News

Augusta, l’amara vittoria postuma di Gianni D’Anna

AUGUSTA – C’era una volta un’inchiesta giudiziaria, denominata “Mare rosso”, sull’inquinamento marino a causa dello sversamento del mercurio da parte di industrie del polo petrolchimico. Fu un’inchiesta che accese i riflettori dei media sul giovane sostituto procuratore Maurizio Musco, che apparve come epigono di Nino Condorelli, l’ultimo dei cosiddetti pretori d’assalto ambientalisti. L’inchiesta fu poi archiviata.

In un suo editoriale, il direttore responsabile di Augustaonline.it, Gianni D’Anna, commentò l’archiviazione definendola “vergognosa”, indignato perché: “ nel caso dell’inquinamento da mercurio ci sono state le prove, le intercettazioni, una campagna di stampa, gli appelli alle donne e mamme della zona di sottoporsi a test, ci si era illusi che il vento fosse cambiato, poi improvvisamente,… il nulla, abbiamo scherzato, ci siamo sbagliati”.

L’archiviazione non è di competenza del pubblico ministero, ma del giudice delle indagini preliminari. Tuttavia, il  sostituto Musco querelò D’Anna per aver usato  l’aggettivo “vergognosa” a proposito dell’archiviazione d’un’inchiesta che tante speranze e aspettative aveva suscitato nella popolazione martoriata del triangolo Augusta-Priolo-Melilli.

In tv si sente spesso l’espressione: “Le sentenze possono essere criticate, ma si rispettano”, anche perché l’art. 21 della Costituzione italiana statuisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Ora, se un cittadino, per di più giornalista, che risiede nell’area inquinata e, perciò stesso, preoccupato per la salute propria e dei familiari, non può esprimere la  propria delusione, il proprio sdegno per l’avvenuta archiviazione con un modesto aggettivo qualificativo qual è “vergognosa”, si potrebbe ritenere fortemente limitata quest’asserita libertà di pensiero.

La libertà di pensiero implica necessariamente il diritto di critica, un diritto che, in un regime democratico, non può essere sottoposto a censura, a meno che questa critica non sia smodata, incontinente a tal punto da ledere la reputazione e l’onorabilità altrui. In questa prospettiva si configura il reato di diffamazione, aggravato se a mezzo stampa: un delitto di opinione, dunque, che, però, prevede il carcere. La pena può essere maggiore se alla persona offesa viene attribuito un “fatto determinato”, che possa compromettere, appunto, l’onorabilità della persona.

In che misura e perché il sostituto Musco era stato offeso, considerando, inoltre, che il suo nome non veniva fatto da Gianni D’Anna? Ma in primo grado, i giudici del tribunale condannano D’Anna, che, nel frattempo, ha dovuto pagare un difensore, recarsi a Messina per il processo. Dopo anni si celebra l’appello. La  via crucis si ripete. Scende di nuovo il buio. La condanna viene confermata in appello, sempre a Messina. Seppur demoralizzato e molto provato, D’Anna continua la sua attività. La difesa di D’Anna fa ricorso in Cassazione.

Vive giornate di trepidazione nell’attesa del giudizio finale, che potrebbe costargli altro esborso di denaro. Spes ultima dea. Il motto latino trova applicazione nella sentenza n. 8195 pronunciata dalla V sezione della Corte di Cassazione, in data 17 gennaio 2019, un mese dopo l’improvvisa scomparsa di D’Anna. Una vittoria postuma, ma molto amara. Una vittoria che sancisce la sconfitta di Musco che, sin dal principio, dove essere e considerarsi estraneo, come riconosce la corte in via  preliminare: “L’archiviazione è un provvedimento di competenza del giudice per le indagini preliminari, non del pubblico ministero, sicché la persona del sostituto procuratore dottor Musco doveva ritenersi estranea alla critica”.

