Cultura

Breve storia di Augusta: lavori e mestieri tradizionali tra mare, campagna e saline

AUGUSTA – Nell’ambito di una più ampia iniziativa editoriale promossa da La Gazzetta Augustana.it di divulgazione e promozione della storia di Augusta, abbiamo previsto una rubrica settimanale tematica nel nostro web magazine di approfondimento “Cultura”. Ha per titolo “Breve Storia di Augusta” ed è curata da Filippo Salvatore Lentini, detto Salvo, già ufficiale della Marina Militare, che da appassionato alle vicende storiche e alle tradizioni augustane, facendo ricorso ad un’estesa bibliografia che comprende i numeri del “Notiziario storico di Augusta” e i diversi lavori succedutisi nel tempo di noti studiosi della storia cittadina (che Lentini ci ha chiesto di menzionare in ordine casuale in premessa: Mario Mentesana, Elio Salerno, Tullio Marcon, Ennio Salerno, Vincenzo Cacciaguerra, Ezechiele Salerno, Giorgio Casole, Sebastiano Salomone, Giovanni Vaccaro, Giuseppe Messina, Giovanni Satta, Giuseppe Carrabino, Italo Russo e non solo), ha pubblicato nel 2008 l’apprezzata opera dal titolo “L’Isola delle Palme”. Offrirà ai lettori de La Gazzetta Augustana.it, per la prima volta su una testata, la versione ridotta e adattata al web della sua pubblicazione.

40. Lavori e mestieri tradizionali.

Alla fine dell’Ottocento la forza lavorativa di Augusta continuava ad essere composta prevalentemente da pescatori, contadini, salinari, mastri d’ascia, muratori, carrettieri, braccianti, carcarari, artigiani vari e piccoli commercianti; in minoranza erano i liberi professionisti, gli insegnanti e gli impiegati pubblici. L’attività economica era quasi del tutto derivante dalle discrete risorse naturali che la città offriva ai propri figli, con lavori faticosi e non stabili che, oltretutto, producevano redditi abbastanza modesti.

Le categorie dei numerosi pescatori, dei tantissimi campagnoli e dei lavoratori stagionali delle saline erano quelle che assorbivano la maggiore quantità di manodopera. La crisi vinicola di fine secolo, causata dalla distruzione dei vigneti da parte dall’insetto della fillossera, fece crollare enormemente l’economia siciliana e con essa anche quella megarese; una crisi che non riguardò soltanto il settore vinicolo, ma che coinvolse tutti i lavori indotti ruotanti intorno alla produzione ed al commercio dei vari vini. Quindi la situazione economica, già piuttosto traballante, sprofondò ulteriormente e l’emigrazione, che coinvolse anche altre categorie di lavoratori, risultò essere l’unica soluzione per la sopravvivenza.

  • Pescatori
inserzioni

Per una città costiera è cosa normalissima che il mestiere di pescatore faccia presa su buona parte della popolazione, in quanto proprio dal mare la comunità stessa trae vantaggi e benessere. Per Augusta in particolare, essendo interamente circondata dal mare, la pesca è sempre stata una delle attività lavorative capaci di assorbire una grande quantità di famiglie che, tramandandosi il mestiere da padre in figlio, ne hanno tratti discreti guadagni e permesso di campare, anche se in modo modesto, a tante generazioni di pescatori augustani. I litorali cittadini di levante e di ponente sono sempre stati i tradizionali luoghi dove tantissimi pescatori ormeggiavano o tiravano a riva le loro numerose e variopinte imbarcazioni, delle quali si prendevano personalmente cura essendo i preziosi mezzi utilizzati esclusivamente “pi campari a famigghia”.

