Pillole di resilienza anti-coronavirus. Violenze domestiche in aumento, ecco un decalogo comportamentale
AUGUSTA – Nell’emergenza sanitaria da Coronavirus, c’è da fare i conti anche con i risvolti psicologici a cui vanno incontro i cittadini in isolamento domiciliare per settimane come anche i lavoratori delle categorie rimaste attive, perché “essenziali” per decreto, in città semi-deserte. Accanto alle notizie, quelle verificate, su quanto sta accadendo, abbiamo ritenuto di fornire un ulteriore strumento di comprensione ai nostri lettori sul fronte psico-sociale. Così nasce la rubrica chiamata “Pillole di resilienza”, in chiave divulgativa, a cura dello psicologo augustano Francesco Cannavà.

Stiamo per entrare nella Fase 2 della gestione della pandemia, definita come fase di ripresa delle attività e convivenza con la presenza del virus, ma ciò non implica certo un pericoloso “liberi tutti”. Il perdurare delle disposizioni di tutela della popolazione che ci hanno costretti in casa ormai da quasi due mesi, stanno mettendo a dura prova le capacità di adattamento di ogni singolo soggetto, anche dei più casalinghi, perché il concetto di obbligo a non uscire incide sul senso di autonomia e di libertà dell’individuo. La permanenza in casa esula dal mero permanere in un ambiente, ma include l’obbligo di rapportarsi e condividere spazi vitali, routine, mansioni, di solito caratterizzate dall’alternarsi dei coabitanti l’ambiente domestico. Dobbiamo poi considerare che la coabitazione obbligata spesso coinvolge soggetti con rapporti in crisi, per i quali, le attività extra casalinghe di lavoro, accudimento e frequentazione di terzi, attività personali, hanno funzione di strutturazione e conferma di Sé e delle proprie qualità, offrendo anche giustificazione all’evasione da situazioni di disagio relazionale o esistenziale determinato dall’interazione con congiunti e conviventi con i quali la relazione è giunta ad un momento di stallo, problematicità, o nei casi più gravi di incompatibilità.
Dobbiamo fare i conti con alcune caratteristiche della nostra specie: quando avviene uno sbilanciamento tra l’energia investita per la gestione di una situazione o relazione ed il ritorno positivo risulta scarso o assente, si va in contro ad una iniziale fase di resistenza, che ha funzione di adattamento al contesto o alla relazione. Tale fase, se non compensata dalla ricezione di azioni o comportamenti volti alla produzione di sensazioni ed emozioni positive, comporta il progressivo esaurimento delle risorse energetiche dell’individuo, che porta ad uno stato di distress.
Tra le caratteristiche dello stress determinato dalle relazioni, nella fase di “esaurimento” si osservano: aumento dell’irrequietezza dovuta all’accumulo di adrenalina e riduzione di endorfine; aumento della suscettibilità dovuta alla mancanza di conferme o peggio alla palese disconferma da parte dell’interlocutore; sensazioni di frustrazione, ingiustizia, nervosismo, disagio e inadeguatezza; difficoltà di controllo degli impulsi aggressivi. Tutti elementi spesso connessi alla conflittualità intrafamiliare, ove le aspettative, le dinamiche emotive e affettive, determinano uno scenario complesso di reciproca contaminazione di vissuti ed emozioni che possono indurre anche velocemente e inconsapevolmente all’escalation emotiva che porta allo scontro.
Non dimentichiamo che l’uomo, come specie, è un predatore e di fronte a situazioni frustranti o difficili, più ancora in spazi chiusi e nell’impossibilità di sottrarsi al confronto, una parte del suo cervello produce molecole utili all’azione, che a livello emotivo e cognitivo possono configurarsi come rabbia e a livello comportamentale come aggressività. L’esperienza di vita e familiare, i valori, il credo, l’inquadramento sociale, determineranno la forma in cui tale aggressività si manifesterà nel contesto in cui il soggetto è inserito, da cui è condizionato e che condiziona a sua volta.
In tale scenario la conflittualità intrafamiliare nel corso della reclusione forzata ha determinato l’aumento di un fenomeno sociale gravissimo: la violenza domestica, sui minori e sul coniuge. Le segnalazioni di aggressione al coniuge su scala nazionale sono cresciute di circa il 70% nel corso della fase 1, ma i numeri ufficiali non tengono conto della maggior parte delle aggressioni taciute e non denunciate.
Questa piaga, che coinvolge le fasce più fragili della società, ha trovato nella necessità di condividere per lungo tempo spazi comuni in assenza di attività lavorativa o di distrazione, un contesto in cui raggiungere in breve dimensioni di rischio e sofferenza sociale elevatissimi.
Cosa fare per salvarsi e aiutare chi soffre?
Denunciare. In Italia, oltre alle Istituzioni come Carabinieri e Polizia, esiste il numero antiviolenza promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: 1522, gratuito e sempre attivo. In rete si trovano riferimenti a centri antiviolenza territoriali distribuiti su tutto il territorio nazionale, che anche in periodo di quarantena garantiscono la possibilità di accogliere senza rischi di contagio.
Dal punto di vista comportamentale, se il conflitto rappresenta un rischio o degenera facilmente, in questo specifico periodo di convivenza difficile può essere utile seguire poche importanti norme:
1) evitare tematiche e argomenti potenzialmente pretesto di scontro, non sottomettersi, ma evitare di mettersi a tu per tu accogliendo lo scontro, ricordando che le questioni di principio sono quelle che si pagano a caro prezzo. Ricordiamoci che le persone deluse vedono solo la parte negativa del partner;
2) evitare di vittimizzarsi o autocommiserarsi per indurre sensi di colpa al partner, perché possono sortire l’effetto opposto in soggetti affettivamente distanti o impulsivi;
3) mantenere ruoli e mansioni definiti e chiari per evitare la sovrapposizione e lo sbilanciamento di potere. Se non si riesce ad essere complementari o sinergici nella gestione della famiglia, meglio evitare di competere per il medesimo ruolo con chi è disposto a schiacciarci per definire sé stesso!
4) mai coinvolgere i bambini: non esporli alle liti ma soprattutto mai indurli a fare una scelta affettiva, a schierarsi o a difendere l’uno o l’altro genitore. Il genitore che si vede i figli contro si incattivisce ulteriormente;
5) trovare mansioni e attività personali in cui investire il tempo incidendo il meno possibile sulle attività del partner;
6) creare spazi separati destinati a specifiche attività non in contrasto con quelle del partner, meglio ancora se con un sottofondo musicale a basso volume che attenui i silenzi;
7) mai giustificare l’aggressività fisica. Accettare una violenza vuol dire trasformarla nella prima di una serie;
8) in casi estremi chiedere aiuto: vicini di casa, congiunti, Autorità, psicologi, centri antiviolenza;
9) in situazioni di rischio cercare pretesti per uscire da casa: spesa, farmacia ecc.;
10) sforzarsi di amarsi di più e intensificare i contatti con chi ci ricorda il nostro valore o mostra di apprezzarci. Non esiste amore che giustifichi una violenza.
Francesco Cannavà*
*Psicologo





















