Politica

Augusta, Castello svevo, lunedì la consegna dei lavori. Petizione popolare per scongiurare le demolizioni

AUGUSTA – Lunedì prossimo, 17 maggio, l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Alberto Samonà sarà in città per consegnare ufficialmente i lavori all’associazione temporanea di imprese (formata da una società veneziana e una senese) che si è aggiudicata il bando per il “consolidamento strutturale e restauro” del Castello svevo. Com’è noto, il progetto esecutivo del primo lotto funzionale, per la somma di 3 milioni 294 mila euro oltre Iva, prevede sostanzialmente la demolizione dei due piani che ospitarono il carcere fino al 1978.

Il progetto di demolizione aveva sollevato le proteste delle locali sezioni di Archeoclub e Italia nostra, oltre che dal fronte dell’opposizione consiliare, tanto che, a seguito di istanza presentata a dicembre dai dieci consiglieri di minoranza, il civico consesso si è riunito in diretta streaming lo scorso 16 marzo in seduta monotematica, per accogliere tutte le posizioni sul tema. In consiglio poche erano state le voci che si sono levate contro il progetto di “cancellare” quasi un secolo di storia, quale quello rappresentato dal carcere dal 1890 al 1978, appunto. Da parte di associazioni, segnatamente Archeoclub e Italia nostra, le contestazioni più nette, evidenziando la mancata esecuzione di indagini geognostiche in alcune zone del complesso oggetto del piano demolizioni, con il progetto stesso a far riferimento “ad indagini propedeutiche svolte in passato”. E così l’unico collegato in rappresentanza della “parte appaltante”, il capo di gabinetto dell’assessore Samonà, Riccardo Guazzelli aveva riferito che i lavori di demolizione sarebbero stati “preceduti da una puntuale e scientifica attività diagnostica“.

I consiglieri di minoranza Corrado Amato e Mariangela Birritteri si sono fatti adesso promotori di una petizione popolare per raccogliere firme al fine di scongiurare il progetto di demolizione delle strutture sovrastanti il castello federiciano e per sollecitare la Regione siciliana a far transitare il Castello svevo nella sua interezza al demanio comunale. È in fase di costituzione a tal scopo un comitato spontaneo, che dovrebbe essere coordinato da Stefano Munafò, già segretario generale della Uil Siracusa-Ragusa-Gela nonché assessore designato dal candidato Pippo Gulino nella recente tornata elettorale. Nello studio professionale del consigliere Amato si è tenuta infatti oggi pomeriggio una conferenza-stampa, presente la stessa consigliera Birritteri, sia per dare risonanza all’imminente visita di Samonà e fargli percepire le contrarietà registrate da parte della popolazione, sia per pubblicizzare al massimo la raccolta di firme.

Dopo l’introduzione di Corrado Amato, ha lungamente esposto le ragioni avverse al progetto demolitorio l’architetto catanese Arturo Alberti, esperto di architettura federiciana, conoscitore del castello, già consulente della Soprintendenza di Siracusa e di passate amministrazioni comunali augustane, segnatamente quelle presiedute dal sindaco Gulino.

Con tono pacato e con rigore espositivo, Alberti ha sostenuto le ragioni del “no” alla demolizione, arrivando a sostenere che si starebbe tentando un “omicidio culturale” nei confronti di un monumento che deve essere vissuto non solo dai cittadini, ma anche dai turisti, un monumento, ivi compresa la struttura carceraria, che rappresenterebbe non solo la storia di Augusta, ma del Paese. Alberti ha ricordato che il carcere ha ospitato sì persone che hanno infranto le leggi, ma anche cittadini che si sono ribellati al potere perché avevano fame, riferendosi ai contadini, uomini e donne di Troina che nel febbraio 1898 furono protagonisti di una rivolta popolare soffocata con le pallottole, come quella che nel maggio dello stesso anno fu repressa dal fuoco dei cannoni del famigerato generale Bava Beccaris. Molti di quei contadini finirono reclusi nel carcere di Augusta, dove taluni morirono. Tra gli ultimi detenuti figurò recluso il brigatista rosso Alberto Franceschini, nella cui cella era disegnata la stella cinque punte.

Alberti ha raccontato che, agli inizi degli anni Ottanta, si recò, con il compianto ingegnere Tullio Marcon, allora capo dell’ufficio tecnico di Augusta, per visitar le ex celle, constatando tracce ancora visibili della reclusione: foto di donnine, immagini religiose, graffiti vari, testimonianze di un’umanità sofferente, testimonianze comunque di storia che, a suo dire, non possono essere cancellate per una sorta di ritorno a un passato puramente federiciano, “impossibile“, come sarebbe impossibile o illogico – questo il paragone adoperato dal consigliere Amato – ridare luce al tempio di Minerva le cui poderose colonne sostengono l’attuale cattedrale di Siracusa.

L’architetto Alberti ha ricordato i tre milioni di euro spesi una decina d’anni fa per consolidare il monumento e ha precisato che, proprio per la sua storia, il castello è vincolato per legge dal codice Urbani, come già ricordato più volte da Italia nostra. Non solo. Alberti ha inoltre fornito, in merito al progetto di demolizione, una “notizia di reato”, qual è, secondo la sua opinione, la mancanza di un documento preliminare di progettazione, aggiungendo che riscontra una anomalia nel fatto che ci siano due “rup”, sigla di “responsabile unico del procedimento”, giacché il rup, per definizione, non può che essere unico.

Alla domanda se è possibile evitare il crollo del castello senza demolire i due piani ex carcere, Alberti ha infine risposto con una battuta: “Se non siamo in grado di tenerlo in piedi, ce ne andiamo a casa”.

Giorgio Càsole

(Nella foto di copertina, da sinistra: la consigliera Birritteri, l’architetto Alberti, il consigliere Amato)


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