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Augusta, Risorgimento o conquista del Sud? La storia dei “vinti” in un convegno nell’auditorium “Liggeri”

AUGUSTA – Nell’auditorium “Don Paolo Liggeri” del civico palazzo San Biagio, un pubblico attentissimo ha seguito, lo scorso venerdì fin oltre le 20,30, un interessante incontro culturale di carattere storico e storiografico sul celebrato Risorgimento italiano. “L’altro Risorgimento, il risorgimento visto dalla parte dei vinti”, questo il titolo del convegno.

Relatori Giacomo Càsole, presidente dell’associazione “Due Sicilie”, autore del libro “Il Sud e l’inganno del Risorgimento”, del 2011, e l’assessore alla cultura, Giusy Sirena, docente di lettere a Ragusa. Trait-d’union fra i due è stato il docente-giornalista Giorgio Càsole, che ha introdotto i lavori accennando alle due correnti di pensiero che attualmente si contrappongono sul periodo risorgimentale, sul quale è fiorita una letteratura che potrebbe essere vista come produzione per alimentare il mito di fondazione della nazione italiana, alla stregua del poema epico nazionale di Roma, l’Eneide commissionato a Virgilio da Ottaviano per celebrare la Roma augustea e la dinastia cesariana come erede di Enea, figlio della dea Venere. La storia, comunque, si basa sui documenti e sull’interpretazione. Nuovi documenti possono portare a una nuova interpretazione ed è dovere dello storico tenerne conto.

È stata poi la volta dell’assessore Sirena, che ha ribaltato la diffusa opinione negativa sul regno delle Due Sicilie e in particolare su re Ferdinando II. Il regno borbonico delle Due Sicilie era uno dei maggiori degli stati in cui era allora divisa l’Italia, non solo per estensione, ma per la presenza di fabbriche, cantieri navali, industrie tessili e metalmeccaniche, con una florida flotta commerciale, con capitale Napoli, terza capitale d’Europa. Il re Ferdinando II, nato a Palermo nel 1810, salito al trono appena ventenne, nel 1830, diede una forte spinta innovatrice ai territori del regno con la costruzione della prima strada ferrata in Italia, la tratta Napoli-Portici, con l’istituzione del telegrafo e con la nascita di un florido sistema industriale, dette grande incremento alla marina mercantile, concluse trattati di commercio con varie potenze, diede una nuova elegante uniforme all’esercito.

Anche Giacomo Càsole ha gettato luce sul regno delle Due Sicilie, su cui pesa da oltre 150 anni un giudizio negativo da “damnatio memoriae”, un regno con un patrimonio di lire-oro di gran lunga superiore a tutti gli altri stati messi insieme, primo fra gli altri stati per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori, strutture di assistenza e formazione, con la più bassa percentuale di mortalità infantile e la più alta percentuale di medici per abitanti, con cantieri navali, arsenali, industrie tessili e metalmeccaniche, opifici, opere di carità che davano occupazione a quasi tutto il popolo meridionale.

Impietoso è stato il ritratto che Giacomo Càsole ha tracciato di Garibaldi, la cui vita, vissuta pericolosamente, fra mille avventure e altrettante battaglie, è stata circonfusa di un alone leggendario, visto come un supereroe invulnerabile, paragonato dai contadini siciliani a San Giuseppe o, addirittura, a Gesù Cristo. Secondo il cultore di storia risorgimentale, invece, un “eroe” legato alla massoneria, segnatamente a quella inglese, senza il cui aiuto finanziario e militare, non avrebbe mai avuto potuto, con i suoi “mille” male in arnese, sbaragliare l’esercito borbonico, i cui capi, per i più, furono “comprati” per cedere di fronte a Garibaldi, tradendo così il loro legittimo re, il cui regno fu letteralmente invaso senza nemmeno la formale dichiarazione di guerra. “E, infatti, in Sicilia, Garibaldi vinse a piene mani: dopo le prime incertezze, tutto filò a meraviglia e la macchina messa in moto si fermò solo a Napoli, dove Vittorio Emanuele era calato con i suoi lanzichenecchi per prendere possesso ella preda ambìta”, è stato affermato.

In conclusone, Giorgio Càsole ha auspicato che non solo si possa far prendere coscienza agli studenti dei risultati di questa nuova storiografia, ma anche che si possa avere il coraggio di realizzare una serie televisiva per far comprendere come si è arrivati  a fare l’unità d’Italia senza il “paraocchi imposto dai vincitori“.


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