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Festa di S. Domenico, lettera aperta di Carrabino: “Una società non funziona senza tradizioni”

AUGUSTA – Riceviamo una lettera aperta di Giuseppe Carrabino, già coordinatore delle confraternite nonché cultore di storia e tradizioni locali, sulla festa patronale da poco conclusa. Affronta la questione dibattuta in città, fin da prima che iniziassero i festeggiamenti in onore del patrono San Domenico, allorquando, esattamente il 2 maggio, l’arciprete Palmiro Prisutto, i sacerdoti Francesco Scatà, Davide Di Mare e padre Enzo Zagarella, nella qualità di parroci e rettori delle confraternite di Augusta, hanno sottoscritto un documento dal seguente contenuto: “Quest’anno non esiste nessun comitato per la festa di San Domenico: la festa è organizzata dalla parrocchia. Ci sono solo “collaboratori per la festa”. I sottoscritti parroci e rettori delle confraternite di Augusta, a seguito dell’incontro avuto in data 2 maggio 2017, hanno concordemente deciso che le processioni previste per il corrente anno per i festeggiamenti in onore del patrono San Domenico saranno partecipate da tutti i fedeli. Pertanto i gruppi, le associazioni e le confraternite sono invitati a parteciparvi a titolo personale per tutta la loro durata in spirito di fede senza simboli o insegne”. Posta tale premessa, pubblichiamo integralmente la lettera di Giuseppe Carrabino.

Conclusi da qualche giorno i festeggiamenti in onore di S. Domenico, Patrono e Protettore di Augusta, ritengo doverose alcune riflessioni anche alla luce dei tanti discorsi, commenti, interventi (taluni anche edulcorati) che di fatto rischiano di alterare la realtà ed accrescere divisioni e odiosità in una città ormai da troppo tempo lacerata.

S. Domenico era innanzitutto uomo della verità, parlava di Dio o con Dio. Il suo culto è praticamente radicato in Augusta sin dalla fondazione della città. Non si tratta di una tradizione ma di un dato certo, un dato che fr. Costantino da Viterbo attesta con una sua pubblicazione nel 1245.

Per la tradizione di Augusta, S. Domenico è innanzitutto il Santo cavaliere, colui che viene a liberare la città dal pericolo dell’invasore. L’iconografia codificata lo raffigura a cavallo con una spada sguainata, simbolo della parola di Dio “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12). Eppure anche questo “segno”, appena qualche anno addietro era stato messo in discussione da laici impegnati come educatori.

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Il problema di questa città è proprio la mancanza di “memoria”. L’identità civica e religiosa si fonda su aspetti della tradizione sedimentati nel tempo che vengono tramandati da padre in figlio. Si tratta di un patrimonio materiale e immateriale che se non viene alimentato rischia di svuotarsi dei suoi significati fino a divenire rituale senza alcun senso.

Come comunità civica e religiosa abbiamo il dovere di custodire questo patrimonio come un bene prezioso. Il 24 maggio, per noi cittadini di Augusta è festa. È la festa di tutti i figli di questa città.

Augusta da ben otto secoli onora il Santo con la festa liturgica del 24 maggio, giorno questo in cui in tutto l’Ordine domenicano ricorda la memoria della traslazione del corpo del Santo. Risale invece al 1643 la festa esterna con tutte quelle caratteristiche tipiche delle feste patronali. Ed è praticamente da allora che tutte le componenti della città partecipano al rituale civico e religioso con un cerimoniale che vede sfilare nel giorno del patrocinio, tutte le categorie di arti e mestieri organizzate in corporazioni e confraternite.

In queste tradizioni si fondono valori spirituali, morali e culturali depositati saldamente nella mente e nel cuore del popolo. Sono qualcosa di reale ma indefinibile, valori  rappresentati simbolicamente e iconizzati. Così il simbolo diventa parte integrante della tradizione confraternale dove il simbolo è costituito dal simulacro, l’abito, l’arredo processionale e quindi le insegne individuali e collettive.

Il fercolo del S. Patrono è preceduto quindi dalle diverse categorie di arti e mestieri che intervengono con le specifiche insegne e con i simulacri dei SS. Protettori. Una tradizione risalente al XVIII secolo (non una mera novità come riferito da qualche cittadino che sconosce la storia locale) interrotta solamente nel dopoguerra a causa della distruzione di due chiese confraternali e dalla ricostruzione materiale e morale di quei tempi. Fu nel 1977 che si volle recuperare la tradizione coinvolgendo le confraternite superstiti. Quest’anno tale consuetudine è venuta meno. Esattamente quarant’anni dopo il ripristino.

Non intendo affatto entrare nel merito delle decisioni dell’autorità religiosa circa le motivazioni pastorali che hanno determinato tale scelta.

Non possiamo però esimerci dal commentare gli effetti di tale decisione. Eliminare la partecipazione confraternale con i segni e simboli propri ha determinato la cancellazione di tutto ciò che proprio nella festa esprimeva il secolare ordinamento della società locale che si basava proprio sul ruolo delle corporazioni di arti e mestieri e che da secoli costituiva un linguaggio condiviso dalla comunità.