Gli stessi pescatori, durante le ore di sosta nella riva, con mani abilissime stendevano le reti per ripararle accuratamente e preparavano anche gli attrezzi necessari per la prossima uscita in mare, consapevoli di andare tutte le volte ad affrontare grossi rischi e con la sola speranza di fare un buon pescato, per ricavarne il necessario a sostenere le proprie famiglie. Solitamente nel lavoro del pescatore veniva coinvolta l’intera famiglia, portando i giovani figli in barca per aiutare ed imparare il mestiere e le mogli a terra collaboravano a riparare le reti. Dopo lo sviluppo economico tale attività è andata sempre più affievolendosi, ma gli augustani, che la passione per la pesca l’hanno sempre avuta nel cuore, hanno ugualmente continuato ad andare a pescare, anche se spesso soltanto per hobby e senza l’assillo di doverlo fare per necessità.

Vecchia Darsena, anni ’30

Ciò li ha portati, con facilità per i più agiati e con grandi sacrifici economici per i meno fortunati, a comprarsi o costruirsi una barca per poter andare a pescare in alto mare o quantomeno lontani dalla costa e da quegli scogli che solitamente erano frequentati dai numerosi appassionati della pesca “ca cimedda” ovvero con la canna. All’epoca, quando il mare non era ancora stato inquinato dal ‘modernismo’, era cosa normale vedere tante persone già dalle prime ore del mattino sugli scogli o su piccole imbarcazioni nel Golfo Xifonio, con la canna da pesca ed in quieta e paziente attesa che qualche pesce abboccasse, magari per la gioia di quei tanti bambini che spesso accompagnavano il papà o il fratello maggiore, in quella che per loro era una piacevole avventura. Uno scenario simile lo si vedeva anche nel versante opposto, ovvero all’interno del porto megarese, solitamente ricco di un pescato ritenuto pregiato e di ottima qualità, che offriva approdi più tranquilli e vicini ad ampi spazi dove poter stendere le reti.

Oggi nei tradizionali litorali cittadini ci sono poche barche, mentre nel lungomare che giunge fino al Granatello ed anche nel ‘Porticciolo Turistico’, sorto di recente nelle acque antistanti la zona della “Badiazza”, ci sono innumerevole imbarcazioni di ogni tipo ed i vari proprietari vanno in mare per pescare soltanto per hobby o per godersi delle piacevoli gite in barca. Principi che hanno quasi nulla in comune con quelli dei vecchi pescatori, costretti ad andare per mare “pi campari a famigghia”; anche le stesse imbarcazioni moderne sono soltanto delle lontane parenti delle semplici barche che solcavano il mare intorno a quella che, fino agli anni sessanta del Novecento, manteneva ancora le sembianze di ‘Isola delle Palme’. Purtroppo, a differenza dei pescatori del passato, le nuove generazioni non amano utilizzare i remi e le vele, perché preferiscono le comodità dell’evoluzione marittima che rende la navigazione più veloce e senza grossi dispendi di energie, anche se fra frastuoni ed indesiderati odori di nafta. Tutto questo a discapito della silenziosa atmosfera che avvolgeva il lieve rumore prodotto dalla piccola prora della barca, che avanzava tagliando dolcemente l’acqua marina in due, per poi farla ricongiungere silenziosamente nella scia che seguiva il passaggio della stessa imbarcazione: il tutto contornato da quei ritmatici tonfi che provocavano i remi mossi dalle poderose braccia del pescatore.

Anche senza la necessità di dover utilizzare una barca, c’erano tantissimi ‘pescatori occasionali’ che, approfittando delle ore trascorse a fare il bagno, si dilettavano a prendere i diversi ‘frutti marini’ che le acque nostrane offrivano: tartufi, uccuni, sucalori, aranci i mari, padeddi e rizzi presi dopo diverse e faticose “tummati”, da consumare a casa o sul posto!

  • Campagnoli

Se le abitazioni dei pescatori si riconoscevano per la presenza di reti e nasse, collocate o appese nei pressi degli stessi ingressi, le case dei contadini erano facilmente individuabili dalla presenza del carretto posteggiato sulla strada, proprio davanti all’uscio delle loro abitazioni, e dalle “uccule”, quegli anelli di pietra fissati nei muri delle case per legarvi il cavallo o il mulo durante le temporanee soste.