Entrando nel merito, la Corte rileva che “uno Stato democratico garantisce e tutela il diritto di critica degli organi di informazione e dei cittadini circa l’operato delle persone preposte a funzioni o servizi pubblici. La valenza offensiva di una determinata espressione deve essere riferita al contesto nel quale è stata pronunciata. Occorre calibrare la portata di una espressione in relazione al momento e al contesto sia ambientale che relazionale in cui la stessa viene profferita. Non è ammessa una risposta giudiziaria repressiva che estenda la tutela prevista contro la lesione dell’onore o del decoro anche a casi di contestazione dell’operato altrui. (Così Sez. 5, n. 32907 del 30/06/2011, Di Coste, in motivazione). 3.2 La causa di giustificazione di cui all’art. 51 cod. pen., sub specie dell’esercizio del diritto di critica, ricorre quando i fatti esposti siano veri o quanto meno l’accusatore sia fermamente e incolpevolmente convinto, ancorché errando, della loro veridicità. Il diritto di critica si concretizza in un giudizio valutativo che, postulando l’esistenza del fatto elevato a oggetto o spunto del discorso critico, trova una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere; di conseguenza va esclusa la punibilità di coloriture ed iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, purché tali modalità espressive siano adeguate e funzionali all’opinione o alla protesta, in correlazione con gli interessi e i valori che si ritengono compromessi (Sez. 1, n. 36045 del 13/06/2014, Surano, Rv. 261122). Nell’esercizio del diritto di critica il rispetto della verità del fatto assume un rilievo più limitato e necessariamente affievolito rispetto al diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica”.

La Corte, addirittura, giunge alla considerazione che “se l’argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l’interesse sociale a conoscerla, è consentita dall’ordinamento la esposizione di opinioni personali lesive della altrui reputazione e quindi contenenti la rappresentazione di eventi infamanti, una volta che l’agente si sia affidato a una esposizione misurata nel linguaggio”.

Entrando nel merito della decisione dei giudici di Messina, la Corte osserva: “La decisione muove, però, da un presupposto errato, che ne inficia la tenuta logica e giuridica. La notizia della archiviazione non è falsa; essa contiene un nucleo essenziale di verità attinente, peraltro, a un numero rilevante di indagati e al “cuore” dell’indagine: quello relativo ai reati di associazione per delinquere e di avvelenamento di acque”. Più avanti  mette in evidenza: “L’impostazione accolta dal giudice di merito svilisce la facoltà di critica, limitandola alla esposizione dei fatti e alla loro puntuale, esatta riproduzione. Mentre, a differenza della cronaca, del resoconto, della mera denunzia, la critica si concretizza nella manifestazione di un’opinione. È vero che essa presuppone in ogni caso un accadimento storico, ma il giudizio valutativo, in quanto tale, è diverso dal fatto da cui trae spunto e non può pretendersi che sia ‘obiettivo’“.

Per quanto attiene alla locuzione “vergognosa archiviazione” la Corte rileva che “la frase incriminata, tenuto conto del contesto e della stessa valenza dell’espressione utilizzata, non è volta ad umiliare né ad offendere il sostituto procuratore dottor Musco, ma ad esprimere delusione per la tutela asseritamente non ricevuta in una vicenda di particolare allarme sociale, per quel territorio, quale l’inquinamento da mercurio della rada di Augusta. Essa, quindi, non eccede il limite della continenza poiché, ripetesi, non si sostanzia in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale della persona del pubblico ministero che ebbe a formulare la richiesta di archiviazione”.

In conclusione, la Corte riconosce  che “se è vero che l’esercizio del diritto di critica trova un limite immanente nel rispetto della dignità altrui, non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale (tra le altre Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010, Simeone, Rv. 249239), resta dirimente il fatto che nella specie la critica, per cruda e veemente che sia, è indirizzata all’azione giudiziaria e non alla persona del sostituto procuratore che l’ha posta in essere, peraltro come mero “soggetto richiedente”. 5. Ricorrono, quindi, i presupposti dell’esercizio del diritto di critica”. Quindi, come noto dal 17 gennaio scorso, l’annullamento della sentenza senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.

Giorgio Càsole


getfluence.com
In alto