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Luoghi della cultura come servizi pubblici essenziali

Il Blog su beni culturali e arte Il Corbaccio di Carlo Veca per La Gazzetta Augustana.it

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Si è tanto parlato nei giorni appena trascorsi dell’apertura ritardata di Colosseo, Foro Romano, Palatino, Terme di Diocleziano e Ostia Antica, causa assemblea sindacale di custodi e assistenti all’accoglienza.

Come tutte le cose, “l’accaduto” ha diviso l’Italia con polemiche a catena, tra coloro che hanno impugnato la forca osannando il disagio per i turisti e la “magra figura per l’Italia” e coloro che hanno difeso il diritto al lavoro, ricordando (giustamente) che l’assemblea era stata annunciata con largo anticipo. Il risultato più eclatante è stata la critica sui social ai sindacati da parte delle principali istituzioni nazionali e soprattutto l’approvazione in Consiglio dei Ministri del Decreto Legge che inserisce Musei e luoghi della cultura (statali, comunali, pubblici e privati) nell’elenco dei servizi pubblici essenziali – per intenderci, insieme a ospedali, scuole, trasporti, ecc.

Bene. La questione apre a diverse riflessioni. In primis sull’inviolabilità del diritto al lavoro: nel rispetto delle regole, è giusto che i lavoratori abbiano il diritto a riunirsi in assemblea o a scioperare. L’unica pecca, nel caso specifico, è forse rappresentata dall’inadeguata divulgazione delle informazioni, nel senso che occorreva diffondere la notizia della chiusura temporanea in modo capillare. Dalla comunicazione, si passa facilmente a giudicare la gestione: Roma è una città dotata di un Patrimonio Culturale sconfinato; una maggiore consapevolezza sull’apertura ritardata di alcuni luoghi culturali (anche se tra i più importanti della città) avrebbe permesso di indirizzare il flusso turistico su altri siti e musei magari meno frequentati e conosciuti, bypassando il disagio di quelle poche ore. Questo semplice accorgimento avrebbe incrementato la valorizzazione dei siti “di ripiego” (virgolette obbligatorie), e creato allo stesso tempo ulteriori indotti, nell’Era attuale degli investimenti ridicoli in Cultura e Ricerca, di gran lunga inferiori alla media europea.

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Ma veniamo ora all’equiparazione di Musei e luoghi della cultura ai servizi pubblici essenziali. Ammirevole, certo. La giusta direzione da percorrere, forse. Ma immaginate per un momento un ospedale con carenza di infermieri perché soggetti alla turnazione e scioperanti perché non pagati, oppure alla cura di malati da parte i volontari, perché i medici costano troppo. Immaginate una scuola in cui a insegnare agli studenti sono gli appassionati di matematica, o improvvisati “docenti” di lettere senza alcun titolo. Immaginate i cancelli sbarrati di una stazione ferroviaria a causa di locomotive in sciopero, incendi non domati per “carenza di acqua”, o fantomatiche associazioni no profit alla gestione di cliniche.

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Fonte della foto: image.nanopress.it/viaggi/fotogallery/625×0/102221/roma-colosseo.jpg

Se in Italia persisterà la dicotomia formata dallo schema tagli inspiegabili alla Cultura/provvedimenti SPOT, di certo la situazione non cambierà. Quello dei luoghi della cultura come servizi pubblici essenziali è un provvedimento attualmente utopico nel nostro Paese, in un momento in cui, l’interesse per il Patrimonio Culturale è solo “di facciata”. Non esiste (se non sulla carta) il rispetto per le professioni e archeologi, restauratori e storici dell’arte sono “elusi” oppure sostituti da “esperti della passione” privi di titoli e competenze.

Secondo il mio modesto parere, preferirei bandissero concorsi pubblici o pubblico/privati anche di poche posizioni, ma per professionisti di settore invece degli innumerevoli “tirocini retribuiti”, conclusi i quali non portano che alla situazione di partenza.

Se al posto di palliativi legislativi si prendessero dei provvedimenti concreti, il problema del Colosseo (ma così come di Pompei della scorsa estate) non sussisterebbero. Se si puntasse seriamente sulla CULTURA, valorizzando i veri “addetti ai lavori”, ogni cosa starebbe al suo posto. In un paese come l’Italia, dove il Patrimonio Culturale viene lodato con l’orribile e infelice appellativo di “petrolio”, non si può puntare sul volontariato o sul tirocinio retribuito: occorre una legislazione seria, un cambiamento culturale che DEVE insegnare il “valore” della cultura nelle scuole e valorizzare il lavoro in tutte le sue fasce, dai custodi, agli archeologi, ai restauratori.


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