Tutte le mattine all’interno di queste dimore, come un rituale che da secoli si tramandava da padre a figlio, la sveglia avveniva molto presto e certamente prima del sorgere del sole. Dalla stalla, solitamente collocata nel cortiletto all’interno della propria casa, il campagnolo conduceva il suo quadrupede attraversando una dopo l’altra le varie stanze fino all’uscio, per legarlo al carretto messo in strada.

Caricati i vari arnesi da lavoro e dopo aver avvolto in un pezzo di stoffa del pane casereccio, formaggio, olive e immancabilmente del buon vino, alimenti da consumare nell’intervallo del mezzogiorno, il campagnolo montava sul suo mezzo e si avviava nei campi di lavoro. Un lungo percorso che, snodandosi fra strade urbane ancora con il fondo sterrato e sconnesso, era caratterizzato dai monotoni e ritmatici cigolii creati dalle rigide ruote che fra un rimbalzo e l’altro facevano dondolare di continuo il passeggero ancora assonnato; quindi il carretto, attraversando la “Porta matri i Diu” e superando la porta ed i ponti spagnoli, raggiungeva le vaste campagne dell’entroterra.

Così aveva inizio la lunga e faticosa giornata dei campagnoli che terminava al tramonto, quando si iniziava il viaggio di ritorno verso casa; un atteso rientro che generalmente prevedeva la consumazione di una modesta cena e di andare a letto presto, per riposare e dormire fino a quando c’era la sveglia per iniziare un’altra giornata di lavoro!

La vita dei campi era davvero pesante, spesso sotto un sole caldissimo ed in balia della polvere sollevata dai venti stagionali o in mezzo ai terreni resi fangosi dalle piogge invernali. Ore di lavoro trascorse non solo a curare le varie colture dei campi, protetti da inventati e bizzarri spaventapasseri, ma anche nel realizzare dei prodotti derivati dalle coltivazioni e spesso destinati al commercio locale ed ai privati.

Mercato comunale, anni ’50

Durante le stagioni estive era una diffusa tradizione raccogliere grandi quantità di pomodoro, per farne delle prelibate passate da consumare nelle stagioni invernali. A tal scopo si utilizzavano delle voluminose pentole per bollire il pomodoro, già passato al setaccio, prima di travasarlo in bottiglie di vetro, per ottenerne delle ottime conserve di “pummaroru friscu”. Sempre col pomodoro si ottenevano delle quantità di “strattu” e di “chiappiri i pummaroru” che con ‘cucuzzi’ e “pipi sicchi” erano molto utilizzati nelle modeste ricette della cucina augustana. Abbastanza richieste dal mercato locale erano anche i prodotti come i fichi secchi, le cotognate o i vari tipi di mostarde create con delle formine, tutte prelibatezze ottenute con una lunga esposizione al caldo sole estivo.

Le varie campagne dell’hinterland megarese, come tutte le zone del Meridione, erano cosparse da vasti campi di grano, di verdure, di pomodori, di meloni, di patate, da tantissimi agrumeti, da innumerevoli ulivi, mandorli e carrubi, da nespoli, da melograni ed un insieme di tanti altri alberi caratteristici della zona. Fra quest’ultimi vi erano quelli del “milicuccu”, un piccolissimo frutto simile per dimensione ai ceci ed avente un gustoso strato commestibile, e quello delle “nzalori”, di colore rosso o giallo e a forma di una piccolissima mela dal gusto acre ma abbastanza piacevole. In particolare gli alberi di “milicuccu”, oggi quasi del tutto scomparsi, si trovavano dappertutto in una quantità tale da essere praticamente a disposizione di chiunque ne volesse raccogliere i frutti.
Tante generazioni di augustani hanno avuto in comune l’avventura di “cogghiri u milicuccu” arrampicandosi sugli alberi sparsi in tutte le campagne del territorio ed in particolare nella zona extraurbana “de quattru vaneddi”, dove c’era la maggiore concentrazione di questa tipica pianta.

