Addio ad Antonio Gelardi, il direttore del carcere di Augusta che abbatté i muri del pregiudizio
di Michela Italia
AUGUSTA – Si è spento improvvisamente, ieri a Siracusa, Antonio Gelardi, dirigente penitenziario di straordinaria umanità e visione, lasciando un segno profondo nelle comunità che ha servito e soprattutto nella Casa di reclusione di Augusta, che ha diretto dal 1989 al 2019 trasformandola in un laboratorio di inclusione, cultura e speranza.
Nato a Palermo nel 1957, Gelardi amava definirsi, con la consueta ironia, un aspirante direttore artistico del British Museum. Una battuta che raccontava molto della sua personalità. Appassionato di fotografia – la sua inseparabile macchina fotografica si chiamava “Frida” – e amante dei fiori, aveva infatti la rara capacità di trovare e portare bellezza.
La sua intuizione più rivoluzionaria fu forse quella di abbattere i muri invisibili del pregiudizio. Aprì le porte della casa di reclusione alla società civile, coinvolgendo cittadini, associazioni, artisti e scuole in un percorso di reciproca conoscenza. Nacquero così le “cene galeotte“, le “pizze galeotte“, le “apericelle” e numerose iniziative pensate per dimostrare che il carcere poteva essere anche luogo di crescita e di incontro. Durante la stagione delle rappresentazioni classiche, gli attori dell’Inda facevano tappa fissa nell’auditorium dell’istituto penitenziario, che Gelardi volle intitolare a Enzo Maiorca. Proprio con il grande campione siracusano e con la figlia Patrizia furono organizzati corsi di apnea a secco destinati ai detenuti.
Ogni 21 giugno, in occasione della Festa della musica, il carcere diventava un palcoscenico aperto al territorio, con eventi partecipati e coinvolgenti. La musica era uno dei linguaggi privilegiati per costruire ponti. Attraverso concerti e spettacoli si raccontavano figure come Marco Pannella, si celebrava l’autentico spirito napoletano con il “Brucoli canta Napoli” e si dava spazio al coro “Swing Brucoli Brother’s band” diretto da Maria Grazia Morello. Memorabili furono anche le esibizioni nel cortile del Castello svevo di Augusta, al Teatro Ambasciatori e al Teatro Sangiorgi di Catania.
Il teatro occupava un posto centrale nella sua idea di trattamento penitenziario: teatro con le scuole, con i detenuti dell’alta sicurezza e infine con i ragazzi diversamente abili. Le iniziative sulla legalità portavano gli studenti all’interno delle sezioni detentive per dialogare direttamente con i detenuti. Restano nella memoria gli incontri sulla riconciliazione tra l’ex brigatista Adriana Faranda e Agnese Moro (figlia di Aldo) e con l’associazione “Nessuno tocchi Caino”.
Accanto alla cultura, Gelardi promosse percorsi formativi e professionali innovativi: corsi di ceramica, ortoterapia, il progetto “Partità con Papà”, attività sportive e il corso per pizzaioli diretto dal maestro pizzaiolo Pippo Paolini. Importanti anche le collaborazioni con l’associazione di fotoamatori “Augusta photo freelance“, con le conferenze “a spasso con Frida” dove illustrava nei suoi scatti la vita vista dalla sua prospettiva. Allo stesso modo fu preziosa la sinergia con l’Augusta blues festival, grazie alla quale la musica divenne ancora una volta strumento di dialogo e inclusione. La portata del suo lavoro attirò anche l’attenzione nazionale.
Rai 1 dedicò all’esperienza di Augusta lo speciale Quale Allegria, condotto da Paolo Di Giannantonio, raccontando a tutta Italia come un’attività trattamentale realmente inclusiva potesse trasformare un luogo che nell’immaginario collettivo era solo dolore.
Nel 2019 lasciò Augusta per assumere nuovi incarichi, dirigendo la casa circondariale di Piazza Armerina e, contestualmente, l’Ufficio di Esecuzione penale esterna di Catania. Ovunque portò il suo metodo: costruire relazioni, fare squadra, valorizzare le persone. Anche negli ultimi anni non smise di formarsi e mettersi in gioco. Con l’entusiasmo di sempre aveva recentemente intrapreso un percorso di formazione come accompagnatore per minori stranieri non accompagnati, dimostrando ancora una volta la sua inesauribile curiosità e la volontà di continuare a essere utile agli altri.
