Cultura

Giorno della memoria, una dedica all’augustano don Liggeri

AUGUSTA – Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Giuseppe Carrabino, presidente della Commissione comunale di Storia patria, che ha già collaborato al percorso editoriale di riscoperta delle tradizioni cittadine intrapreso da La Gazzetta Augustana.it.

Celebrandosi il Giorno della Memoria nel ricordo delle vittime della Shoah, per noi di Augusta si rende più che necessario unirci nella riflessione con il ricordo del nostro concittadino don Paolo Liggeri (1911-1996). Un personaggio che per la fedeltà alle sue idee ha vissuto l’arresto, la deportazione nei campi di sterminio e dopo la guerra si è prodigato nei confronti degli ultimi avviando la prima esperienza di consultorio in Italia. Purtroppo, nella sua città natale, questa figura è sconosciuta e in pochi conoscono la straordinarietà della sua opera. Negli anni scorsi l’amministrazione comunale ha dedicato alla sua memoria l’auditorium di Palazzo S. Biagio, ma nonostante questo “gesto” don Paolo Liggeri “matricola 134.381” è un nome che non dice nulla alle nuove generazioni.

Numerosi sono gli scritti che don Paolo ha lasciato perché non si perdesse la memoria di quella tragedia. Particolarmente significativo un testo inedito che la Commissione comunale di Storia patria ha inteso divulgare negli anni scorsi per far conoscere l’esperienza dell’illustre concittadino. Eccolo qui di seguito.

Il tempo corrode i monumenti la polvere si adagia su tutto e le erbacce non rispettano neanche i cimiteri degli eroi. Tutto questo non è giusto. Ora, noi che vivemmo questa tremenda avventura, noi che uscimmo miracolosamente da quelle ossessionanti “Fosse di serpenti” che furono i campi dello sterminio, noi che agonizzammo giorno per giorno, ora per ora, accanto ai nostri fratelli che cedettero alla morte, noi sentiamo il dovere di levare un grido di protesta per l’indegno oblio.

Sulle innumerevoli fosse dei campi nazisti della morte, sulle ceneri disperse dei corpi di mille e mille nostri fratelli, uccisi nelle camere a gas, abbattuti dalla fame, dal gelo, dallo sfinimento, dalle più disumane violenze, distrutti dal fuoco inesorabile dei forni crematori, vogliamo che si levi la riconoscenza indeclinabile degl’italiani tutti, senza distinzione di razze e di ideologie, i nostri fratelli insieme seppero affrontare l’arresto, la deportazione, i più inauditi tormenti fisici e morali, l’Olocausto supremo. E il ricordo servirà anche a confortare gli altri che scamparono – quasi non si sa come – alla morte, ma tornarono in mezzo ai vivi, serbando nella gelosa intimità del loro cuore cicatrici ancora doloranti che sembrano destinate a mai più rimarginarsi.

Vogliamo però che nessuno ci fraintenda e ci additi – magari per celare la propria ignobile indolenza – per seminatori di odio. Sopra una così immensa moltitudine di sofferenze umane e di nobili olocausti, l’ansito dell’odio suonerebbe infatti come una volgare profanazione. E aggiungerebbe un anello alla troppo lunga catena delle ritorsioni senza fine che accompagnano le degenerazioni e il dissolvimento dell’umanità. Noi odiamo la violenza, la sopraffazione, l’ingiustizia, la tirannia, ma intendiamo aver pietà degli uomini. Non c’è infatti un essere umano più disgraziato e più commiserevole del cattivo, del degenerato, che, nella sua aberrazione, non si accorge di distruggere se stesso, degradandosi al livello dei bruti. Odiarlo significherebbe abbassarsi allo stesso livello.

Ma difenderci, si, questo è un dovere, prima ancora di un diritto: difenderci perché il bruto non abbia a ripetere le sue gesta criminose, perché nuovi anelli non si aggiungano alla catena delle aberrazioni, perché la violenza e l’ingiustizia, la sopraffazione e la tirannia non tornino ad oscurare la libera esistenza umana”.

Difenderci, tenendo vivo il ricordo della sanguinosa bufera, che gli uomini superficiali e incauti vorrebbero dimenticare. E trarre dal ricordo le necessarie deduzioni. L’ammonimento sempre valido ed attuale, che il ricordo ci ripete incessantemente, è questo: tutti gli uomini, siano tedeschi o russi, americani o italiani, bianchi o neri, ebrei o cattolici, fascisti o antifascisti, tutti, “quando non credono in una giustizia superiore, infallibile e inappellabile, possono smarrire il senso della dignità umana e divenire capaci delle più orribili scelleratezze; quando perdono il senso del divino, distruggono gli altri, e, di conseguenza, anche se stessi. Anche per questo vogliamo ricordare. Ed anche sotto questo aspetto non sono i morti che devono esserci riconoscenti del commosso ricordo, ma siamo ancora noi che dobbiamo essere loro grati di un ricordo che è ragione di vita“.

Giuseppe Carrabino


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