Porto di Augusta, il memorandum dimenticato Sicilia-Cina e il veto Usa
AUGUSTA – Sarebbe potuto diventare uno snodo strategico per le merci in arrivo dall’Asia, trasformandosi da porto del petrolchimico a hub commerciale internazionale, circa quindici anni fa. Ma il porto di Augusta è rimasto a lungo bloccato in un limbo infrastrutturale, fino alla recente svolta sostituendosi a Catania nel traffico container, a causa di decisioni geopolitiche verosimilmente concepite dalla Casa Bianca. A raccontare la vicenda è un servizio andato in onda oggi su La7, durante la trasmissione “Tagadà”, che ripercorre le fasi di un accordo tra la Sicilia e la Cina prima sottoscritto e poi sfumato.
Nel servizio viene mostrato uno dei magazzini di una società palermitana, dove si producono contenitori metallici per aziende italiane ed estere. “Ogni anno milioni di lattine vengono spedite in tutto il mondo. Per realizzarle c’è bisogno della banda stagnata“, racconta la voce del giornalista Salvo Catalano. Una materia prima che, tuttavia, arriva nei porti del Nord Italia, Genova o Ravenna. Nonostante l’azienda assurta ad esempio consumi circa diecimila tonnellate l’anno di banda stagnata, più del 50 per cento sono importate dalla Cina.
A questo punto, il servizio rievoca un protocollo d’intesa tra Regione siciliana e una delegazione governativa cinese, realmente sottoscritto nell’ottobre del 2010, che prevedeva il finanziamento di dieci grandi opere in Sicilia, tra cui proprio la riqualificazione del porto di Augusta. L’obiettivo era ambizioso: trasformarlo nel terminale della Cina per l’entroterra europeo. Lo racconta Francesco Attaguile, all’epoca dei fatti dirigente generale della Presidenza della Regione per i Rapporti europei e internazionali.
“Prima intesa con la Cina per grandi opere in Sicilia“, titolava allora il quotidiano “La Sicilia”, nella copia mostrata nel servizio dallo stesso Attaguile. Come abbiamo verificato sul portale della Regione siciliana, la delegazione cinese della China Development Bank, l’istituto bancario dietro lo sviluppo infrastrutturale globale della Repubblica popolare tramite crediti finanziari e investimenti a medio-lungo termine, incontrò a Roma l’allora governatore siciliano Raffaele Lombardo. Fu sottoscritto “un memorandum di possibili azioni – riporta il sito istituzionale – con la China Development Bank, di natura finanziaria, per la realizzazione di infrastrutture nell’isola“. Subito dopo, l’8 ottobre nel Palazzo della Regione a Catania, furono “affrontati i temi sulla valenza dell’area portuale e sullo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie tra Sicilia ed Europa“.
Ma a fermare tutto sarebbe stato il veto statunitense, secondo il servizio, da parte dell’allora segretaria di Stato Hillary Clinton e indirettamente veicolato dal governo italiano dell’epoca, il Berlusconi quater. Il porto di Augusta “veniva considerato il terminale nell’entroterra europeo e quindi fu avviata una procedura che ne prevedeva il finanziamento – riferisce Attaguile – la bonifica e la sua trasformazione da porto petrolchimico in porto commerciale“.
Avrebbero pesato la presenza in Sicilia della base aeronavale (Nas) Usa di Sigonella, tra Augusta e Catania, nonché la stazione di comunicazione radio (Nrtf) della Marina Usa a Niscemi dove l’anno successivo fu installato il sistema Muos. “È un’incompatibilità politica, cioè una Sicilia che diventa la base della espansione sia pure solo economica della Cina – ricorda l’ex dirigente generale della Regione – non era prevista nell’equilibrio di allora, così come si vorrebbe tornare a queste rigidità anche adesso“.
Il servizio si chiude con un interrogativo implicito ma cruciale: oggi, in un contesto geopolitico sempre più fluido, la Sicilia può davvero permettersi di rinunciare a investimenti strategici come quelli sfumati quindici anni fa? E a quale prezzo?


















