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Augusta, ricordando Gianni D’Anna a un anno dalla morte

AUGUSTA – La Redazione de La Gazzetta Augustana.it ricorda con commozione il collega e concittadino Gianni D’Anna, oggi a un anno dalla sua improvvisa scomparsa, all’età di 61 anni. Cronista di territorio, precursore del giornalismo online con la testata “Augustaonline“, da lui fondata e diretta. Sarà ricordato oggi in chiesa Madre durante la celebrazione della messa delle ore 18,30. Noi intendiamo commemorarlo anche qui con il seguente articolo sulla sua vittoria giudiziaria, purtroppo postuma ma illuminante ai fini della tutela del diritto di critica giornalistica.

C’era una volta, non molto tempo fa, in quel di Siracusa, un’inchiesta giudiziaria, denominata “Mare rosso”, sull’inquinamento marino a causa dello sversamento del mercurio da parte di industrie del polo petrolchimico. Fu un’inchiesta che accese i riflettori dei media sul giovane sostituto procuratore Maurizio Musco, che apparve come epigono del catanese Antonino Condorelli, l’ultimo dei cosiddetti pretori d’assalto ambientalisti. L’inchiesta fu poi, inopinatamente, archiviata, su proposta dello stesso Musco.

In un suo editoriale, il direttore responsabile della testata telematica Augustaonline, Gianni D’Anna commentò l’archiviazione definendola “vergognosa”, indignato perché: “nel caso dell’inquinamento da mercurio ci sono state le prove, le intercettazioni, una campagna di stampa, gli appelli alle donne e mamme della zona di sottoporsi a test, ci si era illusi che il vento fosse cambiato, poi improvvisamente,… il nulla, abbiamo scherzato, ci siamo sbagliati”. L’archiviazione non è di competenza del pubblico ministero, ma del giudice delle indagini preliminari. Tuttavia, anche qui inopinatamente, il sostituto Musco querelò D’Anna per aver usato l’aggettivo “vergognosa” a proposito dell’archiviazione di quell’inchiesta che tante speranze e aspettative aveva suscitato nella popolazione martoriata del triangolo Augusta-Priolo Melilli. In tivù si sente spesso l’espressione: “Le sentenze possono essere criticate, ma si rispettano”, anche perché l’art. 21 della Costituzione italiana statuisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Ora, se un cittadino, per di più giornalista, che risiede nell’area inquinata e, perciò stesso, preoccupato per la salute propria e dei familiari, non può esprimere la propria delusione, il proprio sdegno per l’avvenuta archiviazione con un modesto aggettivo qualificativo qual è “vergognosa”, si potrebbe ritenere fortemente limitata quest’asserita libertà di pensiero. La libertà di pensiero implica necessariamente il diritto di critica, un diritto che, in un regìme democratico, non può essere sottoposto a censura, a meno che questa critica non sia smodata, incontinente a tal punto da ledere la reputazione e l’onorabilità altrui. In questa prospettiva si configura il reato di diffamazione, aggravato se a mezzo stampa: un delitto di opinione, dunque, che, però, prevede il carcere. La pena può essere maggiore se alla persona offesa viene attribuito un “fatto determinato”, che possa compromettere, appunto, l’onorabilità della persona. In che misura e perché il sostituto Musco era stato offeso, considerando, inoltre, che il suo nome non veniva fatto da Gianni D’Anna?

La logica del buon senso comune avrebbe suggerito un’immediata archiviazione della querela di Musco da parte dei giudici di Messina, cui, per competenza, spettava il compito di vagliare l’istanza del magistrato siracusano. Invece no. Anche qui inopinatamente, in primo grado, il tribunale, in composizione monocratica, condanna D’Anna, che, nel frattempo, ha dovuto pagare un difensore, recarsi a Messina per il processo. Dopo anni si celebra l’appello. La via crucis si ripete. Scende di nuovo il buio. La condanna viene confermata in appello, sempre a Messina. Seppur demoralizzato e molto provato, D’Anna continua la sua attività. Nel frattempo, Musco diventa protagonista di vicende giudiziarie, tali che viene penalmente condannato a 18 mesi in via definitiva. Il Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati, lo destina a Sassari, con la funzione di pubblico ministero della Procura della Repubblica.

La difesa di D’Anna fa ricorso in Cassazione. D’Anna vive giornate di trepidazione nell’attesa del giudizio finale, che potrebbe costargli altro esborso di denaro. Spes ultima dea. L’ultima dea fa il miracolo. Lo fa sotto forma della sentenza n. 8195 pronunciata dalla V sezione della Corte di Cassazione, in data 17 gennaio 2019, un mese dopo l’improvvisa scomparsa di D’Anna. Una vittoria postuma, ma molto amara. Una vittoria che sancisce la sconfitta di Musco che, sin dal principio, doveva essere e considerarsi estraneo. La suprema Corte stabilisce che “ricorrono i presupposti dell’esercizio del diritto di critica”. Quindi, pronuncia “l’annullamento della sentenza senza rinvio, perché il fatto non costituisce reato”. Questa sentenza può fare giurisprudenza? Certamente. Pensiamo che sia un altro passo per il pieno rispetto dell’art. 21 della nostra Magna Charta.

Giorgio Càsole


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