Cronaca

Operazione antimafia “Sipario”, tra i sette arrestati un finanziere in servizio ad Augusta

AUGUSTA – Il porto di Augusta lambito da una nuova inchiesta giudiziaria, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) della Procura di Catania avvalendosi delle indagini del nucleo Pef e del Gico delle Fiamme gialle etnee. C’è anche un sottufficiale della Guardia di finanza, di stanza alla compagnia di Augusta, nonché vicepresidente della Sesta circoscrizione del Comune di Catania, tra i soggetti destinatari delle misure cautelari eseguite stamani dai finanzieri di Catania, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Sipario”.

Si tratta del vicebrigadiere Mauro Massari, arrestato e condotto in carcere da suoi colleghi, accusato di avere “stretto un patto elettorale” con Orazio Buda, ritenuto esponente di spicco del clan “Cappello-Carateddi”, anch’egli destinatario della misura cautelare in carcere, che lo avrebbe sostenuto alle elezioni amministrative del 2018 nel capoluogo etneo in cui con oltre 965 preferenze risultò eletto nella circoscrizione dei rioni Librino, San Giorgio, San Giuseppe La Rena, Zia Lisa e Villaggio Sant’Agata.

In cambio, è l’ipotesi della Dda della Procura di Catania, il finanziere, “attraverso il reiterato abuso della propria qualità e dei poteri connessi alla funzione esercitata“, avrebbe promesso “di soddisfare la pressante richiesta del Buda” di “ottenere, in favore di una società a quest’ultimo gradita, un subappalto da 6 milioni di euro al Porto di Augusta per la demolizione di una piattaforma ferrosa“. E, secondo accertamenti del nucleo Pef-Gico della Guardia di finanza di Catania, sempre su richiesta di Buda, “prometteva di danneggiare un piccolo imprenditore attraverso l’utilizzo dei poteri connessi alla funzione esercitata“.

L’operazione “Sipario” vede un bilancio complessivo di 34 indagati, di cui 22 raggiunti da misure cautelari o interdittive, sette gli arrestati. Due soggetti in carcere, il presunto esponente del clan “Cappello-Carateddi” e il sottufficiale della Guardia di finanza, e cinque agli arresti domiciliari, segnatamente due presunti riciclatori di soldi e tre agenti della polizia municipale di Catania (uno già sospeso e uno già fuori dai quadri comunali). Inoltre, tre obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e dodici misure interdittive del divieto di esercizio dell’attività commerciale.

Nella stessa inchiesta, infatti, le indagini del nucleo di Polizia economico finanziario (Pef) della Guardia di finanza di Catania hanno fatto emergere che tre vigili urbani del capoluogo etneo avrebbero redatto “false relazioni di servizio” sulla “sussistenza dei requisiti richiesti dalla normativa di settore” per “garantire l’assegnazione di alloggi popolari da parte dell’Iacp in favore di stretti congiunti di Buda“. I tre agenti della polizia municipale, posti agli arresti domiciliari, sono Francesco Campisi, che avrebbe agito da intermediario, e i suoi colleghi Giuseppe Longhitano e Attilio Topazio. L’amministrazione comunale di Catania ha già avviato le procedure per sospendere dal servizio, con effetto immediato, Longhitano e Topazio, quest’ultimo peraltro già sospeso dall’attività lavorativa perché in precedenza destinatario di un altro provvedimento cautelare per una diversa inchiesta della magistratura. L’altro agente, Campisi, risulta già fuori dai quadri comunali.

È stato eseguito anche il sequestro di beni per 5 milioni di euro riguardanti quote sociali, beni mobili, immobili e conti correnti di tre società (“Royals”, “Speciale boys” e “9 cereali”), ritenute attive nella gestione di noti bar e ristoranti, che secondo la Dda sono state “fittiziamente intestate ai numerosi ‘prestanome’” di Orazio Buda per “eludere le indagini patrimoniali nei confronti dello stesso esponente dell’associazione criminale“. Buda è indicato dalla Dda come “legato al gruppo di Orazio Privitera, esponente di vertice del clan Cappello-Carateddi” e per conto della cosca avrebbe “tra l’altro, provveduto in modo costante e intenso al reimpiego del denaro provento di delitti in attività commerciali affermate sul territorio e fittiziamente intestate a terzi per schermare la loro riconducibilità a se stesso e al clan“.

Dalle indagini del nucleo di Polizia economico finanziaria e del Gico della Guardia di finanza di Catania, sottolinea la Dda, è emerso che Buda, avrebbe “posto in essere numerosi atti estorsivi a danno di privati cittadini, imprenditori catanesi operanti nei settori dei trasporti“. Pressioni, accusa la Procura distrettuale, esercitate anche “nei confronti di un noto e premiato pittore siciliano, dal quale Buda pretendeva l’elargizione di opere, alcune delle quali destinate a pubblici funzionari, per tessere rapporti relazionali utili per perseguire finalità illecite“, altre invece “destinate ad arredare alcuni degli esercizi commerciali a lui riconducibili“.

(Foto di copertina: generica)


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