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Augusta, Covid, la testimonianza di Salvatore: “Vi racconto la fame d’aria”

AUGUSTA – “Mi chiamo Salvatore, 56 anni, vita regolare, lavoro, famiglia, sport e godo, anzi, godevo di ottima salute“. Inizia così la lettera aperta inviata alla nostra Redazione da Salvatore, cittadino augustano, contagiato dal virus pandemico Covid-19, finito nel novero delle diverse centinaia di concittadini contagiati in questa seconda ondata d’autunno, in via di guarigione sebbene debilitato e non ancora negativizzato.

Secondo l’ultima comunicazione a riguardo fornita ieri sera dal sindaco, gli augustani attualmente contagiati sono 95. La stragrande maggioranza asintomatici o paucisintomatici, mentre sarebbero una decina gli ospedalizzati. Salvatore rientra tra i casi positivi curati in quarantena domiciliare, sotto osservazione sanitaria dell’Usca (Unità speciale di continuità assistenziale) di Augusta. La sua lunga e dettagliata testimonianza, che pubblichiamo quasi integralmente qui di seguito, può servire da monito perché tutti i cittadini continuino a rispettare le misure governative in vigore per il contenimento sanitario.

Non è mio intento annoiarvi, ma sensibilizzare coloro che, con mascherina abbassata e in barba alle più comuni norme comportamentali, sono scettici nei confronti di questo mostro con cui purtroppo dobbiamo convivere. Abbiamo applicato alla lettera le precauzioni anti-contagio: sterilizzazione degli ambienti, sanificazione, incontri solo con parenti, cancellate ogni attività non indispensabile e nonostante ciò, il mostro, silenziosamente si è impadronito della mia vita.

È un lunedì mattina di tre settimane orsono: mi sveglio con mal di testa, occhi rossi lucidi ed un po’ di tosse secca: misuro la temperatura e risulta 37.4° C. “Sarà una banale influenza di stagione ma con quello che si sente in giro!”: questo è quello che ho pensato subito ma, si sa, l’attenzione è alta. Decido quindi, per sì e per no di rimanere a casa: grazie alla tecnologia riesco a dirigere le attività della mia sezione comodamente stando in studio. Avviso il (omissis) medico di famiglia, che mi consiglia di stare a riposo, prendere un’aspirina e tenere sotto controllo la temperatura.

Trascorro tre giorni in autoisolamento, dove alternavo al lavoro bagni di lettura… da Socrate ai fumetti di Topolino, approfittando delle coccole di mia moglie e soprattutto senza alcun sintomo: l’indomani sarei rientrato al lavoro normalmente. Erano le 21 circa quando, mentre mi spostavo, ho iniziato a sentire dolore alle articolazioni ed affanno, come se avessi corso per tutto il pomeriggio. Misuro la temperatura: 38.5° C e prendo una Tachipirina.

Il giovedì mattina mi reco presso un centro analisi e dopo 10 minuti la notizia: Positivo. Leggermente confuso, ritorno a casa ed informo mia moglie (omissis). Nei primi momenti non realizzavamo la gravità della situazione: avviso, al lavoro, coloro con cui sono stato a contatto nell’ultima settimana (tutti negativi per fortuna), informo il dottore che mi prescrive delle indicazioni di massima. Sempre in autoisolamento, permangono sintomi molto leggeri: febbre sui 37° C, tosse secca, affanno, mal di testa… “Niente di che”, pensavo, andrà via subito. La mia famiglia non manifestava nessun sintomo: “Siamo stati bravi, confidavo con mia moglie” .

Dopo tre giorni e qualche telefonata con il dottore, mi rendo conto che l’Asp di competenza non aveva mai chiamato per conoscere la mia situazione: parlando con mio cognato (omissis), mi dà un indirizzo email dove comunicare il mio caso: dopo 30 minuti circa, arriva una telefonata dall’Usca: “Ci scusi signore, ma nessuno ci ha comunicato la sua positività”. “Andiamo bene”, ho pensato ridendo. Il personale dell’Usca effettua un’indagine degli ultimi contatti, specchio riassuntivo dei sintomi in atto, conferma il piano terapeutico del dottore e programma il tampone alla mia famiglia, nel frattempo anche loro in autoisolamento. Nonostante non hanno sintomi, mia moglie e (omissis: nome di una delle figlie) risultano positive, (omissis: nome di altra figlia) fortunatamente negativa. Tutto sembra procedere bene: la febbre sui 37° C non crea preoccupazioni, la difficoltà respiratoria un po’; il saturimetro indica un valore %Sp02 altalenante tra 90 e 93 e frequenza cardiaca tra 50 e 60: poco ossigeno nel sangue con battito cardiaco rallentato.

