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Augusta, Castello svevo, gli inquilini celebri del “castello” e del “carcere”

AUGUSTA – Fino al 1978, quando ci si riferiva all’antico maniero federiciano posto a baluardo dell’isola, nessuno usava il sintagma “Castello svevo”. Tutti usavamo il sintagma siciliano “u carciri” o quello italiano “casa penale”. Fino a quell’anno, infatti, il castello era adibito a penitenziario di lunga degenza. Venivano, cioè, rinchiusi i condannati  in via definitiva,  all’ergastolo o a lunghe pene detentive.

Per qualche tempo, durante l’imperversare della “Spagnola”, la pandemia che provocò milioni di morti fra il 1918 e il 1919, fra i condannati ci fu quell’Alessandro Serenelli passato alla cronaca nera come tentato stupratore e assassino dell’undicenne Maria Goretti, elevata agli altari dalla Chiesa nel 1950, essendo papa Pio XII. Serenelli proveniva dal carcere di Noto, dov’era stato ristretto per sedici anni, dall’anno del delitto, 1902, fino al 1918.

Ci fu anche un tempo in cui i detenuti mal sopportavano di stare in un luogo risalente al Medioevo e arrivarono a ribellarsi, ferendo alcune guardie di custodia, gli odierni poliziotti penitenziari. Un’avvisaglia della protesta i detenuti l’avevano data il pomeriggio del 28 marzo 1974, quando si erano rifiutati di tornare in cella, dopo la parentesi quotidiana all’aria aperta nell’ex piazza d’armi del castello adibita a  cortile, dove i reclusi, dal 23 maggio 1961, ogni anno, per la festività del patrono di Augusta, San Domenico, assistevano a un concerto della banda cittadina. In quel pomeriggio, carico di tensione tanto che il penitenziario fu sùbito presidiato all’esterno da un folto contingente di poliziotti e carabinieri per tutto il tempo del rifiuto inaudito. I detenuti chiesero e ottennero d’incontrare il procuratore della Repubblica per esternargli direttamente una serie di doglianze, fra cui l’aumento della “mercede”, il compenso, per i detenuti che lavoravano nei vari laboratori di falegnameria, ebanisteria, tappezzeria, legatoria, l’aumento del numero dei colloqui con i familiari, la possibilità di indossare abiti borghesi, l’ammodernamento dei servizi igienici. Quel pomeriggio i detenuti ritornarono in cella senza aver provocato danni e incidenti, paghi della compatta manifestazione e dell’arrivo del procuratore da Siracusa.

Danneggiamenti e ferimenti sarebbero avvenuti negli anni successivi, a causa delle condizioni di reclusione, in ossequio al regolamento penitenziario del 1931, ma in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, “da cui  si rileva che il detenuto non è più un oggetto da custodire, ma un soggetto da redimere e rieducare attraverso l’umanizzazione del trattamento”, come osservava Antonio Giardina, per molti anni cappellano del carcere. Proprio perché aveva considerato alla stregua di oggetti da custodire i condannati in via definitiva a lunghe pene, il governo italiano, alla fine dell’Ottocento, aveva deciso di utilizzare antiche roccaforti, come il castello di Augusta, divenuto, dall’originario mastio federiciano, un’autentica imponente cittadella militare, da cui sarebbe stato impossibile evadere e da cui nessuno è mai evaso. Chi scrive ricorda bene quel periodo e quei giorni. Sul finire degli anni Settanta, il carcere era teatro di rivolte quasi quotidiane. Le cronache dei giornali erano piene di questi fatti che accadevano non solo in Augusta, ma anche in altre parti d’Italia. Il governo decise, quindi, d’intervenire e di far costruire carceri di massima sicurezza più adeguate alle esigenze dei detenuti e della tutela delle guardie e dei cittadini. Non dimentichiamoci che il carcere ad Augusta in certe aree era aperto ai cittadini che vi si recavano per affidare lavori ai detenuti. Per esempio, chi scrive andava per commissionare la legatura di libri, considerato che per anni ad Augusta questo lavoro era svolto esclusivamente all’interno del carcere.

Dopo l’estate del 1978, come un fulmine al ciel sereno, si seppe che il carcere era stato evacuato in un paio di giorni, i detenuti trasferiti nei reclusori di Siracusa e di Noto. Solo molto tempo dopo, nemmeno ufficialmente, si venne a sapere che l’artefice dell’operazione era stato quel generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittorioso sulle Brigate rosse, poi nominato prefetto di Palermo e caduto sotto il piombo della mafia nel settembre del 1982.

Il carcere era, dunque, ridiventato castello, ma in quali condizioni! Certamente non era il castello fatto costruire da Federico di Svevia, fra il 1232 e il 1242, contemporaneamente alla fondazione della città, che deriva il nome dal suo titolo imperiale. Quasi certamente, l’imperatore non soggiornò mai all’interno dell’edificio dove, invece, avrebbe trovato ospitalità per qualche tempo, un sosia di Federico, tale Giovanni da Cocleria, che fu creduto essere lo Svevo proprio per la forte rassomiglianza fisica. Ospite involontaria, nel 1378, fu Maria d’Aragona, nota come Maria di Sicilia, futura regina dell’Isola, rapita dal conte di Augusta, Guglielmo Raimondo Montecateno, noto anche come Moncada, che l’aveva sottratta alla custodia del catanese Artale Alagona, uno dei quattro vicari che reggevano la Sicilia, dopo la morte del padre di lei, Federico IV d’Aragona. Artale teneva prigioniera la giovane principessa nel castello Ursino di Catania, dov’era nata, con il proposito di darla in sposa a Galeazzo visconti, signore di Milano. Il Moncada, per fedeltà alla dinastia degli Aragonesi, contrastava il progetto dell’Alagona, che pose l’assedio al castello. Il Moncada resistette a lungo grazie alle formidabili fortificazioni di cui il castello era dotato già da un secolo prima, da quando, cioè, dopo quella sveva e dopo quella angioina, sul castello fu issata la bandiera di Pietro III d’Aragona. L’arrivo della flotta di Pietro IV d’Aragona venne in aiuto della giovane ereditiera, che fu poi data in sposa al cugino Martino di Momblanco. Per difendere meglio la roccaforte sveva dagli assalitori, nel ‘500 fu eretta quella cortina muraria che oggi presenta segni di logoramento.

Nel corso dei secoli, dunque, l’originaria fabbrica federiciana ha subìto vari contraccolpi e vari rimaneggiamenti, come quello successivo al terremoto dell’11 gennaio 1693, che distrusse la Sicilia orientale da Messina a Ragusa, ivi compresa Augusta. Quel terribile sisma, ancora oggi ricordato nelle chiese, provocò un incendio che causò lo scoppio della polveriera, con gravissimi danni al castello che “in gran parte rovinò, seppellendo fra le sue macerie il castellano con la sua famiglia e quaranta monache che ivi avevano cercato rifugio da un vicino convento” (G. Agnello, “L’architettura sveva in Sicilia” Roma, 1935, p. 158). L’ultima imponente modifica avvenne, dopo il 1890, con la sopraelevazione di due piani per ospitare i cubicoli da adibire a celle dei reclusi e per altri scopi del penitenziario, inaugurato il 14 luglio 1896, dopo una spesa di circa mezzo milione di lire del tempo.

Giorgio Càsole


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