Cultura

Bronzi di Riace, 50 anni fa il ritrovamento. Ad Augusta illustrata recente teoria sulle identità

AUGUSTA – Esattamente 50 anni fa riemersero dai fondali del mare calabrese le due statue bronzee denominate A e B e note in tutto il mondo come Bronzi di Riace. Lo scorso 28 luglio, sul lungomare Rossini, la sede augustana di Archeoclub d’Italia, presieduta da Mariada Pansera, ha inteso celebrare i due colossi greci dedicando loro la serata di chiusura della prima edizione della rassegna “Parole e pietre – rassegna del libro e della cultura classica”, realizzata in collaborazione con il Parco archeologico di Leontinoi e Megara (secondo la nuova denominazione) e il festival itinerante Naxoslegge.

Le due statue di origine greca ancora oggi, dopo cinquant’anni dal loro ritrovamento, non smettono di affascinare tra dubbi e misteri che avvolgono la loro storia: chi fossero, da dove venissero o dove andassero, quanti fossero, interrogativi che hanno richiamato l’attenzione di studiosi di tutto il mondo. Tra le numerose teorie avanzate, ad Augusta ha illustrato la sua suggestiva ipotesi il professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Numismatica greca e romana presso l’ateneo di Messina nonché membro del comitato scientifico del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e profondo conoscitore dei due Bronzi venuti dal mare.

Ritenuto che la provenienza dell’argilla con cui furono creati gli stampi in cera, nei quali fu colato il bronzo, è individuata ad Argos (Peloponneso), in occasione dell’incontro augustano, l’accademico ha affermato che non ci sono più dubbi che le statue risalgano al V secolo a.C.. Ha illustrato, quindi, la tesi che i due Bronzi rappresenterebbero Polinice ed Eteocle, quelli del mito de “I sette contro Tebe” della tragedia di Eschilo, fratelli di Antigone.

Avvalendosi delle immagini realizzate da Saverio Autellitano e delle musiche di Fulvio Cama, rispettivamente il visual designer e il “musicantore” della metaconferenza “Magnagrecàntico”, Daniele Castrizio, con riferimento a fonti letterarie e iconografiche, ha affermato che “il complesso monumentale era costituito dai due fratelli all’estremità, vicino Polinice c’era la sorella Antigone, al centro la madre che cerca di dividere i figli e dall’altra parte Eteocle e l’indovino Tiresia, un uomo barbuto con il mento sul pugno chiuso che presagisce l’arrivo della morte. Rappresentazione tipica del V secolo che si ritrova anche nei sarcofagi e ad Olimpia nel tempio di Zeus“.

La statua A presenta una smorfia riconducibile a Polinice; è, inoltre, l’unica statua al mondo esistente che mostra i denti e che simboleggia l’ostilità“, ha detto Castrizio. Un altro dettaglio, a suo dire, farebbe pensare ai due fratelli, l’uno tiranno e l’altro esiliato: “Nel bronzo B, Eteocle, ci sono inequivocabili prove che indossasse la cuffia di cuoio kyne, l’emo del re, segno dorico del tiranno“.

Secondo questa teoria, il complesso statuario raffigurante il mito dunque sarebbe stato esposto nella capitale con significato allegorico: un invito a non combattere le guerre civili, successivamente le statue sarebbero dovute essere trasportate altrove ma durante il viaggio di ritorno qualcosa dev’essere andato storto: “I Bronzi nel IV secolo d.C. dovevano essere portati da Costantino e figli a Costantinopoli ma c’è stato il naufragio. Non si sa ancora se in quella nave ci fosse il resto delle statue“. Il docente di numismatica ha concluso con un auspicio: “Una cosa è certa; sarebbe straordinario che per il cinquantenario potessimo ritrovare il relitto e magari anche solo una delle statue mancanti“.

Ecco qui di seguito la ripresa integrale, pubblicata sulla pagina social dell’Archeoclub cittadino, della conferenza-spettacolo “Magnagrecàntico” tenuta lo scorso 28 luglio.


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