In effetti parlare di “tradizione” è divenuto da qualche tempo un argomento ingombrante. È così, infatti, che grazie a certe strumentalizzazioni veicolate attraverso i social network, il termine “tradizione” è divenuto per Augusta terreno di scontro per fraintendimenti ma soprattutto per definire posizioni del tipo “io sto con”, quasi che quell’immenso patrimonio di usi, gesti e valori ereditati dalle generazioni precedenti, possano essere improvvisamente svenduti.

In una conferenza tenuta da Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, questi ha dichiarato: “Si può trattare l’età globale di oggi come una battaglia tra modernità e tradizione”. La ‘Tradizione’, secondo Giddens, ha diversi elementi chiave.

In primo luogo, si tratta di una qualche forma di rituale, cerimoniale o comportamento ritualistico. In secondo luogo, la tradizione coinvolge un gruppo di persone: è collettiva e sociale per sua stessa natura. In terza battuta, le tradizioni hanno dei custodi, come gli storici che hanno accesso alle conoscenze o alle verità dei sacri rituali della tradizione. Infine, la tradizione suscita emozioni negli individui, li sprona ad un maggior senso di consapevolezza di sé. In certe culture, questi rituali sono importanti per fondare e mantenere una propria identità nel contesto di una società più grande.

Queste affermazioni, non di uno sprovveduto o di un cultore di paese che potrebbe essere messo in discussione da certe espressioni di pseudo modernismo o di talune comari edulcorate che riscoprono i social per imporsi agli altri con fare accademico, esprimono il forte disagio di chi – quale custode della tradizione – si ritrova improvvisamente a dover lottare per riaffermare quel principio sacrosanto che una società non funziona senza tradizioni.

Purtroppo da alcuni anni siamo costretti ad affrontare tale argomento nel nome di un cambiamento finalizzato alla “demolizione” secondo quei valori proprio dell’Internazionale che promuovono l’idea di un mondo nel quale “non ci legheranno più le catene di nessuna tradizione”.

Questa azione demolitrice è finalizzata a “rivedere” situazioni sedimentate e condivise nel vano tentativo di ridurre, eliminare, direi cancellare quei valori fondamentali, stabiliti e tramandati di generazione in generazione e divenuti parte integrante della nostra cultura.

Nei giorni scorsi l’amarezza di tanti cittadini, di tanti giovani, dei tanti emigrati appositamente tornati in Augusta o che hanno assistito alle celebrazioni tramite il web, è stata palpabile. Improvvisamente per taluni anziani che hanno vissuto il periodo post bellico è sembrato di rivivere quei tristi momenti quando il fercolo del Santo percorreva solitario le strade della città con il solo associamento della banda musicale. 

Allora mi piace riportare il pensiero di un Sindaco (non ricordo di quale città): “Quando giunge il tempo dell’età matura o quando la vita volge al tramonto capisci che nel costante ripetersi della tradizione, in quella magica fusione fra laicità e sentimento religioso, il popolo intero si riconosce e la storia continua a fluire nella sua placida scia”.

Ecco l’importanza della tradizione e nella fattispecie dei segni e dei simboli che si esprimono nella festa patronale che è molto di più di una festa religiosa: è la festa dell’identità di una comunità.

In questo contesto, con un pizzico di orgoglio, mi sento di aver offerto il mio contributo nell’esaltazione dell’identità civica e religiosa, inserendo due anni orsono l’esecuzione dell’Inno alla Città di Augusta nel momento in cui il fercolo del Santo raggiunge la centralissima piazza Duomo dove sono ubicate le due massime espressioni della stessa identità: la chiesa Madre e il Palazzo Comunale. L’inno è stato scritto da un innamorato di questa terra, il compianto sacerdote sortinese padre Amedeo Giuseppe Iaia.

Non posso altresì tacere, per amore della verità, quel lavoro di mero volontariato che da oltre venticinque anni svolgo nelle scuole di ogni ordine e grado per promuovere quella conoscenza della storia e della tradizione locale che da più parti è stata sollecitata. È vero che se non si conosce la tradizione non si può amarla. Una frase che abbiamo sentito sbandierare nei giorni scorsi e che abbiamo fatto nostra da un quarto di secolo. 

Ed è proprio di un giovane il commento più concreto che ho avuto modo di apprezzare per la schiettezza ma soprattutto perché dà il senso dell’amarezza sperimentata da tantissimi augustani: “Mi dispiace molto – ha detto Gabriele Di Blasi – ricordo ancora da piccolo la schiera dei santi che accompagnava Domenico nel giorno della sua festa. Non si chiama umiltà il togliere ciò che i nostri padri ci hanno tramandato. Si chiama parricidio ovvero uccisione di ciò che non siamo stati in grado di mantenere. La sobrietà, permettetemi, sembra sia diventato solo uno slogan per giustificare ed imporre le proprie ideologie. La sobrietà vera non è assenza di qualcosa ma dare un senso a quel qualcosa che c’è già”.

Per terminare questa riflessione voglio far mie le parole di Ardis Whitman che sintetizzano l’aspetto creativo della tradizione: “Dobbiamo amare i nostri ieri, ma non portarli come un peso nel futuro. Ogni generazione deve prendere nutrimento dalle altre e dare conoscenza a quelle che vengono dopo”.

Giuseppe Carrabino


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