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Breve storia di Augusta: istmo, ponti, porte

AUGUSTA – Nell’ambito di una più ampia iniziativa editoriale promossa da La Gazzetta Augustana.it di divulgazione e promozione della storia di Augusta, abbiamo previsto una rubrica settimanale tematica nel nostro web magazine di approfondimento “Cultura”. Ha per titolo “Breve Storia di Augusta” ed è curata da Filippo Salvatore Lentini, detto Salvo, già ufficiale della Marina Militare, che da appassionato alle vicende storiche e alle tradizioni augustane, facendo ricorso ad un’estesa bibliografia che comprende i numeri del “Notiziario storico di Augusta” e i diversi lavori succedutisi nel tempo di noti studiosi della storia cittadina (che Lentini ci ha chiesto di menzionare in ordine casuale in premessa: Mario Mentesana, Elio Salerno, Tullio Marcon, Ennio Salerno, Vincenzo Vinciguerra, Ezechiele Salerno, Giorgio Casole, Sebastiano Salomone, Giovanni Vaccaro, Giuseppe Messina, Giovanni Satta, Giuseppe Carrabino, Italo Russo e non solo), ha pubblicato nel 2008 l’apprezzata opera dal titolo “L’Isola delle Palme”. Offrirà ai lettori de La Gazzetta Augustana.it, per la prima volta su una testata, la versione ridotta e adattata al web della sua pubblicazione.

3. Istmo, ponti, porte.

Panoramica sulla zona dove avvenne "la tagliata" dell'istmo, che generò il Rivellino Quintana

Panoramica sulla zona dove avvenne “la tagliata” dell’istmo, che generò il Rivellino Quintana

La fragile sicurezza difensiva, derivante soprattutto dal castello e dalla cinta bastionata di Terravecchia, strutture vecchie di quasi tre secoli e inadeguate alle nuove tecniche di guerra, fu la principale conseguenza di facili sbarchi delle flotte turche nell’allora penisola. Invasioni musulmane che, tanto per citarne alcune, nel solo spazio del decennio compreso fra il 1551 ed il 1560 misero più volte a ferro e fuoco la città di Augusta, conquistandone ripetutamente il castello e portandosi via qualsiasi cosa, comprese molte persone per ridurle in schiavitù. Pertanto, a difesa della città, che nel tempo si era sempre più ingrandita e popolata, si realizzarono altre importanti costruzioni, più idonee alle moderne tecniche di strategia militare.

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Così, su disposizione del viceré di Spagna don Garzia de Toledo, sfruttando la presenza di due isolotti presenti nella parte nord del golfo megarese, nel 1567 furono costruiti i due fortini a mare, collegati fra di loro da una stretta striscia di terra e che presero il nome dello stesso governatore e di sua moglie: Garsia e Vittoria.

Nel corso dei secoli, questi due fortini sono stati utilizzati per diversi scopi: più volte come lazzaretto, in conseguenza della peste del 1743 e del colera del 1836, per isolare i malati ed evitare il diffondersi delle malattie in città; come prigioni nel 1848, durante il dominio borbonico e nel 1892 ancora come stazione sanitaria, in particolare sempre il “Vittoria”, in sostituzione del lazzaretto che si trovava nell’area dove in seguito furono costruiti gli uffici della Capitaneria di Porto e l’Arsenale Militare.

Durante i periodi di guerra, i fortini sono serviti come depositi di materiale bellico, ad uso della Regia Marina Militare; alla fine della seconda guerra mondiale, non più utilizzati, sono rimasti abbandonati alle incurie del tempo e dei soliti vandali: di recente sono stati effettuati dei lavori per restaurare il solo Forte Vittoria.

Qualche anno più tardi, sopra un’altra zona affiorante nella parte sud della penisola, don Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara, nel 1570 fece edificare una torre che, posta a difesa dell’insenatura megarese, fu chiamata col nome di Torre Avalos.

La pesante sconfitta subita nella battaglia di Lepanto del 1571 indebolì le forze dei turchi, facendo diminuire anche i rischi dei loro pericolosi sbarchi sulle coste siciliane. Nonostante questo, prima del totale completamento di tutte le opere di fortificazioni, la città fu ancora sottoposta ad altri sbarchi dei turchi; l’ultima di queste invasioni fu tentata il 24 maggio del 1594 e fu scongiurata dal popolare “atto miracoloso” che, attribuito secondo la leggenda a San Domenico, portò alla salvezza di Augusta.

