motivi di salute) nel salone di rappresentanza del palazzo di città, il tratto di strada da via Colombo alla Porta spagnola assume la denominazione di via Giovanni Saraceno, che di Augusta fu sindaco nel 1961 ma che è stato consegnato alla storia della città giacché, da vicesindaco, guidò la mobilitazione popolare che sventò lo “scippo” della gestione del porto. L’intitolazione, che, come ricordato durante la cerimonia dal figlio Carmelo Saraceno (già deputato regionale), era stata concepita dall’amministrazione Carrubba, si è concretizzata con una delibera della giunta Di Pietro del 6 aprile 2020, in occasione del cinquantenario della scomparsa. Proponiamo qui di seguito un articolato contributo in esclusiva del prof. Giorgio Càsole, già presidente della commissione comunale di storia patria e autore di numerose pubblicazioni sulla storia di Augusta.
Recentemente nel salone di rappresentanza del palazzo municipale, che si affaccia in Piazza Duomo, è stata celebrata la figura dell’augustano Giovanni Saraceno, politico eminente e preminente nell’agone cittadino per una ventina d’anni, fra il 1950 e il 1970 – anno della sua morte, avvenuta la domenica di Pasqua, che, in quell’anno, cadeva il 29 marzo. Aveva 55 anni, era ancora in piena attività politica, giacché ricopriva la carica di vicesindaco (con la delega ai Lavori pubblici). Dieci anni prima, mentre ricopriva la stessa carica, s’era messo alla guida di una sollevazione popolare ricordata come la protesta del 28 dicembre 1960, giornata storica per Augusta.
L’Augusta di allora era sostanzialmente l’isola. La cosiddetta borgata stava nascendo. C’era il villaggio Rasiom, voluto da Angelo Moratti, sull’esempio di Adriano Olivetti, per far star bene gli operai della raffineria, quella raffineria che aveva portato l’agognato benessere. Il polo petrolchimico più imponente era di là da venire. Non c’era alcuna coscienza ecologica. La parola stessa “ecologia” non si conosceva. Di sicuro, però, c’era il porto, quel grandissimo porto, con una base della Marina Militare, che aveva attirato Moratti. Un porto che dava e dà allo Stato fior di miliardi di lire, di milioni di euro oggi, in diritti erariali. Un porto che dava e dà ancora, seppure oggi in crisi, lavoro alla gente di Augusta e non solo, Un porto che faceva, come fa ancora, gola. Nel 1960 faceva gola a Siracusa, con politici nazionali di rilievo, soprattutto all’interno della Democrazia Cristiana. Al Comune di Siracusa, secondo un decreto ministeriale, sarebbe andata la giurisdizione, almeno parziale, sul porto di Augusta, per il tramite di Priolo, allora Frazione del Comune aretuseo. Il decreto, che era stato firmato, rompeva l’unità amministrativa del porto: ne sarebbero derivate conseguenze perniciose per la funzionalità del porto stesso, danni per le imprese e, di riflesso, per la comunità cittadina. La notizia fu appresa, in via riservata, dal consigliere comunale Umberto Inzolia, militante nel Movimento sociale, all’opposizione.
“Per il bene della collettività, al di sopra degli interessi di bottega”, riferisce il figlio Enzo (generale dei carabinieri in congedo), l’avvocato Inzolia informò immediatamente l’amministrazione comunale, il cui sindaco era un altro avvocato, Salvatore Bordonaro, che aveva come vice Giovanni Saraceno, sindacalista e capopopolo seguitissimo che, nella prima metà degli anni Cinquanta, nel 1954, era divenuto famoso per aver abbandonato, con un enorme numero di adepti, il partito comunista (Pci) per transitare nel partito socialdemocratico, fondato nel 1947 da Giuseppe Saragat, dopo la svolta filoatlantica passata alla storia come la “scissione” di Palazzo Barberini. La fuoriuscita di Saraceno dal Pci fu, quasi certamente, provocata dalla cocente delusione dello stesso Saraceno e dei suoi numerosi seguaci per la mancata elezione di Saraceno alla Camera dei deputati alle elezioni politiche del giugno 1953, l’anno in cui fu licenziato dalla Marina Militare, del cui arsenale era dipendente, perché militante comunista e sindacalista della Cgil, il sindacato di comunisti e socialisti. Con Saraceno e i suoi, il Pci era un partito di forte rilievo, Saraceno era stato pure candidato alla Regione nel 1951, riportando un notevole successo di suffragi elettorali, era un capopopolo carismatico, con lo stigma del licenziamento che lo faceva apparire come un campione dei diritti dei lavoratori. Il Pci, avvezzo alla dottrina del centralismo democratico, aveva indicato proprio Saraceno di Augusta come colui che doveva essere eletto deputato. Fu eletto, invece, Giuseppe Bufardeci, funzionario del partito, consigliere comunale siracusano. Salvatore Ricciardini, allievo e biografo di Saraceno, riferisce che “la dirigenza provinciale [gli] aveva assicurato appoggio, salvo cambiare in segreto gli ordini di scuderia alle sezioni comuniste di diversi comuni”. L’abbandono di Saraceno e della massa dei suoi seguaci fu esiziale per il partito comunista, che non riebbe più la consistenza dei primi anni Cinquanta, e rappresentò la fase prodromica per l’affermazione del partito socialista in città.
