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Augusta, progetto Castello Svevo tra piano demolizione e teoria del restauro

Il restauro di un Bene Culturale costituisce la fase finale della conservazione, nel momento in cui la prevenzione e la manutenzione non possono più garantire la tutela del monumento. Ai sensi dell’art. 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22.01.2004 n.42), per restauro si intende “l‘intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali”.

La vicenda del Castello Svevo di Augusta è tornata attualmente in auge a seguito del bando per i lavori di consolidamento, restauro e fruizione (I stralcio funzionale) che a breve dovrebbero essere avviati.

Com’è noto, nel monumento in questione si possono individuare tre fondamentali e differenti momenti edificatori: il nucleo originario svevo, la sopraelevazione e la fortificazione spagnola e, infine, la trasformazione carceraria in casa di relegazione. Ci sono poi altri corpi di fabbrica che incedono soprattutto sul lato Sud del castello.

Il progetto prevedrebbe la demolizione delle “superfetazioni” moderne (carcere) per “liberare” il corpo di fabbrica svevo. In particolare, come si legge nel Piano Demolizione del Progetto Esecutivo, le parti dell’edificio sottoposte a demolizione sarebbero “i fabbricati addossati alle originarie torri federiciane negli angoli nord-est e nord-ovest del castello; il corpo carcerario che corrisponde, oltre alle coperture, alla rimozione del terzo e quarto livello; inoltre saranno demoliti tutti gli elementi superfetativi rispetto al corpo federiciano originario”. Sempre nel Piano Demolizione, vengono citati due momenti di sviluppo dell’apparato costruttivo, quello originario (XIII secolo) e quello carcerario (XIX secolo). Non si fa menzione quindi, del momento edificatorio relativo alla fase spagnola, che invece viene ben argomentata nella Relazione Storica.

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Quali sono le ragioni della demolizione delle “superfetazioni” carcerarie? Ragioni prettamente strutturali, o per ricostituire l’ipotetica immagine dell’architettura federiciana? Se nel primo caso non si possono negare i problemi di dissesto statico, riconducibili all’erosione marina e soprattutto ai terreni di fondazione (argille) in cui l’opera venne realizzata, la seconda motivazione potrebbe essere giustificata solo da una presunta scarsa valenza architettonica della casa penale e una visione nostalgica del passato.

Ripercorrendo la lezione di Cesare Brandi, critico d’arte del secolo scorso che ha teorizzato i fondamenti delle teoria del Restauro: il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione nel futuro”.

Il restauro deve mirare al “ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte purché ciò sia possibile senza commettere un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo”.

Con ciò si intende che un’opera anche se frammentaria continua a sussistere in un tutt’uno. Non deve essere considerata nella somma delle sue singole parti a sé stanti, aggiunte nel corso del tempo e testimonianza delle epoche che lo hanno attraversato, ma nell’unità del monumento. Quindi, ogni intervento di restauro sarà per così dire, “suggerito” dal monumento stesso, da ogni frammento che lo compone con il fine ultimo di ricostituire la sua potenzialità, nella ricerca di un equilibrio tra istanza storica ed estetica.

Dal momento che non è l’opera ad essere restaurata bensì la sua “materia” è necessaria una conoscenza scientifica e tecnica dei materiali costitutivi da parte del restauratore che dovrà attenersi a tre principi fondamentali: l’integrazione dovrà essere sempre e facilmente riconoscibile; la materia dell’opera d’arte sarà sostituibile solo quando non collabori alla figuratività dell’immagine; ogni intervento di restauro dovrà essere reversibile e facilitare gli eventuali interventi futuri.

Per ciò che concerne la rimozione delle aggiunte o “superfetazioni”, ogni opera deve essere concepita come un documento storico il cui mantenimento di un dato è sempre giustificato, mentre va invece motivata una sua rimozione che distrugge un’informazione e falsifica un dato e comunque andrebbe sempre lasciata una “traccia” o un “testimone” sull’opera stessa.

L’impostazione architettonica federiciana rimane ancora oggi sconosciuta nella sua interezza. Le fasi costruttive successive, l’hanno soffocata. Nonostante tutto, prediligere un evento storico rispetto ad un altro, equivale a praticare la damnatio memoriae per qualcosa di cui si prova vergogna.

Siamo sicuri che rimuovere con un colpo di spugna la Casa Penale dal Castello Svevo sia la scelta giusta?

Perché cancellare totalmente una fase storica di un monumento che potrebbe essere comunque reimpiegata per i successivi usi del castello, e testimonianza della storia recente del monumento, della città e della storia della neonata unità d’Italia?

Un approccio “superficiale” alla questione restauro-valorizzazione, potrebbe portare ad esaltare una polarità sull’altra, quella del valore estetico sulla storicità di un monumento. Se ne deduce quindi che sarà necessario adottare delle scelte seguenti le metodologie più adeguate che preservino entrambe le due concezioni di storicità. Nel folto labirinto teoretico, ci si dovrebbe destreggiare attraverso il passaggio del dibattito culturale, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica.

Una progettazione aperta e internazionale, per quanto dispendiosa, avrebbe di sicuro fatto propri questi principi.

Considerando che non esiste una documentazione grafica precisa del monumento, né uno studio recente sulla lettura stratigrafica muraria di tutto il complesso, sarebbe opportuno che il progetto di recupero, restauro e fruizione del Castello Svevo di Augusta – esso stesso un evento storico – si muovesse sotto l’egida di un progetto di ricerca che contempli tutti gli aspetti, per scongiurare l’ennesima occasione mancata di tutela e valorizzazione di un bene culturale, da restituire a una comunità cittadina e a tutto il resto della popolazione.

Carlo Veca*

*Archeologo

Bibliografia essenziale

Agnello G., Trigilia L. 1994, La spada e l’altare. Architettura militare e religiosa ad Augusta dall’età sveva al barocco, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo.

Brandi C., 1977, Teoria del restauro, Collana Piccola Biblioteca n. 318, Einaudi, Torino.

Codice dei beni culturali e del paesaggio, DECRETO LEGISLATIVO 22 gennaio 2004, n. 42.

Foramitti F, Quendolo A. 2003, Restauri di castelli. Relazioni presentate agli incontri di studio sul restauro dei castelli (1998-2001), Vol. 1, Gaspari, Udine.

Magnano di San Lio E. et alii 2015, De Grunemberg’s fortifications in Augusta. Knowledge and conservation of a neglected heritage, in Defencive Architecture of the Mediterranean (XV-XVIII sec.), vol. II, pp. 119-126.


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