Cronaca

Augusta, frode fiscale in zona industriale: sequestri per oltre 43 milioni, dodici indagati

AUGUSTA – Stamani la Guardia di finanza di Augusta, su disposizione della Procura aretusea, ha eseguito un’ordinanza emessa dal Gip di Siracusa con cui sono state disposte misure restrittive della libertà personale a carico di 7 persone (2 custodie in carcere, 3 ai domiciliari, 1 obbligo di dimora e 1 divieto di espatrio), provvedimenti interdittivi a vario titolo per altri 5 soggetti e sequestri, diretti o per equivalente, per oltre 43 milioni di euro nei confronti dei dodici indagati. Sequestri anche nei confronti di società, ritenute in parte destinatarie del presunto provento illecito.

Per l’operazione denominata “Gap”, resa nota tramite una conferenza stampa tenuta stamani nella sede del comando provinciale della Guardia di finanza (vedi foto di copertina), sono state quindi eseguite le seguenti misure restrittive della libertà personale. Custodia cautelare in carcere per Isabella Armenia e Stefano Bele. Agli arresti domiciliari Marilina Campisi, Paola Garofalo e Michele Fisicaro. Obbligo di dimora a carico di Daniele Parrino e divieto di espatrio per Massimo Camizzi.

Il provvedimento chiude ampie indagini di natura economico-finanziaria all’esito delle quali, anche con l’ausilio di attività tecnica, sono stati rilevati presunti “fatti di evasione” per complessivi 43 milioni 912 mila 288 euro. Le presunte frodi hanno anche portato, su richiesta del Pm titolare del fascicolo, al fallimento 5 società (Nms Srl, Gap Srl, Cipis Srl, Clai Siracusana Srl e Mbf Srl).

Ecco il video servizio sulla conferenza stampa con le interviste.

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Le investigazioni sono partite da una verifica fiscale eseguita d’iniziativa nei confronti di una delle società operanti nell’indotto dei cosiddetti “Grandi Committenti”, che versava in una situazione di sostanziale dissesto, la Gap srl da cui trae origine il nome dell’operazione. Dall’attività emergevano criticità e alert che portavano i militari all’esecuzione di ulteriori controlli presso le imprese che erano subentrate nelle commesse dopo che la prima società, improvvisamente, aveva cessato di operare.

Secondo quanto reso noto dai finanzieri, “tutte le entità, parte delle quali aderenti a un Consorzio (Cipis srl), facevano capo a una nota coppia di imprenditori megaresi (Isabella Armenia, Stefano Bele) e costituivano un vero e proprio sistema di “scatole vuote” che, in modo programmato, ha “assorbito”, non onorandolo, il carico fiscale e contributivo dell’attività nel suo complesso“, il tutto “grazie alla compiacenza di persone con precisi ruoli e di uno staff amministrativo formato anche da “prestanomi”“.

Secondo le indagini dei finanzieri, le presunte frodi si sarebbero consumate nel seguente modo. “Il Consorzio, nel tempo manutenuto “pulito” e gestito sempre dagli stessi coniugi, si aggiudicava appalti a prezzo ribassato per la manutenzione di impianti del comprensorio industriale di Priolo/Melilli. Il prezzo di aggiudicazione risultava assai competitivo perché, di fatto, non teneva conto dell’importo dovuto allo Stato, a titolo d’imposta o di contributo previdenziale. Il lavoro così appaltato veniva poi fatto svolgere dalle consorziate di turno che nel tempo, però, si susseguivano. Così, quando una società aveva ormai raggiunto debiti tributari di considerevole importo, veniva sostituita con un’altra impresa di nuova costituzione, che si avvaleva sempre della stessa maestranza e degli stessi mezzi”.

Un presunto “sistema” ritenuto “obbediente all’unica volontà dei due coniugi“: oltre alle intercettazioni, nel corso delle attività sono state eseguite escussioni di informazioni, riscontri attraverso banche dati, acquisizioni documentali, perquisizioni domiciliari, locali e informatiche, anche nei confronti del titolare di uno Studio di consulenza, che ora è chiamato a rispondere per le contestate responsabilità.

Dalla mole degli elementi raccolti e acquisiti agli atti sarebbe emerso che le società erano “tutte riconducibili all’unica famiglia di imprenditori, i quali gestivano direttamente personale, appalti e rapporti con le banche dell’intera rete societaria, della quale conoscevano dettagliatamente la situazione finanziaria, revisionando bilanci e impartendo disposizioni sugli aggiustamenti contabili da effettuare” e che “erano ancora i due coniugi che, grazie all’ausilio di un faccendiere di fiducia, arruolavano persone poco abbienti alle quali, dietro miseri compensi, intestavano quote societarie e/o cariche di società, alcune delle quali risultano aver movimentato volumi d’affari milionari“.

Significative, per il quadro probatorio, anche le modalità con cui gli stessi “impartivano direttive“. Tramite canali “social” venivano infatti dettate disposizioni in modo criptico, nel timore di essere “ascoltati” e sebbene queste comunicazioni, a loro avviso, non fossero intercettabili (whatsapp, skype), comunque pretendevano che, nel corso delle interlocuzioni, non venisse mai fatto alcun riferimento alla loro persona. Dalle indagini è inoltre emerso che, “al fine di ingannare le Committenti, sono stati falsificati anche Durc e Unilav di quasi tutte le società commissionarie”.

Secondo questo contesto investigativo, gli imprenditori augustani, “laddove comparivano in ruoli formali, deliberavano e incassavano compensi palesemente sproporzionati all’incarico ricoperto“. Le attività hanno però dimostrato che il drenaggio di risorse sarebbe avvenuto “anche sfruttando il naturale schermo offerto dalla dimensione internazionale“. Dalle attività è infatti risultata costituita a Malta una società di diritto locale “allo scopo di emettere, dall’estero, fatture per operazioni inesistenti esclusivamente nei confronti di una delle società fallite che, pagando i falsi documenti, svuotava le proprie casse, per circa 3 milioni di euro, a esclusivo vantaggio della coppia“.


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