Il venerdì mattina la situazione precipita: “fame d’aria“, un cerchio di acciaio rovente stringe il petto, togliendo il respiro, tosse secca, cefalea… 118 e dopo circa mezz’ora arriva il personale medico: durante la notte, i normali sintomi di una banale influenza si sono trasformati in bronchite interstiziale con dispnea, accentuata tosse secca ed innalzamento della temperatura… Dopo opportune manovre,  i valori dell’ossigeno rientrano in sicurezza, il respiro si normalizza, febbre permane sui 37° C. L’operativo comunica di velocizzare l’intervento: c’è un’altra richiesta di soccorso. Il dottore, seppur giovane ma sicuro di sé, mi consiglia di andare in ospedale ma non sa in quale: i posti disponibili sono insufficienti alle emergenze… cosciente e contro il parere del dottore rifiuto il ricovero: sicuramente c’è chi ne ha più bisogno di me!

Coricato sul letto, supino ed impossibilitato a muovermi con occhi fissi sull’armadio, gli episodi si ripetono all’improvviso nei tre giorni a seguire: l’aria è l’unica cosa che desidero, impossibilitato a parlare, confrontandomi ogni istante con la mia vita, piena di soddisfazioni ma anche con tanti errori che, a ragion veduta, non ripeterei una seconda volta. Sentivo singhiozzare mia moglie, donna forte e risoluta, dietro la porta e volevo rassicurarla, ma era impossibile: boccheggiavo come un pesce fuor d’acqua con questa rovente incudine che premeva forte sullo sterno. Comunicavamo attraverso attraverso gesti ed appunti scritti. Durante le infiniti notti, ho avuto delle incontrollabili crisi di pianto… un pianto di disperazione che non mi sarei mai aspettato da me, sempre ligio, cinico e razionale. Sono un fedele praticante: non sono riuscito nemmeno una volta a pregare… e come se un velo separasse me dal Signore… ma sono sicuro che non mi abbia mai lasciato solo!

Il mio piano terapeutico veniva aggiornato continuamente: non esiste un protocollo preciso ed anche le linee guida ufficiali del Ministero fanno molta confusione a secondo degli Istituti che rappresentano: solamente una competenza/esperienza specifica acquisita sul campo, monitorata e valutata in team istante per istante può sortire caso per caso, una buona possibilità di  esito positivo. Valutato le condizioni generali e forte che la temperatura non superava i 38,5° C, con un ossigenazione attorno al %Sp02 90, non necessitavo nell’immediato il ricovero in terapia intensiva: l’utilizzo dell’ossigeno forzato è stato fondamentale, in vari dosaggi a secondo della gravità: il continuo sibilo mi trapanava la testa, ma era il male minore.

Sono passati nove giorni dall’incontro con il mostro: la mattina niente febbre, permane la difficoltà respiratoria, dolori alle ossa, tosse in calo, niente cefalea, i valori del saturimetro aumentano moderatamente sui %Sp02 91/92 ed anche i battiti cardiaci risalgono. Ottimista, lo comunico a mia moglie (omissis). Miracolosamente gli alveoli hanno ricominciato a riaprirsi… e da lì inizia la lenta ripresa“.

Salvatore, pur rilevando “indifferenza, disaffezione e freddezza” da parte di “alcune persone“, fa emergere nella seconda parte della lettera aperta, più intima e con riferimenti personali, la centralità del “vitale supporto della mia famiglia” nel decorso della malattia. “Attraverso i social ed altri mezzi – aggiunge – ero felicissimo di quanti amici, colleghi, conoscenti, attraverso una discreta e non invadente comunicazione, messaggi, vocali, video, foto mi hanno accompagnato in questa odissea“.

Non siamo stati lasciati soli“, ci tiene a sottolineare, ringraziando il personale della farmacia di riferimento, il medico di famiglia, “che, con sicurezza e competenza ha seguito (e segue) costantemente nel mio frangente circa 40 pazienti contagiati“, il personale sanitario dell’Usca nonché il personale addetto al ritiro a domicilio dei particolari rifiuti indifferenziati (specifico servizio di competenza comunale dal 21 novembre). Inoltre, un medico, amico personale, che lo ha sostenuto a distanza dal presidio ospedaliero presso il quale lavora a Paderno Dugnano (Milano).

Oggi (ieri l’altro per chi legge, ndr) è il 22° giorno da quando un invisibile mostro si è (era) appropriato della mia vita e molto lentamente sta andando via“, conclude così Salvatore, auspicando che il virus pandemico non torni più.

(Foto di copertina: generica)


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