Anni '50, la zona localmente conosciuta come "i ponti i campagna", in quanto attraverso i ponti spagnoli si giungeva nell'allora campagna esistente nell'immediata terraferma

Anni ’50, la zona localmente conosciuta come “i ponti i campagna”, in quanto attraverso i ponti spagnoli si giungeva nell’allora campagna esistente nell’immediata terraferma

Pertanto, rallentata la minaccia degli sbarchi dei turchi, le costruzioni delle opere difensive si concentrarono nell’area dell’istmo, che collegava la città alla terraferma, per difenderla dagli attacchi di eserciti nemici. Proprio in quest’area avvenne la famosa “tagliata” dell’istmo, i cui lavori, iniziati nel 1587 e prolungatesi per un ventennio circa, portarono alla realizzazione di due fossati. L’aver creato i due fossati, significò anche mettere in comunicazione i due mari, xifonio e megarese, e trasformare la città in una vera e propria isola. Fra i due fossati artificiali fu lasciato un isolotto dove si costruì il Rivellino Quintana, su cui poggiavano i due ponti levatoi, per il collegamento della città con la terraferma.

Il Rivellino Quintana, anch’esso attorniato da mura e con una porta verso la terraferma, allo stesso modo di un fortino, costituiva un importante avamposto a difesa della città: s’iniziò, pian piano, a demolirlo sin dagli anni Venti del Novecento.

Il termine “tagliata” identificò la zona dell’ex istmo per oltre un secolo, fino a quando questa stessa area cominciò ad essere conosciuta come “i ponti i campagna”, termine ancora in uso in città, soprattutto fra i più adulti, e derivante dal fatto che dalla città, attraverso i ponti spagnoli, si raggiungeva la vasta campagna che vi era nell’immediata terraferma, luogo dove in seguito nascerà e si svilupperà il noto quartiere Borgata.

Scongiurati i pericoli provenienti dalle scorrerie barbariche, i primi decenni del Milleseicento coincisero con l’inizio di un lungo periodo di battaglie contro i francesi, anch’essi desiderosi di espandersi e di dominare in tutto il bacino del Mediterraneo: la conquista del castello di Augusta era fra i loro principali obiettivi.

Infatti, nella seconda metà del Seicento, dopo diverse e violente lotte, la Sicilia si ritrovò ancora una volta sotto il dominio della Francia. La permanenza dei francesi durò soltanto tre anni, ovvero fino al 1678 quando, dopo accordi diplomatici fra i contendenti, gli spagnoli ripresero il possesso della Sicilia e, di conseguenza, del castello di Augusta. Riconquistata la piazzaforte, gli spagnoli ripresero con più solerzia i lavori per completare le opere di fortificazioni: fu costruita, dopo quella già realizzata attorno al castello, una seconda cinta bastionata ad ulteriore difesa del maniero.

Il rudere dell'antica porta sul Rivellino Quintana

Il rudere dell’antica porta sul Rivellino Quintana

Nacquero altri bastioni e cortine difensive, più ampie di quelle già esistenti, da levante a ponente e rasentando la riva del mare; si rafforzarono i rivellini e s’innalzarono tre porte, per rendere più difficoltoso l’accesso in città ai nemici. Di queste tre porte, soltanto una è ancora esistente ed è quella che, nata come Porta Santo Stefano in quanto fatta costruire dal vicerè di Sicilia don Francisco Benavides conte di Santo Stefano, all’epoca era la seconda porta d’accesso in città, ovvero  l’attuale Porta Spagnola. Delle altre due sopravvivono soltanto un rudere sul Rivellino Quintana, a testimonianza della presenza in quel luogo di una prima porta verso la terraferma, e i resti dell’esistenza di un’apertura nella cinta muraria interna, costituente la terza porta che conduceva fino in città: cioè quella conosciuta come la “Porta Matri i Diu”.

In pratica, fra sospensioni di natura finanziarie e di carattere bellico, i lavori di potenziamento a difesa del castello e della città si protrassero per quasi un secolo e mezzo.

Infatti, iniziatesi nella seconda parte del Cinquecento con la costruzione dei fortini in mezzo al porto, essi si completarono nei primissimi anni del Settecento, con la realizzazione di soltanto alcuni dei vari baluardi progettati nel 1684 per fortificare interamente la cittadella, dal castello fino a raggiungere la cinta bastionata di Terravecchia, lungo i litorali di levante e di ponente.

Pertanto, alla fine del diciassettesimo secolo, fra ponti levatoi, rivellini, porte d’accesso, mura e bastioni a nord, vecchia cinta muraria aragonese a sud ed inoltre una sorta di muraglia, collegante dei bastioni con dei parapetti di terrapieno, predisposta lungo i litorali di levante e di ponente, la città di Augusta rappresentava una fortezza inespugnabile e persino l’avamposto più fortificato dell’intera Sicilia orientale e del Mediterraneo.

L’aspetto assolutamente difensivo e la strategica posizione geografica in cui si trovava, ponevano la città di Augusta quale grande baluardo a difesa della cristianità, proprio come riportato nella lapide marmorea posta nell’alto della Porta Spagnola.

Lo stesso castello, con quelle cortine e quei bastioni posti a baluardi difensivi, aveva assunto un aspetto molto diverso dalla costruzione fatta erigere da Federico II, quattro secoli e mezzo prima.

Salvo Lentini


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