Gelardi è stato anche un punto di riferimento nella formazione del personale penitenziario. Per anni docente di ordinamento penitenziario e regolamento di esecuzione, ha formato generazioni di agenti, ispettori e funzionari, trasmettendo competenze ma soprattutto una visione alta del servizio pubblico.
La notizia della sua scomparsa ha suscitato profonda commozione. Tra i primi messaggi di cordoglio quelli del sindaco di Siracusa, Francesco Italia, e del sindaco di Augusta, Giuseppe Di Mare, che hanno ricordato il valore umano e professionale di un dirigente capace di lasciare un’impronta duratura nel territorio. Numerosi anche i messaggi di amici, collaboratori, operatori penitenziari, volontari, artisti ed ex detenuti che nel corso degli anni avevano condiviso con lui progetti, battaglie e sogni.
“Per me è stato un maestro“, racconta Cesira Rinaldi, che ha lavorato al suo fianco per ventidue anni come direttore aggiunto. “Dopo la nostra separazione professionale – ricorda – mi sono trovata spesso a chiedermi: cosa farebbe Antonio? Era una mente eccelsa, aperta all’innovazione, con una straordinaria capacità di coinvolgere tutti. Una fucina inesauribile di idee. Quando gli dicevo: ‘Antonio, ci riposiamo?’, lui rispondeva sempre: ‘E perché? Andiamo!’“.
Particolarmente toccanti le testimonianze di chi lo ha conosciuto da detenuto. Francesco A., scrittore e regista per passione, gli dedica parole cariche di affetto: “Con la Sua delicatezza, senza fare rumore, è volato nelle braccia del Padre. Ha lasciato un vuoto infinito. Tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo custodiscono dentro di sé la sua voglia di vivere con ironia, eleganza e coraggio. Ciao Direttore“.
Anche Vincenzo S., ex detenuto e artista, ricorda la sua instancabile dedizione: “È facile dall’esterno dire che era un bravo direttore. Solo chi l’ha vissuto dall’interno può conoscere la verità. Era un buon direttore e, anche quando veniva osteggiato, non si è mai arreso nel tentativo di rendere vivibile uno spicchio d’inferno“.
Oggi, mentre scrivo queste righe, mi torna in mente una canzone che Antonio Gelardi voleva fosse sempre presente nei concerti organizzati all’interno del carcere: La casa in riva al mare di Lucio Dalla. In quelle parole c’era forse una parte della sua idea di pena e di riscatto: la visione romantica e sognante di un detenuto che dalla finestra osserva il mare e continua a immaginare l’amore, la libertà, la vita. Con Gelardi ho condiviso anni di collaborazione, progetti, telefonate, entusiasmi e corse contro il tempo per trasformare intuizioni in realtà. E oggi mi ritrovo a ricordarlo proprio accompagnato da quella musica. Diceva spesso, con la sua immancabile ironia: “In fondo io amo gli spazi aperti“. Eppure aveva scelto di lavorare in uno dei luoghi più complessi che esistano, perché aveva capito che proprio lì c’era più bisogno di umanità. Temeva la pensione, forse perché l’idea di fermarsi non gli apparteneva. Ma ancora una volta era riuscito a reinventarsi, ad aprire nuove strade, a immaginare nuovi progetti. Perché Antonio Gelardi, il direttore, non si fermava mai. E forse continuerà a non fermarsi nel ricordo di chi lo ha conosciuto, nelle porte che ha aperto, nei sogni che ha aiutato a costruire e in quel mare che da Augusta ha accompagnato per tanti anni il suo sguardo curioso, libero e gentile.
Un sentito abbraccio alla moglie Felicia, ai figli Lorenzo e Bruna (con il marito e il piccolo Dani).
(Foto di copertina crediti: Romolo Maddaleni)

















