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Storia, leggenda e tradizioni augustane per San Domenico in dodici tele

AUGUSTA – Accogliamo un contributo sulla storia, sulle tradizioni e sulle leggende legate alle celebrazioni di San Domenico, patrono di Augusta, di Giuseppe Carrabino, già presidente della Commissione comunale di Storia patria e coordinatore delle confraternite cittadine, che ha in diverse occasioni collaborato al percorso editoriale di riscoperta delle tradizioni cittadine intrapreso da La Gazzetta Augustana.it. Il contributo verte sulle dodici tele realizzate dall’augustano Michele Spinali, esposte nella chiesa della Grazia e che riescono a rendere figurativamente il percorso storico della devozione della Città al suo Santo Patrono.

Una festa dalle radici antiche quella che Augusta celebra annualmente il onore di S. Domenico, invocato quale Patrono e Protettore della comunità civica ed ecclesiale. Se quest’anno si celebra il V centenario della proclamazione a Patrono della città, il culto è ben datato ed affonda le sue origini sin dal Tredicesimo secolo, periodo in cui, tra il 1239 e il 1245, nasce Augusta.

Una storia affascinante quella che lega Augusta al suo Santo Patrono, dove pagine di storia si intrecciano con tradizioni e leggende frutto di una genuina devozione mai sopita. Purtroppo, ciò che prevale della tradizione domenicana di Augusta è l’aspetto del leggendario, che rischia di minimizzare una storia ben radicata che va inserita nel contesto più ampio della storia della città e del secolare rapporto con il Santo Patrono.

Annualmente, ormai da parecchi lustri, con piacere incontriamo le scolaresche per illustrare tutto questo, attraverso quei segni custoditi con devozione all’interno della chiesa del Patrono e in altri siti della città. Alla fine degli anni Novanta abbiamo commissionato al nostro concittadino Michele Spinali (poi entrato nell’ordine Domenicano), una serie di dipinti che illustrano i momenti salienti di questa storia. Dodici tele che ci permettono di illustrare otto secoli di storia e tradizione domenicana a partire dalla consegna del bastone da parte di San Domenico al beato Reginaldo che, al di là della tradizione locale, ha un preciso significato nella simbologia sacra, in quanto rappresenta l’allegoria del cammino e del peregrinare. Il bastone viene piantato e germoglia alludendo all’albero della vita, quell’albero che segna la nascita di una comunità. In questo specifico caso la nascita della città e della contestuale comunità domenicana che edifica un hospitium e storicamente una delle prime chiese al mondo dedicate a S. Domenico.

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Il percorso illustra inoltre due miracoli operati dal Santo in Augusta e riportati nelle cronache di frate Costantino Medici nel 1245: l’episodio della donna blasfema che ingiuria le devote il giorno della festa del 24 maggio e la ragazza affetta da calcolosi. Senza entrare nella sfera del miracoloso, questi due episodi confermano una devozione radicata già nel 1245, attestando altresì non solo che la città era già edificata ma, al contempo, una ben radicata devozione.

Rievocate la centralità dell’albero, identificato nell’annoso cipresso, le sue qualità salutari e, a speciale devozione, quale specifico riferimento all’amore di S. Domenico per la sua città.

Seguono l’accoglienza dei Cavalieri di Rodi nel 1529 con l’edificazione dell’Oratorio dedicato, dopo la battaglia di Lepanto del 1571, alla Madonna del Rosario. Una pagina questa che si inserisce nella storia più in generale dell’ordine Melitense.

L’immagine più eloquente della devozione e dell’iconografia specificatamente augustana è quella dell’apparizione del Santo a cavallo del 24 maggio 1594 con una spada luminosa nell’atto di mettere in fuga le armate ottomane. Meno conosciuto l’episodio del 24 maggio 1598 della tremenda siccità, conclusasi con la pioggia nel giorno della festa del patrocinio.

Altra pagina storicamente rilevante il terremoto del 9 e 11 gennaio 1693 e il ritrovamento del venerato simulacro dopo parecchie settimane. Un ritrovamento ritenuto miracoloso atteso che la statua del Santo, risalente alla fine del ‘500, è realizzata a mistura con materiali poveri: sacco, gesso e cartapesta e fu trovata indenne sotto le macerie della chiesa e del convento distrutti.

Il culto e la devozione sono poi espressi da due tele che condensano gli aspetti religiosi e folcloristici. La prima, con la processione del simulacro e del braccio reliquiario, che vede la partecipazione delle Confraternite che proclamarono il Santo a Patrono della città, partecipando alle celebrazioni con le proprie insegne dei Santi Protettori. L’altra con la corsa dei cavalli che richiamava il ricordo dell’apparizione del Santo nell’atto di liberare Augusta.

La dodicesima tela raffigura l’attualità del patrocinio del Santo sull’Augusta dei nostri giorni.

Queste tele sono attualmente esposte nella chiesa della Grazia, unitamente ad un modellino della chiesa e del Convento, secondo la probabile estensione anteriore al sisma del 1693, e a un quadro contenente i nominativi di una nutrita comunità d’oltreoceano, che nel 1905 donò una collana di marenghi d’oro che viene posta annualmente nel simulacro il giorno della festa.

Tutto questo attende di essere esposto stabilmente in quel Museo Domenicano che, come da accordi con la Prefettura, doveva essere allocato nell’antico Oratorio del Rosario annesso alla chiesa del Patrono. Un luogo dove esporre per rendere fruibile tutte le testimonianze di questo secolare legame che opportunamente illustrate possono continuare ad essere strumento formativo e catechetico. Formativo perché illustrano la storia della città e contestualmente catechetico per il messaggio di autentica fede che trasmettono.

Augusta ha bisogno di questo per fare memoria delle proprie radici ed alimentare la fiaccola della fede che l’iconografia domenicana presenta attraverso l’immagine del cane. Una fiaccola che è segno di quella luce che occorre alimentare costantemente affinché illumini il cammino di questa città. A ciascuno di noi il compito di tenerla accesa.

Giuseppe Carrabino


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