Quel 28 dicembre 1960, poiché il sindaco Bordonaro aveva un bracco ingessato, Giovanni Saraceno, abituato a guidare i lavoratori, indossò la fascia tricolore e si mise alla guida del consiglio comunale compatto in una mobilitazione popolare per manifestare la ferma volontà della gente di Augusta di non farsi “scippare” il porto. Nella foto storica qui pubblicata (vedi copertina, ndr) si riconoscono in prima fila, oltre a Saraceno con la fascia, il liberale Ajello, il missino Inzolia, il comunista La Ferla: tutti consiglieri comunali all’opposizione. Segno che in quell’occasione scesero in piazza come un sol uomo per difendere il porto. Il giorno prima, per incarico dell’amministrazione comunale, un’auto circolò per le strade per annunciare, attraverso il megafono, la mobilitazione del 28, invitando i cittadini a scendere in piazza e i commercianti ad abbassare le serrande. Così avvenne. Una selva di cartelli in difesa del porto fu piantata in Piazza Duomo. Furono alzate barricate in Via Lavaggi. Furono bloccati i treni, come testimoniano le foto nel libro “Augusta, uomini e cose” (a cura di chi scrive) del 1974 e come riferisce uno dei giovani al séguito di Saraceno, Concetto Lombardo, medico, con un passato di amministratore comunale.
Ricorda Lombardo: “Ero alla testa di 200 giovani che fermarono il treno per Roma all’altezza del cavalcavia ferroviario per Villa Mariana mentre il questore, alla testa della famosa celere, voleva passare superando le barricate all’altezza del distributore Agip di viale Italia”. Non solo i giovani e i ragazzi parteciparono alla manifestazione veramente popolare, ma anche le donne, le madri di famiglia che davano manforte ai loro uomini, mariti e figli, maschi e femmine. Nancy Zanti ha un ricordo vivido di quel giorno: “Ricordo come fosse oggi tutti i ragazzini messi sopra i binari, io ero lì e ricordo le guardie con i fucili puntati, ma le donne di allora, messe in prima linea, non si sono fatte sottomettere: erano agguerrite e gridavano “Nun ci luvati ‘u pani e’ nostri figghi”“. Gli augustani parteciparono in massa alla protesta, che assunse i toni d’una vera insurrezione popolare. Ogni attività fu sospesa, persino quella di assistenza medica, prevista solo per i casi di reale emergenza. Gli augustani vinsero. Il decreto annullato, l’unità amministrativa del porto intatta.
Su Giovanni Saraceno, un altro augustano che lo conosceva bene, Giovanni Satta, ha scritto: “Anche se aveva frequentato le sole scuole elementari, si era fatto una cultura alla scuola della vita, attraverso l’esperienza delle lotte sindacali di ogni giorno e la lunga militanza nel partito comunista prima e nel partito socialdemocratico poi, si era raffinato nel parlare e nel trattare, venendo a contatto con uomini più dotti di lui, diplomati e laureati, ma non sempre più capaci di lui. Sebbene la sua condotta fu mossa dall’ambizione, ispirava simpatia – e lo diciamo per esperienza – in quelli che lo conoscevano o lo avvicinavano; e l’uomo, se non il politico, era capace di benevolenza e lealtà“.
Giorgio Càsole





