Zona Cruci tri cannuni, anni ’60

Fino al secondo periodo dell’Ottocento quando la fillossera, il parassita della vite, distrusse buona parte dei vigneti siciliani, nell’entroterra augustano vi erano vastissime aree coltivate a vite che permettevano di produrre dei vini all’epoca molto rinomati e richiesti anche in altre zone della provincia. Quelle dei contadini erano giornate di grande impegno lavorativo e di duro lavoro ma che riservavano anche dei periodi piacevoli in occasione di raccolti particolari che apportavano allegria ed atmosfera di festa, come avveniva nella sagra dell’uva durante l’annuale vendemmia.

La piacevole aria della vendemmia, che coinvolgeva intere famiglie, parenti e amici vari, la si cominciava a respirare sin dall’inizio dell’estate, per la voglia di trascorrere il periodo di fine stagione in modo caratteristico e spensierato, come solo la raccolta dell’uva e del suo più naturale utilizzo sapevano creare. Le persone, campagnoli o meno, coperte da vari tipi di cappelli per proteggersi dall’ancora caldissimo sole di settembre, raccoglievano degli abbondanti grappoli d’uva per deporli in delle ceste e poi convogliarle nel palmento, dove venivano pigiate con i piedi nudi dei vari volontari. Un’altra buona quantità di uva raccolta, con i grappoli scelti fra i più appariscenti, veniva trasportata con i carretti in un corteo prettamente folclorico dove belle donne e splendide ragazze, adornate con l’ottima uva, intonavano in modo soave ed armonioso degli allegri e tipici canti popolari, celebrando così la festa dell’uva.

Il tradizionale centro di raccolta dei vari carri era “a Chiazza”, il mercato comunale di Augusta dove, per l’occasione, i tanti “fruttaiuoli” allestivano i loro banconi per l’esposizione e la vendita del frutto preferito da Bacco.

  • Salinari

Sin da tempi antichissimi si hanno notizie dell’esistenza ad Augusta di vaste aree dove, in maniera quasi naturale e con la semplice azione del caldissimo sole estivo su delle quantità di acqua marina ristagnante, veniva estratto un tipo di sale ritenuto di ottima qualità ed indicato ad essere utilizzato per la conservazione dei pesci e delle carni.

Salina Regina, anni ’50

L’area delle saline si estendeva dall’attuale zona del Granatello fino a raggiungere la Penisola Magnisi, l’antica Thapsos greca; in quel periodo le saline erano di pertinenza di Megara Hyblaea, all’epoca l’unica città esistente nelle vicinanze. Dopo la nascita di Augusta, dovuta alla costruzione del castello e al conseguente sviluppo urbano, le saline cominciarono ad essere coltivate a carattere industriale e a costituire una fonte di lavoro; risorsa modesta ma accettabile, in quei tempi in cui la città offriva ben poco ai suoi abitanti. Dell’esistenza delle saline megaresi ne raccontano antichi scritti, che ne lodano e ne esaltano la raffinatezza e le ottime qualità del sale che se ne ricavava; qualità speciali che spesso facevano accostare il sale agli squisiti e pregiati vini delle vigne augustane e all’aria salubre che avvolgeva l’allora rinomata ‘Isola delle Palme’.

Salina Castellino, anni ’50

La vasta area delle saline, che dal Granatello si sviluppava verso Punta Cugno, era interrotta da una lunghissima strada che dal Piazzale Fontana giungeva sino agli antichi ponti spagnoli e quindi in città. In pratica questa strada collocava le vaste saline nella parte di levante, dal Granatello al Piazzale Fontana, dove vi erano quelle di proprietà del Comune identificate con i nomi di Regina, Castellino e Fontana, e nel lato di ponente con quelle appartenenti a privati dai quali ne prendevano il nome e che si estendevano fino alla sponda Ovest del porto megarese, oltre la foce del Mulinello. Dopo l’Unità d’Italia le saline comunali, anche se furono smembrate per la costruzione della linea ferroviaria della nascente stazione di Augusta, continuarono ad essere abbastanza produttive grazie a tante persone, salinari o improvvisatesi tali per necessità, che con fatica svolgevano uno dei lavori più pesanti ed oltretutto retribuito con un modestissimo reddito.

