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“Fuori Roma”, il contributo di chi ha lasciato Augusta. Lettera di Claudia La Ferla: “Il coraggio è di chi fa”

AUGUSTA – Continua a far discutere la puntata dedicata ad Augusta del programma “FuoriRoma“, di Concita De Gregorio, in onda su Raitre la scorsa domenica sera. Sono emersi dal dibattito, sui social in particolare, due fronti di polemica: uno sulla radicalizzazione dell’immagine negativa della città, evidenziando criticità e privazioni oggettive più e meno recenti, ma dimenticando i tentativi di rilancio di associazionismo e imprenditoria; l’altro su certi commenti espressi dagli artisti noti intervistati, alcuni ritenuti da tempo lontani dalla comunità augustana.

Abbiamo chiesto un’opinione ad alcuni dei blogger de La Gazzetta Augustana.it, che vivono lontano dalla città per esigenze di formazione o lavoro, pur facendovi periodicamente ritorno. Il contributo che proponiamo qui di seguito è dell’augustana Claudia La Ferla, che per noi cura il blog sul cinema “Obraz” (vedi blog), emigrata a Roma per laurearsi prima e specializzarsi poi in scrittura e sceneggiatura cinematografica e televisiva, autrice di programmi televisivi e web series per una web Tv, che collabora con due case di produzione a Roma come coordinatrice di produzione. È l’ideatrice e sceneggiatrice di un ambizioso cortometraggio su Augusta, le sue bellezze e la questione ambientale, in fase di pre-produzione in attesa di assegnazione fondi, dal titolo “Zero,2”.

Non ho mai capito quale sia il processo che porta a dimenticare. Che si tratti di voluta rimozione, irrazionale negazione del passato o semplice amnesia dettata dalla necessità di sopravvivenza, non ho mai davvero compreso le ragioni dell’assenza di una memoria collettiva, condivisa, oserei dire sacra. Quella che blinda il singolo nel prezioso spazio della responsabilità e della concreta fattività. Mi riferisco ad una sorta di legame o amore condiviso indissolubilmente connesso al concetto di appartenenza e collettività. Proprio in nome di tutto questo non credo si possa dire di dimenticare davvero. Non credo sia possibile una totale e completa immersione nell’oblio.

Giorni di acceso dibattito sulla mancanza di un quadro completo di Augusta all’interno di una trasmissione televisiva, hanno permesso accurate riflessioni non solo sulle sorti di una terra mutilata nella sua bellezza, nelle sue risorse e nella sua operatività ma anche sul ruolo che ciascun cittadino riveste all’interno dei suoi doveri e diritti. L’indignazione montata a seguito di una verità troppo amara caduta sulle spalle del popolo augustano come un insostenibile macigno senza il minimo appiglio ad una controparte, indispensabile per dovere di cronaca, ha comunque fatto emergere in modo evidente una necessità di riscatto e un forte senso di rivalsa. Ciò che ho notato, però, è che molto spesso il focus del dibattito si è spostato a favore di accese critiche contro qualcuno, piuttosto che in coese battaglie a favore di qualcosa. Il qualcuno in questione è da rintracciare nei tanti che hanno abbandonato la propria città per cercare “successo” altrove, tacciati a volte di tradimento e di scarso attaccamento al territorio, spinti dalle strade facili e privi del coraggio di restare. Vorrei partire proprio da questi spunti e dalle etichette pressappochiste rimbalzate da un social all’altro per operare una mia personale riflessione proprio in merito alla mancanza di una memoria sacra e condivisa. Ciò che a mio avviso dimentichiamo è il senso di comunità e questo accade ogni qual volta ci si schiera l’uno contro l’altro alla ricerca di un colpevole, ogni qual volta non si comprende che la risoluzione delle problematiche non risiede nelle fazioni schierate in campo a suon di slogan su chi sia il più meritevole, ogni qual rimaniamo silenti e inermi al “disarmo della bellezza di Augusta”. Credo che non sia il tempo di parlare di eroi né di stilare aride classifiche per consegnare medaglie al valore. Credo semplicemente che si possa parlare di coraggio. Il coraggio di chi fa.

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Circa tredici anni fa sono andata via da Augusta e proprio a fronte di questa personale esperienza la mia vuole risuonare più come una richiesta a fermarsi, a non scivolare in sterili giudizi e soprattutto a non cedere il passo alla solita frammentazione artefice di sconfitte dalle visibili cicatrici. Non può essere semplice chiudere una valigia e andare via, credo non lo sia per nessuno perché andare via vuol dire lasciare… E lasciare comporta sempre un dolore. Per quanto, poi, si raggiunga un equilibrio e si conoscano persone meravigliose lungo il proprio percorso, mai nulla sarà come la propria casa. E allora perché sei andata via? Domanda sagace… Perché nella vita esistono anche i sogni e perché si deve a se stessi la possibilità di provare a realizzarli quando il luogo in cui sei nato non può regalartene una. Poi esistono anche le ambizioni, la disperazione o un amore lontano, mille ragioni spingono qualcuno ad andarsene. Non per questo è un traditore o ami la sua terra meno di qualcun altro. Andare via è una decisione sofferta, lo è quasi sempre. Ho scelto anni fa una facoltà che non esisteva in Sicilia e la passione verso una professione che non avrei potuto svolgere tra le solide e confortanti mura della mia casa mi ha portato a Roma. Anche se da lontano, però, mi sono sempre sentita una risorsa per il mio paese e mai un’estranea senza diritto di parola solo perché colpevole di vivere in un altro luogo. Non vivo ad Augusta ma torno talmente spesso che è come se riuscissi a vivere scissa tra due città. Non vivo ad Augusta… ma non sento di amarla un briciolo meno di nessun altro per questo. Città vuol dire collettività e con molto dispiacere mi accorgo che, spesso, non si riesce a vedere il singolo come una risorsa per il paese, cancellando, così, la percezione di collaborazione volta alla risoluzione di una causa comune.

Ovunque mi porterà il mio lavoro continuerò a sentirmi augustana, pronta a prendere un aereo e tornare ogni volta che ci sarà bisogno di una mano in più per ridare al nostro paese ciò che gli spetta. L’ho sempre fatto e continuerò a non tirarmi indietro al pari dei tanti “fuorisede” che hanno messo a servizio di iniziative per il nostro paese, la loro professionalità e le loro competenze con l’entusiasmo di chi non si arrende. In questo mi sento coraggiosa e attiva quanto i tanti che si adoperano sul territorio non perdendo mai la speranza.

Non credo sia possibile una immersione nell’oblio, perché vorrebbe dire rinnegare chi siamo. E, in generale, ritengo che i colpi di spugna non siano più storicamente tollerabili. Andare via non vuol dire dimenticare, vuol dire continuare ad amare, di un amore spesso sofferto e tormentato ma che si alimenta nella perenne riconciliazione di una eterna appartenenza.


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