Femminicida suicida in carcere, presidente Nesea: “Sara uccisa due volte”
AUGUSTA – A seguito del recente suicidio in carcere a Messina di Stefano Argentino, 27enne di Noto e reo confesso del femminicidio di Sara Campanella avvenuto il 31 marzo scorso, viene espressa “amarezza” dal centro antiviolenza “Nesea” di Augusta. A intervenire è l’avvocata Stefania D’Agostino, presidente dell’associazione, attraverso una nota stampa.
“Sul suicidio dell’assassino reo confesso di Sara Campanella nessun sollievo. Non c’è vendetta, non c’è giustizia. C’è solo amarezza. Questo gesto estremo, a pochi giorni dall’inizio del processo, lascia un senso profondo di sconfitta”, afferma D’Agostino, sottolineando come la morte dell’imputato privi la vittima e la sua famiglia di un passaggio fondamentale.
“Sara è stata uccisa una prima volta da chi ha scelto di toglierle la vita. E una seconda volta oggi, perché le è stata negata la possibilità di verità e giustizia, senza nemmeno il diritto di affrontare un processo che potesse dare dignità. Due famiglie sono state condannate all’ergastolo del dolore. Lui ha deciso non solo il destino di Sara, ma anche quello della sua famiglia”, aggiunge, evidenziando come la tragedia abbia colpito in modo irreparabile entrambe le famiglie coinvolte.
Per la presidente di “Nesea”, il dramma si accompagna a una serie di presunte mancanze istituzionali: “Si era chiesta una perizia psichiatrica, documentata da anni. È stata rigettata. Non si è protetta una donna, lasciando libero un soggetto pericoloso. Non si è protetta la giustizia, lasciando che quello stesso soggetto si togliesse la vita prima di affrontare le sue responsabilità. Argentino ha ucciso due volte”.
D’Agostino invita a rifuggire da reazioni di odio e vendetta: “Non è il momento dell’odio, dei commenti violenti, del rancore social. È il momento del silenzio, della riflessione, e della presa di coscienza collettiva”.
Secondo la presidente del centro antiviolenza locale, la prevenzione passa dall’educazione: “Abbiamo tutti una responsabilità. E parte da come cresciamo i nostri ragazzi. Dobbiamo educarli all’affettività, al valore della vita, al rispetto dell’altro. Dobbiamo insegnare il senso del limite, dei ‘no’, e il significato profondo delle relazioni. Dobbiamo parlare con loro del dolore, della rabbia, della frustrazione. Del fatto che si può chiedere aiuto. E che l’amore non è mai possesso”.
E conclude con un appello a un cambio di paradigma sociale: “Serve una società che non sia solo reattiva dopo le tragedie, ma presente prima. È lì che si gioca tutto”.





