Saline comunali, anni ’50

Il ciclo del processo salino per la raccolta del sale iniziava sfruttando l’alta marea dal vicino mare e si faceva affluire l’acqua attraverso delle apposite ‘bocche’ fino a giungere nei ‘pantani’ da dove, con l’apporto dei mulini a vento, passava nelle apposite ‘caselle’. Da queste, dopo aver raggiunto la temperatura di 30° e trasformatasi in ‘acqua fatta’, veniva trasferita nelle ‘salande’ dove evaporando l’acqua il sale affiorava dal fondo in sottili lastre; quindi, dopo averlo raccolto in piccoli “munzeddi”, veniva trasportato a spalla dentro dei “cufini” per accumularlo in montagne squadrate rassomiglianti a delle bianche piramidi. Una volta formate, queste montagne di sale erano coperte con le tipiche tegole locali per preservare il raccolto da eventuali piogge fuori stagione, in attesa del suo smaltimento. Solitamente nelle saline comunali qualcuna di queste bianche montagne era messa a disposizione della popolazione, che così poteva prelevare gratuitamente delle quantità di sale da utilizzare per le proprie necessità. Sul finire degli anni cinquanta del Novecento col progredire dell’industria del freddo, che diminuiva l’utilizzo del sale come prodotto per la conservazione delle carni, con le difficoltà di reperire manodopera disposta ad un così duro e faticoso lavoro e con dover produrre un prodotto alimentare in un ambiente non più puro a causa dell’elevato inquinamento del territorio, le saline di Augusta intrapresero lentamente il cammino del tracollo conclusosi negli anni settanta, quando ufficialmente ne fu decretata la totale chiusura.

Dopo di allora, la maggior parte di quelle aree umide delle ex saline comunali sono state sfruttate per costruirvi numerosi e vari edifici privati, lasciandone intatte solo delle discrete porzioni. Proprio queste aree risparmiate dall’urbanizzazione del territorio nel tempo sono diventate l’habitat naturale per la sosta, la riproduzione e la nidificazione di moltissime specie di uccelli migratori, diventati la principale attrattiva di fotografi naturalisti, provenienti da ogni dove.

  • Artigiani e commercianti

Lavorazione delle tegole locali, anni ’50

Le piccole attività lavorative degli artigiani e dei commercianti erano, senza dubbio, maggiormente redditizie e meno faticose rispetto a quelle dei marinari, dei contadini e dei salinari, anche se nella realtà i commercianti e gli artigiani non smettevano quasi mai di lavorare perché, abitando generalmente nello stesso posto del locale commerciale, facevano “casa e putia” e di sovente i clienti andavano a disturbarli a qualsiasi ora del giorno, festivi compresi. Difatti era cosa frequente che dei clienti, per dimenticanza o perché un tal prodotto serviva all’improvviso, bussassero negli orari di chiusura alla porta di qualche “scapparu” o a quella “do putiaru” per essere favoriti, ad esempio, nel ritirare un paio di scarpe riparate dal ciabattino o di comprare lo zucchero o la “sassina” nella bottega dei generi alimentari.

Giorno di festa nelle Fornaci, anni ’30

Anche se svolto al riparo, a differenza dei lavori nei campi, in mare o nelle saline, il lavoro nei panifici era alquanto pesante, soprattutto per l’orario molto mattutino al quale erano, e lo sono tuttora, costretti i fornai. Ad Augusta la panificazione è sempre stata considerata come una vera arte e spesso, per ottenere un’ottima qualità di pane, “i furnari” imploravano persino i vari Santi di assisterli nella riuscita della loro impastata e nelle infornate di pane, recitando tradizionali proverbi legati alla panificazione.

Salvo Lentini


scuolaopenday
In alto